Quel che resterà di Kiev non metterà solo in gioco la qualità della vita degli ucraini per diverse generazioni. Riguarderà anche la nostra reputazione, il nostro benessere, la nostra sicurezza

Kiev (Ucraina), 19 settembre: una donna e una bambina al memoriale dei caduti

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Cominciamo con la buona notizia: un giorno la guerra in Ucraina finirà. Quel giorno è sempre più vicino perché sempre più lontano dall’invasione russa del 24 febbraio 2022. A meno di una guerra totale, atomica, che forse chiuderebbe la partita non solo per i contendenti ma per l’umanità.

Probabilmente sarà nel 2027, perché i costi del conflitto sono sempre meno tollerabili per la Russia e già più che intollerabili per l’Ucraina, che pure resiste in condizioni che né noi né altri popoli europei potremmo sopportare. Ma non a tempo indeterminato. La «pace dignitosa» (Zelensky) sarà un lungo cessate-il-fuoco, necessario per ricostruire il Paese e ridurre le probabilità di ripresa del massacro.

Segue la brutta notizia. Ci riguarda molto direttamente: quel che resterà dell’Ucraina dopo l’amputazione di un quinto del suo territorio già svuotato di circa metà della popolazione residente alla rifondazione come Repubblica indipendente (1991) non metterà solo in gioco la qualità della vita degli ucraini per diverse generazioni. Riguarderà anche la nostra reputazione, il nostro benessere, la nostra sicurezza.

Di noi italiani e di quegli europei che da quasi cinque anni sono in un conflitto a crescente intensità con la Russia, fortunosamente contenuto sotto la soglia dello scontro armato diretto. E senza l’America, che con Mosca cerca come sempre un accordo, non la guerra.

Odessa (Ucraina), 17 settembre: una donna nell'appartamento distrutto da un raid russo

Quanto alla reputazione: dopo aver solennemente stabilito che gli ucraini stanno combattendo per noi guardandoci bene dal combattere con loro, sarebbe così strano immaginare che all’annuncio del cessate-il-fuoco cessasse anche il nostro impegno per l’Ucraina? E che questo valesse in maggiore o minore misura per tutti i “volenterosi”, salvo di passaggio saccheggiare le risorse locali a disposizione nel caos post bellico?

Strano sarebbe il contrario. Ovvero contribuire attivamente alla salvezza degli ucraini e di quel che del loro Stato resterà. Fin qui la reputazione, cui non tutti tengono. Per esempio gli Stati Uniti, che almeno evitano di fare la morale ai clienti sedotti e abbandonati — afghani, iracheni, iraniani o quanti altri non riescono ad aggrapparsi alle code degli elicotteri in fuga.

Dnipro (Ucraina), 19 settembre: vigili del fuoco sul luogo di un attacco russo

Ma il dovere di impegnarsi per salvare Kiev dal caos permanente risponde anche al più gelido calcolo dei nostri interessi strategici ed economici. Preferiamo non immaginare quale sarebbe il nostro futuro se l’Ucraina, grande quasi due volte l’Italia e a meno di due ore di volo da noi, sprofondasse in un buco nero nel quale prospererebbero oligarchi vecchi e nuovi armati fino ai denti, al servizio di potenze opposte, nel clima di corruzione pervasiva che ci raccontano le cronache, con i vicini non solo russi pronti a rosicchiarne spazi e ricchezze.

A quel punto tra Trieste e il Donbass russo avremmo una Grande Balcania, sequenza di terre contestate, piagate da conflitti interminabili a varia intensità. Altro che ex Jugoslavia.

Prima e seconda guerra mondiale ruotarono sul destino dell’Ucraina contesa fra russi e tedeschi. Vogliamo vedere chi vince il terzo round?

Soldati ucraini al fronte nel Donetsk

Questa deriva non è un destino. Possiamo almeno limitarne gli effetti insieme ai “volenterosi” disposti a non giocare con le vite degli ucraini. E nostre (loro). Cominciando dall’abc: l’Ucraina senza Donbass può esistere — specie nel Nord-Ovest già asburgico pochi si straccerebbero per questo le vesti, al contrario. Ma l’Ucraina senza ucraini proprio no.

Ci sono circa 60 milioni di ucraini nel mondo (300mila circa in Italia). Di questi solo 20 o poco più — soprattutto donne — resistono in patria. O molti milioni di costoro, soprattutto uomini giovani, tornano in Ucraina, oppure il futuro si presenta tremendo per Kiev e oscuro per noi.

Infine, alla Russia stessa conviene salvare dalla morte per dissanguamento la preda ferita che sperava di catturare. Perché per Putin gli ucraini sono russi (di serie B, certo) con i quali l’impero avrà sempre a che fare. Eppoi, a Mosca qualcuno ricorda l’avvertimento del segretario di Stato Powell al presidente Bush junior, prima dell’attacco all’Iraq: «Se rompi il vaso, i cocci sono tuoi». Quale prezzo Putin farà ancora pagare alla Russia per non aver ascoltato i suoi Powell?