Rinnovabili al palo, benzina alle stelle: sull’energia il governo Meloni ha sprecato quattro anni. Sei mesi di prezzi alti, che si faranno sentire almeno per i prossimi altri sei mesi e non solo alla pompa di benzina, si potevano contenere molto meglio se il tema dell’energia fosse stato affrontato diversamente, per tempo. Ma l’esecutivo che si appresta a diventare il più longevo della Repubblica ha sbagliato tutto

(Stefano Vergine – editorialedomani.it) – La soluzione alla fine si troverà, perché nessun governo può rischiare di giocare troppo con il prezzo dell’energia alle stelle. Soprattutto se le elezioni sono tra un anno o giù di lì. Ma sei mesi di prezzi alti, che si faranno sentire almeno per i prossimi altri sei mesi e non solo alla pompa di benzina, si potevano contenere molto meglio se il tema dell’energia fosse stato affrontato diversamente, per tempo.
Sarebbe bastato che politica dell’Italia a Roma fosse stata coerente con quella dell’Italia a Bruxelles. Il 9 ottobre del 2023, un anno dopo essere entrato in carica, il governo guidato da Giorgia Meloni firmava infatti la direttiva europea sulle energie rinnovabili, promettendo insieme a tutti i paesi del blocco un impegno per portare entro il 2030 la quota media di rinnovabili in Europa al 42,5 per cento. Roma allora era al 19,1 per cento. Tre anni più tardi, i dati più aggiornati dicono che la spinta per aumentare l’indipendenza energetica del Paese dai combustibili fossili non c’è stata. E adesso i nodi sono venuti al pettine.

Promesse disattese
Se si guarda quanto è cresciuta in ogni paese dell’Ue la capacità di energia rinnovabile installata da quando è in carica il governo Meloni, l0Italia risulta tra le ultimissime in classifica. I dati definitivi dell0agenzia statistica dell0Unione europea, Eurostat, arrivano fino al 2024, dunque calcolano solo metà del mandato di Meloni, ma danno una misura chiara della tendenza: la Germania ha aumentato la sua capacità del 12 per cento, la Spagna del 19 per cento, la Francia del 15 per cento, l’Olanda del 40 per cento, l’Ue mediamente dell’8,7 per cento. Italia: + 2,6 per cento.
E partivamo male, visto che la nostra capacità installata era già tra le più basse d’Europa. Lo ha scritto senza giri di parole l’Agenzia europea dell’ambiente (Eea): «Dal 2005 al 2023 in Italia la quota (di energia rinnovabile prodotta sul totale dei consumi energetici, ndr) è cresciuta di circa lo 0,7 per cento, mentre il tasso di crescita richiesto è di circa il 2,7 per cento tra il 2023 e il 2030. Questo significa che l’aumento dovrebbe essere quattro volte più grande di quello che è stato registrato finora».
Davanti a prezzi di benzina e gasolio impennatisi a causa della guerra iniziata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con effetti a cascata su quasi tutti i settori merceologici e la paura di perdere consenso, Meloni ha scelto in principio la linea della cautela, in ossequio a Donald Trump. Poi ha cominciato con le misure tampone. Ha puntato sul taglio temporaneo delle accise sui carburanti. Per tutti, senza distinzione di reddito. Sconto di 25 centesimo al litro su benzina e diesel, all’inizio.
Un rinnovo alla volta, un annuncio dopo l’altro. Con la spesa straordinaria che s’ingrandiva sempre di più e nazioni europee riuscite a contenere meglio gli aumenti (in Spagna la benzina costa 1,7 euro al litro, in Svezia 1,4, in Austria e Belgio 1,8), il governo italiano si è limitato a sussidiare il diesel, il più usato nei trasporti pesanti. L’ultima proroga, da 17 centesimi al litro, vale fino al 5 settembre e porta il totale speso dallo Stato in sei mesi di crisi energetica a 2,7 miliardi di euro. Soldi, tanti, raccolti tagliando qua e là con una fatica inversamente proporzionale all’influenza avuta sul prezzo finale dei carburanti in Italia, ormai stabilmente sopra i 2 euro al litro.

L’inutile battaglia con Bruxelles
Non sapendo bene come uscirne, Meloni ha puntato sulle battaglie mediatiche con l’Ue. A maggio ha chiesto alla Commissione di estendere la deroga al Patto di stabilità, prevista ora per la difesa attraverso i fondi Safe, anche per l’energia. Come prevedibile, molti altri Stati hanno detto no. I numeri di Eurostat dimostrano che negli ultimi cinque anni la crescita della capacità rinnovabile in Italia è stata di circa il 10 per cento, in Germania del 20 per cento, in Spagna del 40 per cento. Perché concedere una deroga a un Paese che ha investito pochissimo sulle rinnovabili rispetto agli altri?
Da quando Meloni è al governo il nostro Paese ha reso più difficile l’installazione di nuovi impianti rinnovabili, ha complicato le concessioni con stratificazioni normative e autorizzative. Si aggiungano i conflitti procedurali tra regioni, governo e tra gli stessi ministeri e il risultato è quello che ritroviamo nei dati ufficiali: le rinnovabili a fine 2024 coprivano il 20,9 per cento dell’energia prodotta in Italia, mentre in Germania valevano il 22,4 per cento, in Spagna il 25 per cento, in Francia il 23 per cento, in Finlandia il 52 per cento, in Svezia il 62 pe cento.
Con quali speranze il governo ha chiesto una deroga al Patto di stabilità europeo non è chiaro, ma di sicuro dopo il primo no ci ha riprovato. Ha proposto a Bruxelles di introdurre una tassa aggiuntiva per le compagnie petrolifere europee. L’Ue ha ricordato che secondo i trattati la materia fiscale è prerogativa nazionale, fatto noto, e che quindi l’Italia è libera di farlo – con il rischio che la misura venga dichiarata incostituzionale, come ha spiegato su queste pagine Tommaso Di Tanno – ma non di imporlo agli altri. Anche perché i dati dimostrano che il governo Meloni ha fatto una scelta politica consapevole: puntare forte sul gas, in sintonia con la strategia aziendale della partecipata Eni, nonostante già la guerra in Ucraina avesse evidenziato i rischi economici di quella strada.
Con la quasi totale chiusura di Hormuz, da dove passava un quinto della produzione mondiale di gas liquefatto, al metano russo mancante si è aggiunto quello del Qatar e degli altri Paesi del Golfo Persico. E per l’Italia, che già pagava l’elettricità il 36 per cento in più rispetto alla media Ue prima della crisi, la strategia si è rivelata per la seconda volta costosissima (molto meglio per Eni, invece).
Le previsioni più autorevoli prevedono al momento un tasso d’inflazione intorno 3 per cento per il 2026 nell’Ue, maggiore per l’Italia perché sulle sue bollette dell’elettricità il costo del gas incide di più rispetto a nazioni come Germania, Francia e Spagna. Ovviamente dipenderà da quanto i prezzi di gas e petrolio resteranno alti fino a fine anno. Il metano sul mercato europeo viaggia ora a prezzi raddoppiati rispetto ai sei mesi fa e il Brent in rialzo del 20 per cento circa.
Alcuni membri del board della Bce hanno già preannunciato la volontà di alzare i tassi d’interesse nella riunione di inizio settembre, rendendo più alto il costo del denaro e quindi del debito. Che, nel caso nostro, è molto alto. Meloni e Giancarlo Giorgetti hanno deciso di giocarsi l’ultima carta possibile: chiedere ai grandi gruppi energetici, in pratica a Eni, di anticipare parte delle tasse sui dividendi. Il fatto che in sei mesi il governo abbia speso quasi 3 miliardi di euro senza offrire benefici percepiti dai cittadini rende chiaro il potenziale investimento delle compagnie chiamate a soccorrere le finanze nazionali.
Anche perché, con l’arrivo del freddo, non sarà più solo il petrolio a pesare sull’inflazione. Sulle bollette si scaricheranno anche gli aumenti del gas. Proprio il combustibile su cui Meloni ha basato la strategia energetica dell’Italia.
Leggendo questo articolo mi sono chiesto se l’obiettivo è quello di screditare il governo in carica, e di motivi validi non ne mancano, o di spiegare almeno l’essenziale di come funziona il prezzo marginale legato al gas nello stabilire i prezzi dell’energia.
Ciò che emerge dai fatti è che questo governo non ha una politica energetica nazionale.
Non ce l’ha ha questo, non la hanno avuto gli altri e vedremo, anche se ci credo poco a giudicare da ciò che si sente, se lo avranno altri; visto che la soluzione più di moda è quella di tassare i mitologici extraprofitti.
Mai nessuno, però, che parli seriamente di accumuli, che sono essenziali per poter utilizzare una quota crescente di produzione rinnovabile anche quando sole e vento non ci sono.
Nessuno che affronti il problema dell’adeguatezza e del potenziamento della rete, né quello, tutt’altro che secondario, di come finanziare gli enormi investimenti necessari.
Perché aumentare semplicemente i MW installati non significa automaticamente ridurre in proporzione il ricorso al gas, né tantomeno abbassare automaticamente il prezzo dell’elettricità.
Così come non si affronta l’argomento altrettanto spinoso delle guerre di religione che si creano ogni qual volta si cerca di realizzare un impianto di rinnovabili; guerre per altro motivate dalla scarsa trasparenza nelle procedure autorizzative e dalla propensione agli abusi e alle speculazioni.
Queste sono resonsabilità che non iniziano con Meloni e, probabilmente, non finiranno con lei.
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