Israele, gli Usa e i governi vassalli hanno creato le condizioni perché ogni individuo pensi di avere il diritto di ricorrere al terrore e alla violenza come risposta alle loro tante prevaricazioni

Bibi e il non detto sull’“attentato”

(estr. di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – […] Mentre proseguono gli accertamenti sul tentato dirottamento dell’aereo di FlyDubai, i leader israeliani hanno già le idee chiare. L’attentatore, il secondo pilota originario dell’Oman, è definito un terrorista iper radicalizzato che “pregava troppo” e “non dava la mano alle donne”, due caratteristiche degli osservanti ortodossi dell’islamismo e dell’ebraismo (neghiah).

Ovviamente il riferimento implicito usato dai media è rivolto soltanto agli sciiti iraniani. Anche se Trump lo ha invitato a non fare dichiarazioni affrettate contro l’Iran, probabilmente per non alterare il clima dei presunti colloqui su Hormuz. Dopo lo sventato attentato, Israele e altri Paesi hanno apprezzato e onorato l’eroico pilota indiano che, anche se accoltellato dal suo copilota, ha sbloccato la porta della cabina di pilotaggio. Il velivolo era in rapida discesa e si sarebbe schiantato al suolo in una ventina di secondi se non si fosse realizzata una straordinaria sequenza di eventi inaspettati. 1) L’attentatore riesce a far perdere quota al velivolo, ma non a mantenerne l’assetto e farlo precipitare; 2) il pilota ferito riesce a sbloccare la porta; 3) entrano alcuni passeggeri e uno di essi, appassionato di sceneggiati televisivi, neutralizza l’attentatore, si mette ai comandi e riporta il velivolo in linea; 4) entrano in cabina due piloti che si trovavano casualmente tra i passeggeri e prendono il controllo dell’aereo portandolo all’atterraggio di emergenza in un regolare aeroporto saudita. Sono un pilota russo e uno ucraino. Probabilmente ex-militari passati al “libero mercato” dei piloti civili. Sono pienamente padroni di quel tipo di aereo e si capiscono bene parlando la stessa lingua. La sequenza degli eventi, dall’apertura della porta alla ripresa del controllo, non supera i 5 minuti. Nulla si sa di come siano andate le cose nei 79 minuti precedenti. Tra gli eroici passeggeri che hanno evitato lo schianto, non si fa menzione del personale di sicurezza israeliano che normalmente accompagna tutti i voli che trasportano gruppi consistenti di cittadini israeliani. Non si capisce come mai in un’ora e mezza di crisi non sia scattata nessuna delle misure anti-dirottamento in vigore in tutto il mondo. L’aereo era diretto a Tel Aviv e un vero e razionale attentatore “radicalizzato” e suicida avrebbe potuto contare proprio su questo per ottenere il suo scopo. Di certo l’aereo sarebbe stato abbattuto dalla Idf prima di entrare nei cieli d’Israele. Quale occasione migliore per far uccidere cittadini israeliani dagli stessi israeliani?

[…] Molti si fingono meravigliati e preoccupati per l’attacco terroristico e cercano collegamenti con centri di potere, gli stati canaglia e i gruppi conosciuti. Altri sperano che si tratti “soltanto” di un lupo solitario. In realtà dovrebbe preoccupare che invece di un radicalizzato e manovrato si sia trattato di un cittadino qualsiasi, impazzito da ciò che deve subire ogni giorno, immerso in guerre che non merita. Come si fa a controllare la pazzia del singolo che rischia di diventare collettiva? Come si fa ad ammettere che il terrorismo sia la manifestazione di una malattia sociale? Che Israele, gli Usa e l’intera Europa siano ormai i laboratori dove il virus viene nutrito con la paura? Un fatto è certo: mai e nessuno, meglio di loro, è riuscito a scatenare le emozioni e creare le condizioni perché ogni individuo pensi di avere il diritto di ricorrere al terrorismo e alla violenza come adesione o risposta alle loro prevaricazioni. Ma nessuno lo ammetterà e allora è più “confortante” l’idea che il terrorismo sia sempre frutto di un complotto organizzato e quindi guidato, con degli scopi politici, economici e sociali ben chiari.

L’attentatore appena immobilizzato ha supplicato di essere ucciso. Tipico dell’aspirante martire. Il bellicoso ministro israeliano della sicurezza Ben-Gvir ha reclamato la sua consegna. Anche Netanyahu, a scampato pericolo, ha soffiato sul fuoco paventando il pericolo islamista che soltanto grazie a Israele può essere sconfitto. Lui stesso e tutti i media hanno comunque approfittato dell’episodio per fare il parallelo con l’11/9 di 25 anni fa sperando forse che possa riprendere la guerra al terrorismo islamista (questa volta iraniano). Dimenticano che l’attacco alle torri gemelle fu portato contro gli Usa e non contro l’Occidente. Non è un caso che le più note organizzazioni terroristiche siano nate da progetti governativi delle potenze coloniali prima e dalle post-coloniali dopo. I Mau Mau keniani erano al servizio della Gran Bretagna, Al Qaeda servì alla Cia in Afghanistan, l’Isis agli americani in Iraq e Siria, Hamas a Israele a Gaza, i Talebani ai servizi pakistani. Quando gli stati arabi hanno alimentato i gruppi terroristici anche contro Israele, l’Iran ha sostenuto Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi nello Yemen. Gruppi tutt’altro che clandestini e partecipanti a governi legittimi.

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La lettura dell’episodio del Fly Dubai in chiave pro-israeliana è conseguenziale al discorso di Netanyahu all’Onu. L’ingresso di Netanyahu è stato accolto da fischi e grida di biasimo. L’aula si è quasi svuotata. Netanyahu ha sfoderato il suo sarcasmo dicendo: “Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato quest’aula, lo facciano ora”. Paradossalmente si stava rivolgendo a un’aula vuota a eccezione dei suoi delegati e di quelli americani e loro alleati inchiodati alle loro sedie dai ricatti. Il discorso è stato infarcito di retorica sionista, strumentalizzazione dell’antisemitismo e del terrorismo. Sembrava sapere cosa sarebbe accaduto. Ha pronunciato la parola “Israele” 46 volte, “Hamas” 24, “terrorismo” e derivati 40 volte. Ha negato la possibilità di uno Stato palestinese. Ha minacciato chi lo vorrebbe al confine con Israele. Secondo lui, Hamas sarebbe l’unico responsabile dei guai palestinesi, degli eccidi, della fame, dell’odio contro Israele. Il ragionamento avrebbe senso se le sanzioni, le ritorsioni e le violenze riguardassero soltanto Hamas. Ma esse sono rivolte a tutta la popolazione palestinese a Gaza e in ogni parte del mondo. Hamas viene fatto coincidere con i terroristi del 7 ottobre. Secondo Netanyahu non c’è stato alcun genocidio. Prima di essere massacrata, la popolazione palestinese è stata avvertita. “Circa 700 mila abitanti di Gaza, circa tre quarti di 1 milione, ha ascoltato il nostro appello e si è spostata da quella zona. Un Paese che commette genocidio esorterebbe mai una popolazione civile che vorrebbe colpire a uscire, ad andarsene?”. Una domanda così semplice merita una risposta altrettanto semplice: a quei 700 mila non è stato dato nessun posto sicuro dove andare. Anche a proposito dell’eliminazione per fame Netanyahu ha voluto dire la sua: “Israele ha fatto entrare a Gaza, oltre 2 milioni di aiuti e di cibo. Una tonnellata di aiuti per ogni uomo, donna e bambino presente a Gaza. Circa tremila calorie a persona al giorno”. Qui ci deve essere del cinismo. Ammesso e non concesso che la cifra di un kg di aiuti al giorno ai due milioni di palestinesi per tre anni sia vera, non tutto è arrivato sano e utilizzabile, non tutto era cibo, il peso maggiore era l’acqua e non tutto il resto si è tradotto in calorie a meno di non contare le calorie contenute nelle bombe usate per ammazzarli. Anche lui però ha voluto riconoscere l’importanza del popolo iraniano e la possibilità che i due “antichi” popoli, ebraico e iraniano, possano collaborare. In futuro, una volta che gli iraniani si saranno liberati dalla maledizione del loro regime. Del suo regime, Netanyahu non parla. Vuole “finire il lavoro” e il problema dei palestinesi, libanesi e siriani scomparirà. Per il momento è guerra contro tutti. È strage, massacri, aggressione, tracotanza, umiliazione, vergogna.