(Umberto Vincenti – lafionda.org) – Di che vogliamo parlare oggi? Di Ranucci e di Report? Del bagno di Giorgia Meloni? Di temperatura reale e temperatura percepita? Del fascismo? Dell’antifascismo? Del patriarcato? Del neo-liberismo? Di Ballando con le stelle? Di Chiara Ferragni? Dei saldi di fine estate? Dei ricavi o delle perdite dell’imprenditoria turistica? Del Tribunale penale internazionale? Dell’Ucraina? Dei social?

 E di che non dobbiamo parlare? Di che il bon ton di destra e di sinistra o la loro connivente omertà non vogliono che si parli? Di che non debbono parlare giornali, televisioni, sistema-massmediatico? E in effetti non ne parlano, forse non ne parlava nemmeno Report.

 Un censimento di questi divieti non scritti, ma saldissimi, urge: se avessimo l’occasione o anche il coraggio di parlare di ciò di cui è interdetto parlare vi sarebbe, per esempio, una democrazia più completa nel senso che non ci limiteremmo più ad abitarne solo una parte, diciamo la terra di mezzo, ma arriveremmo e finalmente conosceremmo anche le zone periferiche e di confine. Sarebbe forse cosa da poco? È cosa da poco partire per conoscere anche l’altra faccia della luna? Ma che democrazia abbiamo progressivamente costruito? Conte ha incominciato a lamentarsi del linguaggio woke; ma è una denuncia con il fiato corto. Vi è ben altro da scoperchiare, tanto altro che magari potrebbe dispiacere a molti, magari anche a lui. In fondo, il woke è neutro: non è il grimaldello per spalancare gli armadi e fare finalmente pulizia.

 E allora proviamo a tirar fuori qualcosa dal sacco: qualcosa che è nascosto, anzi no, ma è come se lo fosse, perché coinvolge tutti. Dal sacco tiriamo fuori gli italiani. Quanti? Tantissimi. A tutti livelli. Direi la maggioranza degli italiani. Non è una novità: Giuseppe Mazzini – qualcuno pur si ricorderà di lui – che amava l’Italia non si accontentava di essere proattivo per l’unità del Paese, ma anche, non meno, per la sua onestà. Cioè per l’onestà degli italiani, dei futuri cittadini dell’Italia unita. Ma è rimasto un sogno. E, diciamo, la non-onestà di troppi italiani è una delle reali, non farlocche od obnubilanti, emergenze dell’Italia contemporanea, forse la maggiore di tutte: un’emergenza in buona salute, anzi in forte crescita perché molto ben nutrita. Guardiamoci intorno. Gli impostori sono tra noi. Sono tra noi, e comandano e ci comandano, persone che non solo non lo meritano perché non ne hanno i titoli, ma anche hanno barato  per giungere ai posti di comando. Molti di noi lo sanno: ne sono stati testimoni, anche se poi hanno chinato la testa e si sono adattati. Chiaro che l’impostura è la cifra antropologica dei politici a tutti i livelli, anche a livello locale. L’impostura che fa regolarmente uso della menzogna e della riserva mentale: dire quello che non si pensa, soprattutto quello che non si vuole, apparire irreali, confondere, questo è l’armamentario. Purtroppo è anche il limite strutturale di ogni democrazia.

 L’individualismo è l’anima dell’impostura; e gli italiani sono individualisti come pochi altri al mondo. Raro lo spirito pubblico sinceramente professato, regolare quello opportunamente dichiarato. Occorrerebbe una grandiosa opera di rieducazione collettiva. Ma continuiamo a sognare. Registriamo in chiusura due cose. Da noi gli impostori avranno sempre trovato terreno fertile, ma negli ultimi decenni la produzione – altro che PIL – è lievitata. Poi, per piacere, acquisiamo la consapevolezza che, con politici di tale cifra, nessun programma dichiarato sarà mai davvero realizzato perché l’attuazione non converrà a nessuno di loro. E allora, come oggi usa dire, di che si ciancia tutti i giorni?  Cominciamo con l’andare a consultare i curricula di chi ambisce al potere, impariamo a leggerli in filigrana, acquisiamo l’abilità di scovarne le menzogne. Servirà a poco o a niente perché – guarda caso – le liste degli eleggibili se le fanno loro: andare a preferenze può essere un gioco pericoloso. Ma impariamo a conoscere chi abbiamo di fronte in ogni circostanza (e magari a prenderne le distanze).