Ritorna, nell’ordine del tempo che si ricostituisce e delle vergogne, più o meno scoperte, che ricompongono la storia della Repubblica, l’uomo che sa ciò che non si può sapere, il detentore ufficiale del segreto, ora manovratore, ora manipolatore, virtuoso oppure vizioso, a seconda dei casi

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Un faccendiere è per sempre. Ritorna, nell’ordine del tempo che si ricostituisce e delle vergogne, più o meno scoperte, che ricompongono la storia della Repubblica, l’uomo che sa ciò che non si può sapere, il detentore ufficiale del segreto, ora manovratore, ora manipolatore, virtuoso oppure vizioso, a seconda dei casi. Ancora impelagati nell’estensione ombrata della vicenda Ranucci, con Lavitola Valter, tecnico dell’acquisizione politica attraverso il cash (siamo nell’era Berlusconi), pregiudicato e pregiudizievole amico di Sigfrido, che s’affaccia sul proscenio Luigi Bisignani, appena settantenne.
Bisignani, a differenza di Lavitola, è l’anguilla parolaia, il principe del “non so ma potrebbe essere”, il custode geloso delle marmitte catalitiche della Democrazia cristiana. Orecchio sopraffino col quale studiava i rumori di fondo della Repubblica, già associato a Gelli, già associato ad Andreotti, poi associato agli industriali, poi al carcere. Oggi impegnato, secondo la procura, a sfilare la Lazio a Claudio Lotito, senatore di Forza Italia, un altro campione della trasparenza. Sia Lavitola che Bisignani hanno mostrato un amore viscerale per il giornalismo. Il primo si autonomina direttore dell’Avanti, nella fortunata edizione domenicale, comprendendo che il fondo del problema sono gli aiuti di Stato a favore dell’editoria. Bisignani inizia all’Ansa, poi capufficio stampa del ministro Stammati, poi passa a Italia 90 con Luca di Montenzemolo. Poi stop. I guai giudiziari e infine l’ordine dei giornalisti che decide la radiazione.
In questo Risorgimento della faccenderia, chiamiamo così l’impasto fangoso del potere, degli affari, delle ambizioni, e anche dei tradimenti si elevano altre ombre che risolvono, a favore di telecamere, il principio e il destino della Repubblica. Ricordiamo solo per la cronaca ingenuamente spionistica che l’ex agente segreto Marco Mancini, detentore, in nome degli uffici, di chissà quanti segreti della Repubblica e ritratto in una stazione di servizio con Matteo Renzi mentre hanno scambi di doni. Foto impugnata da Report, il cui conduttore è Ranucci col quale, s’è detto, collaborasse Lavitola, nella veste di consigliori anche politico e bombarolo di nascosto secondo i magistrati.
Detto che i re faccendieri, per curriculum vitae restano Bisignani e Lavitola, bisogna annotare, per completezza dell’informazione, che nel registro delle ombre figura l’ex regista del calcio italiano, Luciano Moggi, altro superpotente manager ai tempi della Juve poi – in seguito agli scandali – prepensionato. Egli è stato visto e ritratto – lui oggetto di enorme disistima da parte dei romanisti che gli imputano di aver fatto in passato marachelle ai danni della Roma – a colloquio con Gian Piero Gasperini, l’uomo nuovo proprio della Roma, anzi l’idolo attuale romanista, il santo per adesso intoccabile. L’ombra quindi si rincorre, la storia si replica ci riporta innanzi alla nuda realtà: un faccendiere è per sempre.