Nonostante le minori spese per i seggi ridotti di un terzo, i bilanci ottengono dal Tesoro le stesse cifre: 943 milioni l’anno per Montecitorio, 505 milioni per il Senato

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – Sono magie della politica. Non è vero che il taglio del 36,5 per cento del numero dei parlamentari non abbia prodotto alcun risparmio. Ma per mantenere le Camere gli italiani spendono sempre gli stessi soldi. Tanti, troppi. Ed è un fenomeno che assai difficilmente si potrebbe definire normale.

È sufficiente dare un’occhiata ai bilanci della Camera e del Senato: da anni le amministrazioni di Montecitorio e palazzo Madama, nonostante le minori spese per gli onorevoli (il cui numero, come detto, è stato ridotto di ben oltre un terzo) continuano a chiedere al Tesoro sempre le medesime cifre di prima per mandare avanti la baracca. Senza che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, per le ragioni che verranno spiegate, possano rifiutarsi di accogliere quelle richieste.

E che cifre: 943 milioni l’anno per la Camera dei deputati, 505 milioni per il Senato. Per un totale di un miliardo 448 milioni. Vi chiederete come sia possibile che gli eventuali risparmi non si riflettano con la necessaria evidenza sul bilancio dello Stato, ed è una domanda pertinente. Lo è tanto più riascoltando le promesse di mirabolanti risparmi per i cittadini fatte dai sostenitori del referendum costituzionale che ha certificato il taglio voluto dal Movimento 5 stelle e assecondato da molte altre forze politiche.

Come però appare pertinente anche la risposta: i soldi in più non vengono buttati, ma si mettono da parte. Ma di quanti denari si sta parlando? Il bilancio 2026 della Camera, approvato a metà giugno, dice al proposito qualcosa di interessante. La voce che interessa si chiama «avanzo di amministrazione», e raggiunge quest’anno per la sola assemblea di Montecitorio una cifra impressionante: poco meno di mezzo miliardo. Per l’esattezza, 496,7 milioni di euro. Ed è in crescita continua. Basta dire che nel solo anno 2025, dice il documento contabile della Camera, questo «avanzo di amministrazione» è aumentato di ben 68,1 milioni. Quanto al Senato, il bilancio non dichiara l’ammontare dell’avanzo: sappiamo però che all’inizio del 2025 c’erano in cassa più di 50 milioni. Un viatico niente male per le spese dello scorso anno, e che si è andato ad aggiungere alla dotazione annuale.

I questori, che hanno il compito di sovrintendere alla corretta gestione delle risorse fornite dai contribuenti, continuano a rivendicare successi straordinari nella riduzione dei costi, senza che questo si rifletta sui conti pubblici. Se non per il mancato adeguamento all’inflazione. Come mettono nero su bianco i questori del Senato nel bilancio del 2025, rimarcando che il solo adeguamento alle dinamiche inflazionistiche avrebbe fatto lievitare la dotazione della Camera alta a 650 milioni.

Talvolta si ricorre pure a qualche (involontario?) gioco delle tre carte. Come quando, nel bilancio di previsione del 2026 dell’assemblea di Montecitorio, i questori scrivono che «una comparazione di più lungo periodo evidenzia quanto sia stato significativo il contenimento della spesa per il personale».

Sottolineando con le cifre come le progressioni degli stipendi siano state messe così giudiziosamente sotto controllo da evidenziare un calo del 22,81 per cento del monte stipendi dei dipendenti rispetto al 2013. Senza però dire che nel 2013 il numero del personale a tempo indeterminato della Camera raggiungeva 1.494, cioè il 25,7 per cento in più dei 1.188 dichiarati a luglio del 2026 nel sito della medesima Camera alla voce «trasparenza». Il che metterebbe in luce una evoluzione quasi contraria rispetto a quella sbandierata con tanto orgoglio.

Del resto, se è vero che alla Camera con 230 deputati in meno anche la spesa per le indennità degli onorevoli è risultata ovviamente inferiore a prima del 2023, il problema resta quella conosciuta con il termine tecnico di «autodichìa». Ovvero, il sistema che regola il funzionamento degli organi costituzionali impedendo qualunque interferenza esterna sulle regole che gli stessi organi costituzionali confezionano in completa autonomia per sé stessi. A cominciare proprio dalla gestione economica: ed è questa la ragione per cui il ministero dell’Economia non ha il potere di ridurre di propria iniziativa la dotazione finanziaria richiesta ogni anno dalle Camere. Regole diverse che non riguardano soltanto il trattamento economico e i privilegi tuttora esistenti a vantaggio dei rappresentanti eletti dai cittadini, ma anche il funzionamento della macchina.

Per dirne una, i bilanci delle Camere non possono venire sottoposti a controlli esterni: la Corte dei conti, per capirci, non può metterci becco. E se questo principio può essere effettivamente considerato una garanzia di indipendenza, la sua estensione agli apparati non strettamente politici si presta ovviamente a molte osservazioni. Gli stipendi del personale, per esempio, e le disposizioni interne alle Camere che regolano lo sviluppo delle retribuzioni. Se dividiamo per il numero dei dipendenti in servizio la somma stanziata dalla Camera in bilancio necessaria a retribuire il personale (207,3 milioni), si ottiene un importo medio superiore a 174 mila euro lordo l’anno pro-capite, quattro o cinque volte superiore alla media delle retribuzioni del pubblico impiego. E il dato medio va letteralmente in orbita a palazzo Madama, dove i 584 dipendenti (situazione al primo gennaio 2026) si spartiranno, dice il bilancio, 127 milioni: 218 mila euro pro-capite. Chiaramente il personale della Camera e del Senato risulta altamente specializzato, con compensi proporzionati alla qualità e alla responsabilità del lavoro e delle funzioni. Ma resta il fatto che quell’importo medio, grazie a dinamiche contrattuali senza alcun raffronto nel settore statale, è ben superiore perfino alla media della dirigenza del pubblico impiego.

Poi ci sono le pensioni, la palla al piede delle Camere. Ecco la voce che fa lievitare senza soluzione di continuità le spese delle Camere, anche perché il Parlamento italiano, a differenza di altri Parlamenti di democrazie occidentali, paga sui propri bilanci non soltanto i vitalizi degli ex onorevoli. Ma anche le pensioni degli ex dipendenti. E queste, sempre per il principio dell’«autodichìa», seguono regole che i comuni mortali pensionati pubblici dell’Inps possono soltanto invidiare. Nei prossimi due anni la spesa nel bilancio della Camera per le pensioni degli ex dipendenti è prevista salire da 341 a 357 milioni di euro, mentre l’impegno finanziario per i vitalizi degli ex onorevoli crescerà da 130 a 137 milioni. Con un incremento complessivo di 23 milioni, da 471 a 494 milioni, che porterebbe gli oneri a vario titolo previdenziali sul bilancio di Montecitorio a superare di slancio la metà del budget. Obiettivo che peraltro al Senato è stato già abbondantemente raggiunto. Dal 2025 la somma dei vitalizi pagati a palazzo Madama più le pensioni dei dipendenti ha sfondato senza ostacoli quota 254 milioni.

E qui, più che una questione economica, è una faccenda di equità. Una faccenda molto seria, soprattutto in una fase storica che mette a dura prova la sostenibilità del normale sistema previdenziale. Per questa ragione sarebbe necessaria una profonda riflessione sulla sopravvivenza di determinati privilegi, assolutamente distanti dalla realtà pensionistica italiana, in capo a una categoria circoscritta di dipendenti statali. Toccherebbe alla politica. O no?