Non era così intuitivo prevedere che il colpo di grazia al fu tubo catodico di Stato, ora schermo piatto nazionale, sarebbe arrivato dall’interno

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – Che nessuno si azzardi a dire, come usa la formula attualmente in voga, «non l’abbiamo vista arrivare». Cosa? La disfatta della televisione. L’avevamo vista arrivare, ma sembrava provenire da un’altra direzione. Si aspettavano con rassegnazione le bombe del digitale, i missili dell’algoritmo, le navi dello streaming e invece è sopraggiunto il fuoco amico, la guerra civile.
Non che tutto questo armamentario di disintermediazione non abbia raso al suolo gran parte della vecchia tv novecentesca con percentuali Auditel da capogiro, la Pax Raiana della prosperità, della verticalità e di Pippo Baudo. Ma non era così intuitivo prevedere che il colpo di grazia al fu tubo catodico di Stato, ora schermo piatto nazionale, dopo la grande battaglia del duopolio negli anni Ottanta da cui era uscita rediviva e ammaccata, sarebbe arrivato dall’interno.

Non c’è bisogno di aprire la parentesi Report e Ranucci, che per varietà di temi e di imbarazzi supera di gran lunga la media dimensione della polemica estiva e assume la forma gigantesca del tornado autunnale. Prendiamo giusto l’ultima novità del palinsesto, che non è una capriola di Brumotti in sella alla sua BMX né un’altra imperdibile stagione di BellaMa’ ma il possibile «bella lì» di Francesca Fagnani a mamma Rai.
Se due indizi sono una coincidenza, come la vogliamo considerare questa illustre sequela di addii al servizio pubblico collezionati nell’arco degli ultimi quattro anni, una prova di lungimiranza? Un asset strategico? Un regime change? Se c’è una lezione che ci insegna la grande fuga da viale Mazzini, con relativo danno di immagine e contenuto, è che alla fine non è «internet killed the video star». Sono sempre gli esseri umani, e le loro scelte più o meno sagge, i responsabili della distruzione di ciò che hanno creato. La tecnologia da sola non fa niente (per ora).
Sul titolo sono d’accordo ma sul contenuto neanche una sillaba. La Rai ha smesso di essere una produttrice di cultura da quando è entrata in competizione con la TV commerciale. Questo è avvenuto per volere di Craxi quando ha appoggiato le TV berlusconiane con concessioni scandalose e ancora più quando il personaggio di Arcore è entrato in politica e quindi al governo. Oggi le ho v sono vasi comunicanti in il peggio del peggio scorribanda da un cesso all’ altro con liquami e spazzatura . Resta d’imperio la presenza dei partiti che la occupano e ne fanno megafono menzognero dell’ interesse di parte . Il peggio si è visto e si vede riguardo ai conflitti in Ucraina,a Gaza e Iran , ma ormai c’è tanta assuefazione . La TV di stato deve ritornare ai suoi albori ed essere liberata dai partiti come tante altre istituzioni ed enti come disse a suo tempo un certo Berlinguer.
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Anche la vergogna è stata ormai sdoganata e al netto delle distrazioni di massa non rimane tempo per ragionare.
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La sua proposta mi sembra massimalista e difficilmente praticabile e forse anche poco fruibile. Di fronte allo squallido spettacolo attuale anche io posso provare nostalgia della tv di Bernabei, che in piccola parte posso ricordare o comunque conoscere ma era comunque una tv molto governativa, censurata e seriosa, non più riproducibile nè desiderabile, considerati i valori cui si ispirano i politici dei maggiori partiti.
Io purtroppo, mio malgrado, rimpiango la RAI lottizzata, compromesso tra tv commerciale pubblica e servizio pubblico pluralista e considero la mala gestione della tv commerciale di stato come preludio della sua completa distruzione o privatizzazione.
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Nelle dittature ci si appropria della TV e dell’informazione!
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Nelle dittature serie, sì.
Qui preferiscono sfasciare la tv di Stato piazzando i loro amichetti incapaci finchè dura.
Lasciando campo libero alle tv private degli oligarchi italiani e stranieri.
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