
(Fabrizio Pezzani – lafionda.org) – La nascita, l’evoluzione e la decadenza dei partiti politici sono legate alla storia, le cui vicende imprimono reazioni di scontro o conducono a equilibri continuamente mutevoli in relazione ai cambiamenti sociali, ai disordini che ne possono conseguire e alle risposte che vi si possono dare. I problemi che determinano forme politiche diverse derivano sempre da reazioni e disordini dovuti alle guerre o alla crescente disuguaglianza, che un’errata e voluta redistribuzione della ricchezza finisce per alimentare, favorendo alcuni e condannando altri. Esiste così una relazione stretta tra solidità, coesione sociale e sviluppo economico durevole.
Con riferimento alla situazione attuale, caratterizzata da un’ampia divergenza nella ripartizione della ricchezza, si creano conflitti che fanno saltare le società, le quali nella storia collassano sempre per guerra o per conflitto di classe. Infatti, quando la concentrazione della ricchezza, come oggi, diventa insanabile, è del tutto evidente che «se una civiltà non ha superato lo stadio in cui il soddisfare un certo numero di suoi partecipi ha come presupposto l’oppressione di altri suoi partecipi, forse della loro maggioranza, è comprensibile che gli oppressi sviluppino un’intensa ostilità contro la civiltà, da essi consentita con il loro lavoro, ma dei cui beni ricevono una parte insufficiente. […] È inutile aggiungere che una civiltà che lascia insoddisfatti un così gran numero di suoi partecipi e li spinge alla rivolta non ha prospettive, né merita, di durare a lungo» (S. Freud, L’avvenire di un’illusione, 1927).
In questo senso, la storia dell’attuale Partito Democratico può essere letta in relazione a quella del PCI (Partito Comunista Italiano), da cui trae origine, per comprendere il senso della situazione attuale e in che misura esso sembri collocarsi al di fuori della storia, senza riuscire a capirla e interpretarla e a fornire le risposte richieste da una sfida epocale. Il PD, invece, cavalca posizioni marginali, incapaci di dare peso alla sua avventura politica, mentre oggi sarebbero presenti tutti i disagi sociali che avevano fatto del vecchio PCI una guida nel contrasto alle tante ingiustizie che soffocano una società. Al PD rimane incollato il vecchio zoccolo duro del PCI, che fatica a staccarsi dalla propria storia e contribuisce a mantenere il partito a galla, anche indipendentemente da chi lo governa.
Leggendo una parte di questa storia possiamo comprendere il senso di tali considerazioni e legarle alle vicissitudini storiche che hanno segnato il nostro tempo.
L’evoluzione delle politiche sociali conosce una svolta profonda alla fine della Prima guerra mondiale, quando gli imperi saltano e si dissolvono, lasciando spazio a nuove figure politiche. L’Europa in generale e l’Italia in particolare erano uscite distrutte da una guerra logorante, combattuta secondo criteri bellici antichi e superati che mandavano al massacro eserciti interi.
Il prezzo in termini di caduti era stato altissimo, così come i debiti di guerra; l’ampliamento del debito pubblico aveva portato alla svalutazione della lira fino al 40%, accompagnata da un’inflazione altissima. Queste vicende, insieme alla disoccupazione, alla riconversione industriale e alla questione dei reduci di guerra, rendevano la società una miscela esplosiva, pronta a saltare per difendere quel minimo che restava di libertà sociali. Così, il 21 gennaio 1921, come risposta a quelle richieste sociali, a Livorno nasce il Partito Comunista Italiano, guidato da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga, che presero il controllo del movimento avviando una forma di bolscevizzazione a seguito della Rivoluzione russa dell’ottobre 1917.
Sempre nel 1921, e sempre a seguito di disagi sociali divenuti inaccettabili, nasce il Partito Nazionale Fascista (PNF), come risposta e soluzione ai problemi; negli stessi anni e per ragioni analoghe nasce in Germania il partito nazista: nel 1920 si costituisce il Partito Nazionalsocialista Tedesco, con a capo Adolf Hitler.
Tutti questi movimenti nascono come risposta a una ritrovata libertà concessa dalla scomparsa degli imperi e dalla necessità di dare voce e forza alle esigenze sociali derivanti dalla guerra e dalle sue conseguenze. La storia si intreccia con i partiti politici, spinge alla loro creazione, li sostiene e li porta a dare risposte alla società. Ma quando manca la capacità di comprendere la storia che cambia, come oggi, si affonda nelle sabbie dell’immobilismo intellettuale. Ed è questa la profonda sfida che un mutato contesto storico pone a ciò che rimane delle antiche e dimenticate radici del vecchio PCI, che continua a essere sostenuto dal suo zoccolo duro, incapace di cambiare e di criticare il nuovo PD, così lontano dal suo vecchio ispiratore.
La svolta della Prima guerra mondiale lascia profonde spaccature, rivalità mai sopite e richieste alla politica rimaste inevase, tali da contribuire allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Alla fine di questa, la storia si ritroverà ancora una volta a fare i conti con nuove esigenze sociali ed economiche. In questo nuovo contesto il PCI ritrova il proprio agone sociale e, in Palmiro Togliatti, il suo nuovo leader. Togliatti fu di fatto l’artefice del nuovo partito e, dopo la proclamazione della Repubblica nel 1946 e l’introduzione del suffragio universale anche per le donne, il partito operò quale forza parlamentare opposta alla Democrazia Cristiana, dando comunque un contributo costruttivo nell’Assemblea Costituente. Il PCI si adoperò per ridurre le disuguaglianze e sostenere il lavoro operaio, contribuendo, insieme alle altre forze politiche, alla costruzione di un sistema di welfare che favorì lo sviluppo del dopoguerra e portò l’Italia tra i Paesi più sviluppati industrialmente. Il PCI rimaneva fortemente legato al PCUS sovietico, dal quale riceveva indicazioni, in una forma di sottomissione. Il Paese subì nel 1971 l’inflazione scatenata dagli USA dopo la fine del gold exchange standard e la subì senza opporre, colpevolmente, alcuna resistenza, creando il debito pubblico che continua a strangolarci.
La storia prosegue con i due partiti maggiori che iniziano a guardarsi sempre meno in cagnesco, grazie al nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, e a quello della DC, Aldo Moro. La possibile formazione del compromesso storico allarma la NATO e gli USA, che vedono malissimo un avvicinamento dell’Italia al Patto di Varsavia, e Aldo Moro ne fa le spese, venendo ucciso nel maggio del 1978. Il PCI si disimpegna dal fronte russo e Berlinguer affronta il grave problema della questione morale, accusando la DC di un clientelismo che crea e alimenta il debito pubblico attraverso i favori concessi in cambio delle preferenze politiche. Ha ragione, ma ancora oggi ne facciamo le spese, con partiti che pensano all’occupazione del potere attraverso favoritismi illeciti che non trovano condanna. Quanto siamo lontani, anche oggi, da quel Berlinguer che condannerebbe i suoi presunti discepoli, così privi di memoria storica.
Nel 1986 Michail Gorbačëv avvia un processo destinato a condurre alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, lanciando la glasnost’, la perestrojka e l’uskorenie per provare a impedire la caduta di un Paese soffocato dall’incapacità di affrontare un mondo che cambiava rapidamente, mentre la sua governance rimaneva inchiodata a principi e criteri condannati dalla storia. Così il PCI in Italia prova a staccarsi e ad adeguarsi con Occhetto quando, nel 1989, cade il Muro di Berlino e si avvia la fine dell’impero sovietico. Nel febbraio del 1991, conseguentemente, si scioglie il PCI e inizia una nuova storia, che ci vede protagonisti fino a oggi di un lento cambiamento e di un progressivo distacco dalle origini, ormai lontane, al seguito di nuove sirene.
Quello che fu un partito comunista in parte eterodiretto rimane eterodiretto, ma questa volta dalla parte opposta, cioè dagli USA, e le nuove sirene incantano gli spiriti del vecchio PCI, trascinandosi dietro con un filo di lana gli adepti del PD. Così i vari Clinton e Obama diventano i suggeritori di un partito che ha perso la memoria e la creatività che avevano caratterizzato la sua storia. I nuovi soggetti si ispirano a una storia che non è la loro, seguono esempi ma non una cultura e inneggiano a un’idea di libertà assoluta e unilaterale che sfugge a un pensiero critico e costruttivo, mostrando una totale mancanza di conoscenza della storia e di una strategia per affrontarla e dando l’idea di uno sfilacciamento non costruttivo, ma etereo.
Nessuna voce contraria emerge quando gli USA, che si credono onnipotenti, ci trascinano nella guerra dei Balcani e in quelle create ad arte in Afghanistan e in Iraq; sulla Libia la voce del partito non si sente, incapace di assumere una posizione.
Anche le posizioni in politica estera rimangono appiccicate alla notizia e finiscono così per seguire i media, che dettano la linea attraverso sondaggi capaci di governare il pensiero giorno per giorno, rendendo la politica una sorta di gara di surf, nella quale si scivola sull’onda del momento sempre più velocemente, senza capire che bisogna andare in profondità per comprendere i problemi e non rimanere perennemente a galla per sopravvivere.
In politica estera sembra che il PD sia inesistente e incapace di formulare proposte critiche: segue le decisioni di un’inadeguata von der Leyen, non riesce a prendere posizione sui misfatti in Medio Oriente e sulle stragi di Gaza e del Libano ed è incapace di muovere una critica a Israele, da cui sembra dipendere.
Nella guerra in Ucraina, la sua storia avrebbe dovuto aiutare il partito a comprendere la necessità di assumere una posizione meno diretta e più interlocutoria, ma sembra tutto inutile e ogni cosa si stempera in un assordante silenzio. La posizione di sudditanza nei confronti dei diverse blocchi di potere USA viene rispettata in modo servile, senza una critica, anche quando l’assedio inutile a Cuba spinge quel Paese verso una dissoluzione sociale ed economica. Quanto sono lontani i tempi in cui il vecchio PCI assumeva posizioni critiche e scomode, ma molto spesso giuste.
Quanto sono lontani i giorni di Berlinguer. Coloro che ne conservano la memoria e sono ancora legati a lui votano il PD, costituendo uno zoccolo duro incapace di guardare al dramma di un partito che dovrebbe prendersi cura del Paese e dei tanti sconfitti di una società ingiusta, invece di pensare al proprio piccolo orto; incapace di disegnare un programma come la storia gli richiederebbe, finisce per soffocare nel suo «campo ormai sempre più largo», che sembra un deserto di idee e un dramma per il Paese, il quale invocherebbe, se potesse, un nuovo Berlinguer.
Ci si ostina a considerare il Pd erede del SOLO Pci… e LA Margherita/DC?
Purtroppo è QUELLA la componente che ha fagocitato l’altra.
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