Ibernato dal conflitto, tenuto su paradossalmente da Putin, Zelensky fa i conti con il suo potere

(Massimiliano Panarari – lespresso.it) – La guerra è un’orribile fucina di morte. Ed è pure un laboratorio di paradossi, come quello di Volodymyr Zelensky oggi in qualche modo politicamente “tenuto su” (diciamo così…) da Vladimir Putin. Non è una boutade, ma una mera constatazione, che parte sempre – come doveroso, e lungi da qualsivoglia inaccettabile terzietà – dall’assunto della differenza fra l’invasore (il sanguinario dittatore russo coi suoi gerarchi, cortigiani e agit-prop) e l’aggredito (la popolazione ucraina sottoposta a inaudite sofferenze da quel maledetto giorno del 24 febbraio 2022 in cui il Cremlino ha orwellianamente dato il via alla sua «Operazione militare speciale»). Da quel momento, anche al prezzo dell’eroismo personale (il rifiuto dell’esfiltrazione organizzata dall’intelligence Usa), l’ex attore e comico entrato nella stanza dei bottoni grazie a un’efficace strategia comunicativa neopopulista, si è convertito in un «leader guerriero» e in uno statista. Nondimeno, come noto, il potere logora, specialmente nelle condizioni dello stato di emergenza e della legge marziale; così, dopo avere trionfato denunciando la corruzione della precedente classe dirigente, Zelensky il “Servitore del popolo” – nome prima del programma satirico in tv, e poi del partito – poco ha fatto per contrastare il malaffare dilagato nel frattempo tra le fila del proprio inner circle. Il presidente ucraino non è mai stato coinvolto direttamente, va specificato, ma il brutto spettacolo dei suoi fedelissimi che finiscono uno dopo l’altro sotto inchiesta appare indecoroso, mentre cominciano ad affacciarsi gli oppositori.

Vale dunque la pena domandarsi in cosa si sia tramutata la governance che reggeva l’Ucraina da prima dell’invasione russa, finita “ibernata” da questa tragedia epocale, che ha riportato la guerra sul suolo del nostro Continente. Congelata, giustappunto, nella dicotomia e nella sfida esistenziale con l’autocrate che comanda a Mosca, la cui aggressione – il paradosso – è diventata una sorta di fattore di legittimazione dello status quo a Kiev. Al punto da indurre il giovane e silurato ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, sostituito dal capo ad interim dello Sbu (i servizi segreti interni) Yevhenii Khmara, a rompere gli argini chiedendo le elezioni, sospese da due anni. 

L’affaire Fedorov è una fotografia esemplare (e una cartina di tornasole) della traiettoria e delle metamorfosi del potere ucraino – ovvero, in buona sostanza, dello zelenskysmo e della sua corte – nell’epoca della guerra con la Russia. L’Ucraina granaio d’Europa – che non riesce a consegnare le derrate, divenute quasi da subito un target dei missili avversari – si è trasformata in una caserma e in una potenza tecnomilitare che esporta droni armati di ogni genere e, come la Palestina per Israele, fa da tragico laboratorio in corpore vili per lo sviluppo di tecnologie militari di nuova generazione. Consegnandosi così, anche dopo la cessazione dell’assedio putinista (chissà quando…), a un destino verosimilmente segnato di economia di guerra  permanente nello scenario bellico a ciclo continuo in cui siamo sprofondati. Analogamente a quella della Russia che l’ha attaccata, secondo lo schema del brocardo simul stabunt aut simul cadent applicabile, per l’appunto, agli acerrimi nemici Zelensky e Putin. Proprio Fedorov, già startupper e imprenditore digitale, è stato il responsabile della conversione a tappe forzate di forze armate di impostazione e dottrina strategica post-sovietiche in un’armata high tech basata su sofisticati sistemi di sorveglianza e analisi dei dati, gamification, coordinamento e approvvigionamenti “Amazon-style” e stormi di Uav (droni e veicoli senza pilota) prodotti in maniera iper-flessibile e in quantitativi ingenti. Tale “rivoluzione”, da un lato, lo ha messo in contrasto con uno stato maggiore dalla forma mentis tradizionalista (e già frequentatore delle accademie militari moscovite) e, dall’altro, ne ha accresciuto fortemente la popolarità presso un’opinione pubblica pronta a mobilitarsi a suo favore, oltre che a mostrare una straordinaria resilienza e capacità di sopportazione – e questa, insieme all’esistenza di una società civile attiva e di una magistratura in grado di indagare anche su chi siede dentro i palazzi, rappresenta un’altra grande differenza rispetto al regime putiniano e alle maree di gogoliane anime morte che, malauguratamente, compongono la grande maggioranza della popolazione russa. La rimozione di Fedorov ha aperto un ennesimo fronte interno per Zelensky, assai scrupoloso nel mettere da parte chi potrebbe fargli ombra, anche se l’invocazione delle elezioni da parte dell’ex ministro enfant prodige non incontra il favore della maggioranza degli ucraini. Certo è che le operazioni anticorruzione e le indagini stanno colpendo vari esponenti di prima fila del clan zelenskyano che occupano posti chiave, mettendo seriamente a repentaglio il “contratto sociale di guerra” che, dal 2022, aveva cementato società civile, media e governo in una coalizione inscalfibile. La concentrazione di potere senza precedenti in seno all’ufficio presidenziale, giustificata in origine dalle necessità emergenziali, ha finito per generare un vortice di dinamiche opache e un senso di impunità in alcuni gruppi del cerchio magico al vertice. A cui si accompagnano una spiccata refrattarietà alle riforme strutturali e la reiterata tentazione di descrivere il dissenso come una minaccia per la sicurezza nazionale. È finito, così, il tempo glorioso dei videomessaggi motivazionali e della politica pop trasfigurata in epica resistenziale, tra la felpa kaki fattasi brand globale e le dirette con lo smartphone sotto le bombe. E la leadership di Zelensky, dopo avere offerto una formidabile narrazione di liberazione collettiva, è andata sempre più riconfigurandosi come un cesarismo bellico che copre l’arroccamento nell’esercizio di un potere orfano di ogni idea originaria di trasparenza democratica.