Un delitto via l’altro. Un cadavere via l’altro. Anche quello di una tv che sapeva ancora, a fatica, fare ascolti col pensiero. Non con le opere. Soprattutto: non con le omissioni

(Luca Bottura – editorialedomani.it) – Alla fine, dobbiamo ringraziare Bruno Vespa. Perché quando divenne direttore del Tg1 – unica nota di rilievo: rinominare la testata in “Telegiornale Uno” e piazzare dietro al conduttore una redazione finta ideata da Gianni Boncompagni – disse la più rotonda delle verità: il suo editore era la Dc. Non il Parlamento, non gli italiani che pagavano il canone. Proprio la Dc. A seguire, avremmo conosciuto, grazie alle intercettazioni, un’altra verità: ai potenti di turno Vespa cuciva addosso le puntate come un vestito sartoriale. Fosse Gianfranco Fini, come in quella chiamata. Fosse, a giudicare da ogni singola puntata del suo piccolo impero, chiunque rivestisse un ruolo gerarchico da esibire a favore di camera pubblica.
Magari in odor di santità, o su una scrivania di ciliegio. Ma la verità è che i voti, in tv, non li ha mai mossi Vespa. Non lui. Non i telegiornali bulgari come quelli dei Chiocci di turno, che comunque in quanto a “vestitini” per Fini non scherzano. Non i talk show a cui ciò che resta del progressismo si presta nella veste di ostaggio, o di utile idiota, in una narrazione aritmetica che fa passare per fesso chi porta un minimo di buon senso e come difensori del popolo quelli che urlano il cosiddetto senso comune. Non solo, almeno. I voti, in tv, li muove chi da trent’anni quel senso comune ha plasmato e creato sulla paura. Da Pino Nano in poi.
Percepisco l’obiezione: chi? Pino Nano fu l’inviato de La cronaca in diretta, il programma di Piero Vigorelli che prese il posto nel pomeriggio di Raidue dei giochi per ragazzi sin lì condotti da Fabrizio Frizzi et similia, o dei programmi di musica live ideati da Renzo Arbore.
Chi era Piero Vigorelli? Piero Vigorelli era un signore con l’etica giornalistica di un frontale sull’A1, primo a capire che fatturare paura, squadernare la cronaca nera più becera, inchiodare gli italiani ai timori da lui stesso creati, avrebbe portato ascolti. E un pubblico pronto per votare chi quei timori avrebbe promesso di arginare. Il giorno del trionfo berlusconiano, girava per i corridoi Rai brandendo una bandiera di Forza Italia. Divenne direttore dei tg regionali in quota Arcore. Scelse come sigla Also sprach Zarathustra.
Da allora, la campagna elettorale permanente è proseguita allargandosi a macchia d’olio. Ed è ricominciata puntuale in questo ennesimo settembre nero. Dalle Ore 11 alle Ore 14, alle Ore 14 Sera, niente più Verità nascoste: siamo saturati di Storie italiane. Le ultime su Garlasco, i femminicidi più acrobatici, i gioiellieri pistoleri a buona ragione, i migranti brutti e cattivi, gli Olindo, le Rose, le Amande.
Ogni volta che emerge un nuovo “ammazzamento”, mi verrebbe di controllare dov’erano certi conduttori a quell’ora. L’alibi. Che certamente non hanno per aver assorbito questo pensiero unico del sangue diffuso. Il motore, a ben vedere, di un trasloco di massa: dalla ricerca del consenso alla direzione del dissenso.
La scomparsa Raitre di Guglielmi aveva deciso di mediare lo sprofondo con la cultura, l’intelligenza. Senza rinunciare all’ascolto. Il Telefono Giallo di Corrado Augias, il Chi l’ha visto sopravvissuto fino a oggi (speriamo), il Blu notte di Carlo Lucarelli che sta per riapparire probabilmente per un deficit attenzionale di chi non ricorda la versione originale. Il resto, pubblico o privato che sia, è carneficina intellettuale.

Una compagnia di giro che trasloca da un programma all’altro, dipende da chi paga di più, non dissimile da certe trasmissioni sul calcio che infestano le tv private. Solo che là si parla di moviola in campo, qui si orienta la coscienza democratica di chi le vede. Ancora peggio se il canale è pubblico, dacché è lì che un anfratto primordiale collocherebbe un minimo di senso del limite, di afflato – se non pedagogico – almeno non diseducativo.
Poi ovviamente, al netto di questa campagna elettorale strisciante, permanente, cogente, devastante, ma teoricamente subliminale, c’è anche chi ha voluto metterci la didascalia. Prima il problema (i ne*ri), poi la soluzione: Salvini in studio. Drenando attenzione, ascolti, addirittura un concetto del tutto desueto in questo paese familista e raccomandato: la concorrenza. Quel qualcuno si chiama Milo Infante, vicedirettore di Rai 2 (per tutti in quota Lega, ma per lui no) che ha profittato con un talento quasi belluino di quanto costruito da Vigorelli in poi. L’ha apparecchiato per il suo referente politico (per tutti diretto, ma per lui no). Quindi ha strappato un contrattone Mediaset.
A illustrare il senso etico di Infante, già cronista dell’Indipendente addetto a insultare il centro sociale Leoncavallo, basti il promo Instagram del suo nuovo programma su Rete 4: l’ha registrato, mentre lo smontavano, nello studio da cui andava in onda quando era in Rai. Ma forse anche lui, come Vespa, va ringraziato. Ce l’ha detto, chi era il suo editore de facto. Ci ha detto anche che, alla fine, Mediaset e Rai sono diventati la pozzanghera – enorme – di ascolti e consenso da cui esce l’attuale opinione pubblica italiana. Un delitto via l’altro. Un cadavere via l’altro. Anche quello di una tv che sapeva ancora, a fatica, fare ascolti col pensiero. Non con le opere. Soprattutto: non con le omissioni.