(di Michele Serra – repubblica.it) – Magari li faccio saltare in aria, devo decidere”. Violente nel merito, ridicole nella forma, le ultime parole di Trump sull’Iran si sommano a una catena di minacce e improperi lunga mesi, quasi tutte uguali, “li distruggo”, “li cancello”, “li anniento”, sempre con quella prima persona singolare che non concede dubbi all’idea che il tiranno ha del potere. Io qui, io là, io su, io giù.

Sembra un cartoon, il capo dello Stato più potente del mondo parla come Bluto, il cattivo di Popeye, o come il gatto sicuro di mangiarsi il canarino. E più il canarino lo fa fesso, più il gatto nasconde la sua frustrazione dietro il sussiego (comico) del bullo che alza la cresta. Il fatto che l’Iran non sia un canarino, ma un posto dove si spara sugli studenti e si lapidano le adultere, e che sia in gioco la vita di moltitudini di esseri umani, non leva una virgola alla interpretazione grottesca che Trump fa di se stesso.

I suoi predecessori alla Casa Bianca, senza eccezioni, ebbero lo scrupolo formale, e forse addirittura la convinzione, di battersi per qualcosa che assomigliava a un’idea, a un ordine, a una visione del mondo. Questo tizio qui invece no, il suo parametro manifesto è dichiarare quello che serve a lui, che vuole lui, che piace a lui. Vuole i soldi e il potere, il resto è niente. Il mondo si adegui, o lo faccio a pezzi.

Trump è la prepotenza in purezza, senza chiaroscuri, senza ambiguità, appunto come i personaggi dei cartoon. Non per caso fu un cartoon (anzi, il più geniale dei cartoon contemporanei, i Simpson) a immaginarlo come futuro presidente quando nemmeno un politologo impazzito, o una cartomante depressa, poteva azzardare una previsione così mortificante.