
(Giancarlo Selmi) – Trump ha promesso che, se i Repubblicani vinceranno sia alla Camera sia al Senato nelle prossime elezioni di midterm, ogni cittadino americano adulto riceverà un “dividendo Trump” di 5.000 dollari. Facciamo un calcolo semplice: gli adulti negli Stati Uniti sono circa 273 milioni. Moltiplicati per 5.000 dollari fanno 1.365 miliardi di dollari. Milletrecentosessantacinque miliardi.
Non una proposta dettagliata. Non una legge accompagnata dalle coperture. Non un piano che spieghi da dove arrivino i soldi, chi ne abbia diritto, in quali tempi e con quali conseguenze sui conti pubblici. Solo una promessa gigantesca, lanciata dal palco con la leggerezza di chi offre da bere agli amici sapendo che il conto lo pagherà qualcun altro. Ma il punto non è neppure stabilire se Trump riuscirà davvero a distribuire quei soldi. Il punto è che può prometterli senza alcuna vergogna, sapendo che la promessa farà il giro del mondo molto più velocemente di qualsiasi verifica sulla sua realizzabilità. È la tecnica ormai consolidata delle destre: promettere la qualunque.
Promettere tutto a tutti, subito. Senza limiti, senza coperture, senza responsabilità. Tanto, quando arriverà il momento di mantenere, ci sarà sempre una spiegazione pronta: l’opposizione, i giudici, l’Europa, i burocrati, gli immigrati, i comunisti, la stampa ostile, i mercati, la guerra, la congiuntura internazionale. Qualcuno a cui attribuire la colpa si trova sempre. In Italia conosciamo benissimo il copione. Abbiamo avuto i 1.000 euro con un click, la cancellazione delle accise sui carburanti e tutte le altre promesse consegnate agli elettori con la stessa facilità con cui si pubblica una storia sui social. Poi Giorgia Meloni è arrivata al governo e il click non ha prodotto i 1.000 euro, le accise non sono scomparse e molte promesse si sono trasformate in spiegazioni sul perché non fosse possibile mantenerle.
Prima del voto era tutto semplice, dopo il voto è diventato tutto tremendamente complicato. Il vero capolavoro politico sta qui: trasformare ogni cosa in parole e liberare le parole da qualsiasi obbligo verso i fatti. Non importa ciò che realizzi, importa ciò che riesci a far credere. Non importa se la promessa è sostenibile, importa che sia efficace. Non importa se hai mantenuto ciò che avevi garantito ieri, basta trovare uno slogan abbastanza forte da far dimenticare quello di ieri e sostituirlo con una nuova promessa per domani. La politica non viene più giudicata sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. Vince chi inventa lo slogan più semplice, più rumoroso, più seducente. Anche quando è economicamente assurdo, istituzionalmente impraticabile o apertamente contraddetto da ciò che quello stesso partito ha fatto una volta arrivato al potere.
Perché una promessa impossibile può vincere le elezioni, sì. Ma la realtà arriva dopo. Così Trump può mettere sul tavolo 1.365 miliardi di dollari come fossero buoni sconto del supermercato. E se quei 5.000 dollari non arriveranno, la responsabilità non sarà sua: sarà di qualcuno che gli avrà impedito di mantenere la promessa. Il meccanismo è perfetto, perché chi promette incassa subito il consenso, mentre chi chiede conto dei risultati viene accusato di remare contro. Promettere è gratis. Governare costa. E il conto lo pagano sempre gli altri. A questo punto manca soltanto lo slogan definitivo: “cchiù pilu e 5.000 dollari per tutti”. Cetto La Qualunque, dopo aver vinto qualche elezione in Italia, ha evidentemente allargato gli orizzonti. Ed è diventato presidente degli Stati Uniti.
La tragedia? I tanti, troppi boccaloni che ci credono, negli USA come in Italia.
Selmi il pannocchia ci sta copiando…. ai miei tempi chi votva PCI andava all’inferno come “materialista”..poi venne silvio che prometteva un milione al mese al minimo delle pensioni…. “ricorsi storici”
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