La difesa della democrazia, con l’AfD, è una linea rossa vera, non retorica. Cosa si gioca in Germania

Immagine di Il ritorno del nazismo chiamato per nome

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – Proviamo a chiamare le cose con il loro nome. Nella fatale terra di duchi e margravi lungo l’Elba, al centro della Germania imperiale e poi di quella riunificata, passando per il fallimento della Repubblica di Weimar e della Repubblica democratica tedesca sovietizzata, alligna nelle forme oggi intrepidamente possibili il ritorno del nazismo. Meloni non c’entra, la considerano una nemica, una conservatrice ostile allo spirito reazionario. C’entra invece il fatto, da leggere come fenomeno in un buon libro di storia di Stefano Cappellini, fresco di libreria, sui rossobruni, che si sorride sì, ci si sposa tra donne sì, e si fanno figli con il sorriso della speranza sulle labbra, si imita il modo di vita delle democrazie occidentali o liberali sì, ci si veste casual quando non si è in costume völkisch, ma si gioca con le svastiche, non solo da piccoli, si attacca il modernismo della scuola del Bauhaus qualche decennio dopo la mostra sull’arte degenerata, si combatte per espellere con la forza e per ragioni etnico-razziali lo straniero (remigration!) e l’omosessuale, si considera come culto della colpa e vergognoso rinnegamento dell’anima germanica la memoria filosemita e antirazzista delle classi dirigenti impopolari nel paese costituzionale e liberato di cui si rifiuta nell’insieme la storia, e si è pilastri qui da noi, mentre la guerra infuria sull’Ucraina, del grande denazificatore, il Führer dei russi e dei carri armati in Europa, Vladimir Putin. 

Tutto questo fra innocenti boccali di birra e profumi d’ambiente per uomo e per donna (la specializzazione commerciale di quello che lo Spiegel considera l’uomo più pericoloso della Germania, Ulrich Siegmund).

Tempo fa, nemmeno tanto tempo fa, venivano messi in croce gli storici che in Italia concordavano con l’equiparazione, nata con Orwell, dei totalitarismi di destra nazionalista e di sinistra classista, il Führerprinzip e la dittatura del proletariato. Scatta la censura ideologica se ancora oggi ci si pronuncia contro i vecchi mostri del Novecento, appaiandoli, magari non al posto di una dichiarazione di antifascismo bensì in suo sostegno. Si può dire che nei fatti la discussione o diatriba è superata. Il nuovo nazismo, che per adesso accenna a un sempre meno timido esperimento di potere via elezioni in un paio di Länder non proprio periferici come la Sassonia-Anhalt e la Pomerania, nasce nelle fibre della vecchia DdR, procede dalla tristezza dei casermoni, dalla cultura di stato, dagli schedari della Stasi, dalla nostalgia delle Trabant, dalla sfiducia nella libertà testimoniata, anzi monumentalizzata, in quella parte della Germania dell’ultimo Dopoguerra che era rimasta al di là dal Muro di Berlino, dove i Vopos sparavano tanto agli operai in sciopero quanto ai povericristi in fuga dal comunismo verso il mondo libero. Fa impressione il tratto weimariano delle classi dirigenti che la nuova ondata rischia di travolgere. Combattono o si provano a combattere, promettono di tenere riservati i segreti di stato e non comunicarli agli eventuali nuovi padroni del Land sassone, ma per lo più hanno di nuovo come linea rossa la difesa della democrazia senza la spada. Gruppi che dovrebbero essere sciolti a norma di Costituzione, una carta costata milioni di morti in Europa, agiscono sostanzialmente indisturbati e pretendono senza problemi il monopolio elettorale della protesta antisistema e antiliberale così concepita. Lo pretendono in nome del risentimento democratico delle masse, del rancore di cosiddetti esclusi, del caos linguistico e memoriale creato dalla nuova intelaiatura della comunicazione politica. Dalla Linke, dalla sinistra, si staccano pezzi, come il partito di Sarah Wagenknecht, che chiudono il cerchio del tradimento prospettando la loro alleanza, sempre nel segno del putinismo, con i nuovi nazi alle soglie del potere.