(Umberto Vincenti – lafionda.org) – Il recente voto islandese, che ha negato l’accesso all’UE da parte dell’Islanda, può essere analizzato da vari punti vista. Su Il fatto quotidiano Stefano Fassina lo ha ricondotto essenzialmente all’indisponibilità degli islandesi a rinunciare a una parte significativa della propria sovranità nazionale, con tutto il corredo connesso di storia, cultura e tradizioni. Su La Fionda ne aveva già scritto Giulio Di Donato, lodando indirettamente la scelta degli islandesi nel quadro di una critica alle ulteriori spinte in senso sovranazionale. Istanze di cambiamento come il passaggio dal principio unanimistico a quello maggioritario sono infatti funzionali, tra l’altro, a consegnare a Bruxelles le decisioni sulla politica estera e sulla sicurezza nei ventisette Stati dell’Unione. Nel complesso il voto di domenica è stata un’ottima occasione per criticare il vincolo esterno, ma senza che si siano introdotte particolari novità. D’altra parte, in Italia molti credono che l’UE sia quella che ci salverà dalla perdizione e allora si battono perché riesca a conquistare prerogative sempre maggiori (e, in effetti, negli ultimi abbiamo assistito al suo notevole rafforzamento).

 Tuttavia, da noi i fautori dell’UE sono essi stessi i figli della nostra storia nazionale: una storia intrisa di mille divisioni ataviche, una storia di scarsa o nessuna identità comune, una storia anche levantina connotata com’è da inaffidabilità provata, ma anche da scarsa autonomia e inveterata disposizione a rimettersi al governo forestiero. Sotto vi è la convinzione che, come in passato, da soli non ce la possiamo fare. Una storia un po’ diversa da quella della Francia, della Spagna, della Germania, ma anche dell’Olanda, della Svezia o della Danimarca. Questo è il nostro DNA. Anche il governo Meloni non ha poi variato molto: una Presidente del Consiglio, nei fatti, europeista e molto filo-americana. Come ammettere che abbiamo bisogno di chi è più forte di noi. E, del resto, chi vuole più di tutti l’abolizione dell’unanimità? Guarda caso, gli Stati più forti: Francia e Germania. È la politica atavica delle tradizionali potenze europee che semplicemente si ricicla sotto una nuova forma.

 In sede internazionale contano ancor oggi solo o quasi i rapporti di forza: prendiamone atto e prendiamo pure atto che non siamo i più forti e se non lo siamo è anche colpa nostra, oltre che di chi ci governa e di chi ci ha governato. Questa è la premessa per capire perché siamo costretti a stare in Europa contando assai poco. E anche perché, non riuscendo ad alzare la testa, ci proclamiamo, come Paese, convintamente europeisti, anche se magari tanti non avvertono, o non riescono a vedere, i grandi vantaggi derivanti a noi da questa UE.

 Sulla questione della richiesta dell’unanimità però la questione non è affatto politica, ma tecnica (anche se la tecnica corrisponde all’utile del più forte). L’UE fatica a decidere e, ancor più, ad essere e dimostrarsi unita. Potrebbe forse essere diversamente non essendoci un filo storico-culturale che unisca i ventisette? Si vuole imbarcare anche l’Ucraina, però; e si vuole, al contempo, favorire l’unificazione. Un progetto politicamente così irrazionale che ci fa dubitare dell’intelligenza degli uomini e delle donne di Bruxelles. Non si può volere e, allo stesso tempo, non volere. Ma tornando all’unanimità si capisce che da Bruxelles (la burocrazia corporata), da Parigi, da Berlino si spinga per le decisioni a maggioranza: tecnicamente c’è un’istituzione sovranazionale di cui tutti a parole sostengono che debba fare di più. Allora, tecnicamente, è congruo abrogare l’unanimità. Anche qui non si può volere l’Europa e volere più Europa e poi non volere le deliberazioni a maggioranza.

 La confusione regna sovrana. Occorre mettere ordine. Trattandosi di sovranità nazionali, cioè di appartenenze dei singoli popoli europei, è a questi che si deve chiedere che vogliono fare. Non si può decidere su quel che è altrui senza quest’ultimo, cioè senza il titolare: principio fondante dello stato di diritto. Ciò che tocca tutti deve essere deciso da tutti, qualcuno se lo ricorderà, credo. Gli Irlandesi se lo sono ricordato, per esempio. Ma se lo erano ricordato anche gli Inglesi (Brexit) e anche i Francesi (quando respinsero il progetto di costituzione europea). In Italia ce lo siamo proprio dimenticati: lo abbiamo appena detto, questa è la nostra tradizione nazionale.