
(di Pino Arlacchi – ilfattoquotidiano.it) – Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.
È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l’economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali. Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa. E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio. Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro. Leggono il mondo con categorie occidentaliste – i rendimenti dei Treasury come “punto di riferimento della finanza globale”, i verbali della Fed come oracoli planetari – e non si accorgono che il baricentro dell’economia mondiale si è spostato nell’Estremo Oriente, nell’Asia profonda, e ha cambiato natura. Non è più finanziario. È tornato reale. Fabbriche, infrastrutture, energia, tecnologia. L’Asia produce ormai quasi metà del Prodotto lordo mondiale; la sola Cina vale circa un terzo della manifattura del pianeta, più di Stati Uniti, Giappone e Germania messi insieme. E il commercio interno dell’Asia orientale supera quello con l’intero Occidente. I Brics allargati pesano ormai, a parità di potere d’acquisto, più del G7. Sono numeri noti a chiunque, eppure il commento economico dominante continua a ragionare come se fossimo nel 1995: quando sale il rendimento dei titoli americani sale il costo del capitale “ovunque”. Ovunque dove? Nell’Occidente indebitato, certamente. Non nel continente che finanzia la propria crescita col proprio risparmio.
La Cina è la dimostrazione vivente che un’altra architettura è già all’opera: la più grande manifattura mondiale sostenuta da una Banca centrale che decide in base ai piani di crescita dell’economia reale, non secondo i frizzi della Borsa di Shanghai o di Wall Street. Mentre la Fed, tra il 2022 e il 2023, portava i tassi ai massimi da vent’anni, la Banca del Popolo li tagliava, serenamente, perché così richiedeva l’economia domestica: un’eresia inconcepibile per chi crede che il pianeta intero debba muoversi al ritmo di Washington. Conto capitale presidiato, debito finanziato dal risparmio interno, credito orientato dalla pianificazione: tutto ciò che i manuali della fede neoliberal bollano come “repressione finanziaria” si è rivelato, alla prova dei fatti, il più formidabile scudo contro i cicli speculativi altrui.
E l’Asia profonda ha buona memoria. Ricorda lo scherzo inflitto da Wall Street nel luglio 1997, quando l’attacco speculativo al baht thailandese travolse in pochi mesi Indonesia, Corea e Malaysia. Da quelle parti non la chiamano “crisi asiatica”: la chiamano “crisi Imf”, perché fu la cura del Fondo – la solita austerità feroce, tassi al 30 per cento, svendita degli asset nazionali ai creditori occidentali – ad affondare economie fondamentalmente sane. La Malaysia di Mahathir, che disobbedì all’ortodossia imponendo controlli sui capitali, ne uscì prima e meglio di tutti.
La lezione fu appresa una volta per sempre. L’Asia ha accumulato riserve oceaniche, ha costruito con l’iniziativa di Chiang Mai la propria rete di protezione monetaria, ha moltiplicato gli scambi regolati nelle proprie valute. E ha adottato una regola non scritta ma ferrea: mai più a Washington col cappello in mano. Non a caso, da un quarto di secolo, il Fondo presta quasi soltanto a chi non ha potuto emanciparsene.
Il mio maestro Giovanni Arrighi lo aveva spiegato con largo anticipo: ogni egemonia al tramonto attraversa una fase di espansione finanziaria in cui la finanza del centro brilla della sua luce più intensa proprio mentre l’economia reale migra altrove. Accadde a Genova, ad Amsterdam, a Londra. Accade oggi a New York. I rendimenti dei Treasury non sono il termometro del mondo: sono il canto del cigno di un’egemonia che scambia la propria febbre per il polso del pianeta.
Gli economisti ortodossi continueranno a sbagliare le previsioni perché non sbagliano i decimali: sbagliano l’oggetto. Prevedono il futuro di un mondo che sta uscendo di scena, con strumenti costruiti per misurarlo. Finché guarderanno l’economia mondiale da Wall Street, vedranno soltanto Wall Street. Il mondo, nel frattempo, si è trasferito altrove. E non ha lasciato l’indirizzo al Fondo monetario.
Propaganda di livello 3( dove livello 1 è per gonzi)
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Che il FMI abbia più volte sbagliato previsioni è indubbio, la vera notizia sarebbe quella di dimostrare se lo ha fatto con colpa o con dolo.
Detto questo, se un asse di legno, visto in una determinata posizione, appare concavo, non è capovolgendolo che diventa dritto.
Piaccia o no, la finanza internazionale continua ad essere centrata sul dollaro e non perché gli USA lo abbiano imposto, ma perché ha goduto di credibilità.
Credibilità legata alla stabilità politica, alla forza delle sue istituzioni finanziarie e del suo sistema legale.
Che l’Asia produca una quota enorme del PIL e soprattutto della manifattura mondiale è incontestabile; ma da questo non dimostra che il centro finanziario del mondo si sia trasferito in Asia.
Produzione, commercio, risparmio, valuta di riserva, mercati dei capitali, liquidità e attività finanziarie sono aspetti diversi, anche se non slegati tra loro.
La Cina oggi è un gigante manifatturiero e un nano finanziario, così come lo furono gli USA nella seconda metà dell’800.
È vero che il sistema cinese è molto più protetto dai movimenti internazionali di capitale e che il credito è fortemente influenzato dallo Stato.
Ma chiamarlo semplicemente “scudo contro i cicli speculativi altrui” è solo una parte della storia.
Andrebbe ricordato che quello stesso sistema ha prodotto enormi squilibri: sovrainvestimento, debito degli enti locali, crisi immobiliare, imprese inefficienti e una forte allocazione politica del credito.
Un sistema finanziario fortemente protetto dai movimenti internazionali di capitale non è immune da rischi, semplicemente tende a non propagarli all’esterno; al suo interno, invece, li propaga eccome.
Sarebbe sufficiente ricordare che un Paese che si proclama comunista non dispone certo di un sistema di welfare paragonabile a quello delle economie occidentali.
Quindi il modello occidentale e le crepe che si intravedono nella sostenibilità del debito USA non sono la dimostrazione che altrove le cose vadano meglio.
Quindi, se la mappa vista da Wall Street può essere inesatta, non è quella vista da piazza Tienanmen che la corregge.
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“È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste.”
Rispetto all’argomento, la chiosa di Arlacchi ricorda il “questo lo dice lei” di castelliana memoria. Cioè, Laura Castelli (dal C.a.f. al M.E.F. senza passare dal via) vs Piercarlo Padoan (economista dal curriculum chilometrico) su come i tassi di sconto NON si riflettessero (secondo lei) sul costo dei mutui.
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Oh, ti distrai un attimo e appena appena Capitan Arlacchi posta qualcosa di sconveniente all’ortodossia monetaria, appaiono subito LE TRE SCIMMIETTE, quelli che ci capiscono di più su Infosannio 😀 😀 😀
Che spasso questi palloni gonfiati 😀
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