
(di Michele Serra – repubblica.it) – Credo di essere stato uno di quei giornalisti che — come racconta Filippo Ceccarelli, su questo giornale, nel suo prezioso “reportage dal passato” su Gianni De Michelis — considerarono con irridente fastidio le ostentazioni mondane e danzerine del numero due del Psi. Ministro della Repubblica in varie fasi, e sommo esponente del craxismo.
Essendo passato molto tempo, mi sono domandato se fossi un bacchettone, e sicuramente non lo ero. Se fossi moralista, e forse un poco lo ero. Se fossi fazioso, e anche qui, come non ammetterlo… Ma certo non biasimavo la libertà sessuale, non osteggiavo la danza e non bestemmiavo Dioniso, parteggiavo apertamente per la facoltà di vivere «ognuno come gli va» (Lucio Dalla), ché la mia generazione, tra le sue tante colpe, non ebbe quella della costumatezza come obbligo da imporre agli altri non avendo alcuna voglia di esercitarla in proprio.
E dunque perché tutta quella ostilità alla scia di balocchi, profumi e sudore che accompagnò le notti del nostro, e di riflesso, al mattino, noi sorbivamo insieme al caffè e ai giornali?
Credo che si fosse, in quegli Ottanta occidentali, al passaggio storico dall’egemonia del “noi” a quella del’“io”. Magari non lo sapevamo: ma lo intuivamo. E l’esibizione di sé, sempre spacciata come brillante effrazione dell’ipocrisia, era il segno di un tempo nuovo che ci sembrava, in buona sostanza, un tempo triste. Come è sempre triste il narcisismo.
In estrema sintesi, il punto era proprio questo: ci sembrava più triste la discoteca di De Michelis dell’austerità di Berlinguer. Ma non siamo stati capaci di dirlo, e anche per questo abbiamo perso, per giunta con la nomea funesta di non essere capaci di divertirci. E dire che (in privato) ci siamo divertiti parecchio anche noi.
"Mi piace""Mi piace"