Ri-armiamoci e partite. Preparare la guerra o costruire la pace?
È davvero impossibile programmare un mondo nel quale una società più equa e giusta possa diventare essa stessa un deterrente al riarmo e alle guerre?

(Alessandro Danese – lafionda.org) – «Agire sulla difesa per proteggere gli europei, perché dobbiamo agire oggi. In un’epoca di rapidi cambiamenti geopolitici, l’Unione europea sta potenziando le attività per proteggere i suoi cittadini e rafforzare le sue capacità di difesa». E ancora: «La preparazione è fondamentale: assumere la responsabilità per la nostra sicurezza significa investire in una difesa solida, salvaguardare i nostri cittadini, garantire che si disponga delle risorse per agire quando necessario». È quanto si legge sul sito della Commissione europea a proposito di ReArm Europe, il piano comunitario che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro con l’obiettivo di potenziare, entro il 2030, le infrastrutture e le capacità di difesa dell’Unione Europea.
In sostanza, attraverso l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità e crescita, gli Stati membri possono aumentare la spesa per la difesa. Un incremento dell’1,5% del PIL destinato ai bilanci militari potrebbe creare un margine di bilancio di quasi 650 miliardi di euro in quattro anni. Il piano ReArm Europe è stato presentato il 4 marzo 2025 dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Da lì, come una locomotiva a vapore, è partita la corsa alla pace armata, a suon di bandiere arcobaleno sventolate su baionette lucide e con insospettabili pronti all’assalto all’arma bianca — o comunque pronti a dimostrare che l’unico modo per mantenere la pace sia prepararsi alla guerra: contro l’invasore, contro chi ci negherà i diritti o come forma di resistenza al tiranno. Ciascuno scelga pure la propria giustificazione e la utilizzi a uso e consumo per brandire l’arma della pace.
E pensare che ci si immaginava un mondo in cui la pace fosse un obiettivo comune e condiviso; un mondo la cui base non dovesse essere l’economia delle armi, ma un impegno collettivo per costruire uno Stato sociale funzionante e capace di ridurre le disparità. Un sistema economico in grado di estirpare alla radice le condizioni che alimentano ogni velleità guerrafondaia. Si cerca la misura della sicurezza solo nella capacità di difendersi dalla guerra, ma la vera sicurezza risiede nel saper costruire una società che la renda meno probabile.
Tutto sbagliato?
Forse lo si sapeva già molti secoli fa. Alla fine del IV secolo d.C., lo scrittore romano Flavio Vegezio Renato, nell’Epitoma rei militaris, formulava un concetto destinato ad arrivare intatto fino ai giorni nostri: «Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum» — «Dunque, chi desidera la pace, prepari la guerra». Un concetto semplice e, per certi versi, letale che, dopo secoli di errori e orrori commessi dall’uomo — dai quali sembra sempre più difficile imparare —, non è affatto tramontato.
Mancano gli strumenti? Manca la volontà? Oppure l’interesse comune punta verso qualcosa di diverso?
È davvero impossibile immaginare un mondo nel quale una società più equa e giusta possa diventare essa stessa un deterrente alla guerra? Un mondo in cui la sicurezza non si misuri soltanto dalla quantità di armi possedute, ma anche dalla capacità di garantire ai cittadini dignità, lavoro, salute, istruzione, casa e futuro? Domande forse retoriche, perché alla fine la scelta è politica. Ma allora, a che punto siamo? L’economia della guerra offre davvero più margini di un’economia della pace?
E soprattutto: perché l’uomo continua, imperterrito, a scegliere la strada della pace armata invece di costruire le condizioni economiche, sociali e politiche capaci di rendere la guerra sempre meno necessaria e conveniente?
Partiamo da una riflessione: l’uomo, nonostante secoli di storia e progresso, non sembra essere riuscito a costruire una pace stabile attraverso la sola volontà. Viviamo ancora in un mondo profondamente diviso, caratterizzato da forti disuguaglianze economiche e sociali, sia all’interno dei singoli Stati sia tra le diverse nazioni. Esiste un disequilibrio che appare ormai insostenibile. È possibile immaginare un meccanismo capace di rendere la pace strutturalmente più forte della guerra?
Risposta: Sì, ma non attraverso un semplice sistema volto all’eliminazione delle armi. La guerra è spesso la conseguenza finale di problemi più profondi: disuguaglianza, paura, esclusione, competizione per le risorse e concentrazione del potere. Per questo bisognerebbe costruire un sistema nel quale la pace sia incorporata nelle regole stesse della società e non dipenda esclusivamente dalla buona volontà dei governanti.
Se volessimo trasformare questa idea in qualcosa di concreto, da dove dovremmo partire? Sarebbe realistico iniziare da un singolo Stato, affrontando prima le disuguaglianze interne, per poi estendere progressivamente il modello a livello internazionale?
Risposta: Sarebbe probabilmente la strada più realistica. Si potrebbe partire da uno Stato democratico e creare un Indice Nazionale di Equilibrio, capace di misurare continuamente povertà, reddito, sanità, istruzione, occupazione, abitazione, infrastrutture e accesso ai servizi. Le risorse pubbliche verrebbero indirizzate prioritariamente verso le aree più svantaggiate e vincolate a risultati concreti. L’obiettivo non sarebbe rendere tutti uguali, ma garantire a ogni persona una soglia minima di dignità e opportunità, indipendentemente dalla famiglia o dal territorio in cui nasce.
Pensando alla situazione concreta dell’Italia — con le sue differenze territoriali, il debito pubblico, l’invecchiamento della popolazione e le difficoltà del sistema politico —, pensi che un progetto del genere sia realmente attuabile? E quali sarebbero le principali condizioni necessarie?
Risposta: Sì, ma non tutto contemporaneamente. Un’architettura iniziale potrebbe essere realizzata gradualmente. Il progetto dovrebbe superare la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra, poiché contiene elementi di entrambe: redistribuzione e servizi universali, ma anche impresa, innovazione, produttività, sicurezza ed efficienza dello Stato. Non servirebbe necessariamente un nuovo partito, bensì un patto nazionale di lungo periodo basato su obiettivi misurabili. L’IA potrebbe aiutare a individuare gli squilibri e prevedere le crisi, diventando una sorta di sistema nervoso dello Stato, senza però sostituirsi alla politica e alla democrazia.
Se questo modello funzionasse in Italia, come potremmo estenderlo al resto del mondo senza indulgere nell’ipotesi astratta di un governo mondiale?
Risposta: Attraverso una progressione: Italia → gruppo di Stati europei → Unione Europea → G20 → ONU. Gli Stati potrebbero aderire volontariamente a standard comuni riguardanti dignità, trasparenza, servizi essenziali, riduzione delle disuguaglianze e prevenzione dei conflitti. Non sarebbe necessario imporre un unico modello politico o economico: si potrebbe invece costruire una rete internazionale in cui la cooperazione produca vantaggi concreti e la violazione delle regole comuni comporti costi economici e diplomatici.
Torniamo allora alla questione centrale: è più conveniente, per l’umanità, un’economia di pace oppure un’economia di guerra? E se la prima produce maggiore benessere nel lungo periodo, perché assistiamo invece a un aumento delle spese militari e delle tensioni internazionali?
Risposta: Nel lungo periodo, un’economia di pace è potenzialmente molto più vantaggiosa per la società nel suo complesso, perché consente di investire maggiormente in istruzione, sanità, infrastrutture, ricerca, produttività e benessere. L’economia di guerra, tuttavia, può produrre vantaggi immediati e concentrati per determinati Stati, industrie e gruppi economici. Inoltre, esiste il cosiddetto dilemma della sicurezza: uno Stato aumenta le proprie capacità militari perché teme gli altri; gli altri, vedendolo armarsi, aumentano a loro volta le proprie. Si innesca così un circolo vizioso nel quale nessuno desidera necessariamente la guerra, ma tutti contribuiscono ad alimentare il riarmo.
Ed è proprio questo che mi porta a una domanda ancora più profonda. Se molte delle soluzioni che stiamo individuando sono già note all’umanità, perché non vengono applicate? L’uomo sa che la guerra distrugge, che la prevenzione è meno costosa della ricostruzione, che istruzione e salute producono sviluppo e che la cooperazione genera maggiore ricchezza. Perché allora continua a scegliere strade che vanno contro il bene collettivo?
Risposta: Perché conoscere ciò che sarebbe meglio per tutti non significa necessariamente riuscire a realizzarlo. Gli esseri umani prendono decisioni all’interno di sistemi caratterizzati da interessi diversi, paura, competizione, ricerca del consenso, necessità economiche immediate e concentrazione del potere. Una soluzione può essere vantaggiosa per la collettività nel lungo periodo, ma svantaggiosa per alcuni gruppi nel breve periodo. E proprio quei gruppi possono avere maggiori possibilità di influenzare le decisioni. Non bisogna però ridurre tutto alla semplice idea che «pochi decidono per tutti»: esistono meccanismi molto più complessi, come governi che temono altri governi, imprese che devono mantenere la propria competitività, cittadini che temono di perdere ciò che possiedono e istituzioni che faticano a cambiare. Il problema, quindi, è anche strutturale: il sistema può produrre risultati che nessuno, preso singolarmente, considera davvero ottimali.
Così il problema dell’umanità potrebbe non essere tanto la mancanza di conoscenza, quanto l’incapacità di trasformare quella conoscenza in un sistema di regole e istituzioni capace di orientare gli interessi individuali verso il bene collettivo?
Risposta: Esattamente. L’umanità possiede già un’enorme quantità di conoscenze sulla cooperazione, sull’economia, sulla prevenzione dei conflitti, sulla democrazia e sulla riduzione delle disuguaglianze. Il problema è trasformarle in meccanismi che funzionino anche quando gli esseri umani non sono altruisti. Ed è qui che potrebbe entrare in gioco l’intelligenza artificiale: non come governo dell’umanità, ma come strumento capace di mettere insieme le conoscenze, individuare le contraddizioni, simulare le conseguenze e mostrare le alternative.
Allora la vera domanda non dovrebbe essere semplicemente «come rendere gli uomini migliori?», ma «come costruire un sistema nel quale anche uomini imperfetti siano incentivati a cooperare invece di distruggersi a vicenda?».
Risposta: Sì. Ed è probabilmente questa la conclusione più importante di tutta la nostra riflessione. Non dobbiamo aspettare che l’umanità diventi improvvisamente altruista: dobbiamo progettare istituzioni nelle quali perseguire il proprio interesse non significhi necessariamente danneggiare gli altri. La pace, quindi, non dovrebbe essere soltanto un ideale morale, ma diventare la scelta economicamente, socialmente e politicamente più conveniente. Il vero obiettivo non sarebbe semplicemente eliminare la guerra, ma trasformare il sistema che la rende possibile e, in alcuni casi, conveniente:
disuguaglianza → esclusione → paura → competizione → riarmo → conflitto
dovrebbe essere progressivamente sostituito da:
equilibrio → sicurezza → cooperazione → investimento → sviluppo → maggiore stabilità
In definitiva, l’umanità non sembra avere bisogno soltanto di nuove tecnologie o di nuove idee. Ha bisogno di un modo diverso di organizzare il proprio potere e i propri incentivi. E forse il vero ruolo dell’intelligenza artificiale non sarà quello di decidere al posto dell’uomo, ma di aiutarlo a vedere con maggiore chiarezza le conseguenze delle proprie scelte e le contraddizioni del sistema che lui stesso ha costruito.
Possiamo fidarci: le risposte alle mie domande sono state generate da un’intelligenza artificiale, a sua volta programmata e sviluppata sulla base della conoscenza umana. Dunque, risposte che sembrano di buon senso sono già patrimonio dell’uomo, eppure facciamo così tanta fatica ad applicarle.
E qui sta forse il paradosso più grande: l’intelligenza artificiale non ha inventato queste soluzioni. Le ha semplicemente ricavate, ricomposte e restituite utilizzando conoscenze che l’uomo ha prodotto nel corso della propria storia.
Conosciamo la strada della pace. Eppure, chi governa il mondo continua a imboccare la via più facile, scegliendo ostinatamente di non costruire le condizioni politiche ed economiche necessarie a rendere la pace, la cooperazione e l’equilibrio più convenienti della guerra e della contrapposizione.
Una scelta politica ed economica che viene, all’occorrenza, indorata e legittimata anche con il benestare di intellettuali stranamente — e talvolta notoriamente — di sinistra.
Poi, tutti insieme, felici e contenti, si torna a suonare la carica tra diritti da difendere, tiranni da respingere e resistenze che, seppur legittime, per troppi restano strillate nei megafoni di piazze no sense o, peggio, nel microfono di uno studio televisivo. Discorsi che, come sempre, celano quello che poi, nel concreto, si traduce nel più grande dei classici: «ri-armiamoci e partite».
La guerra la fanno sempre i figli degli altri.