A dieci anni dal sisma in Centro Italia la prevenzione resta un nodo irrisolto

La città di Amatrice il 24 agosto 2016 è stata devastata dal sisma di magnitudo 6.0

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Sono passati dieci anni e Amatrice, come tanti altri paesi dell’Italia centrale colpiti dalla lunga sequenza sismica del 2016, sta ancora lottando per risorgere. Le immagini di quei giorni dovrebbero essere un monito per il futuro, perché il nostro è un Paese a rischio sismico elevato, ma è anche il territorio di normative antisismiche all’avanguardia non sempre applicate. L’Italia, rispetto ad altri Paesi sismici, ha una frequenza di eventi a magnitudo catastrofica più bassa, ma, per terremoti di media intensità, presenta sempre un conto molto salato nel numero di vittime, di danni al patrimonio edilizio, di conseguenze sociali post-sisma. Non siamo certamente il Paese dei grandi sismi, ma siamo sicuramente quello in cui molti terremoti fanno troppe vittime.

Perché non riusciamo a limitare i danni dei terremoti, visto che siamo certi che prima o poi accadranno? Cosa possiamo fare concretamente e culturalmente perché tutta questa distruzione resti solo un ricordo di errori passati? Un anniversario come questo serve non solo a ricordare chi non c’è più, ma anche a rammentare la nostra stupida inettitudine di fronte al rischio naturale, a renderci consapevoli di tutto quello che non abbiamo fatto. Sperando, un giorno, di essere capaci di farlo.

Il 24 agosto 2016, alle ore 3.36, con un terremoto di magnitudo 6.0 nei pressi di Amatrice, prende il via quella che l’Ingv definirà la sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso, che durerà fino alla fine dell’anno e interesserà 140 comuni e circa 600 mila persone. L’epicentro è tra Accumoli e Arquata del Tronto, due comuni distanti pochi chilometri tra Lazio e Marche. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto vengono devastati. Pescara del Tronto, frazione di Arquata, viene praticamente rasa al suolo. Sotto le macerie restano 299 vittime: 237 ad Amatrice, 51 ad Arquata (quasi tutte nella frazione di Pescara) e 11 ad Accumoli. In sostanza il centro storico di Amatrice è interamente collassato. Era formato da edifici in muratura e non in cemento, sui quali spesso si è intervenuti nel tempo più con riparazioni che con veri e propri adeguamenti (4.333 edifici danneggiati su un totale di 5.500 – 5.700, secondo Istat, ovvero il 77,4%). Ma perché questo tipo di edifici crolla e soprattutto perché alcuni crollano e alcuni no?

Dove è stato possibile identificare un fattore che ha provocato il danneggiamento, per quasi un terzo delle case non in cemento armato, ma in muratura tradizionale, la causa della distruzione è stata la scarsa qualità della manifattura dell’edifico. Ma in altri casi si tratta anche di risparmio sui materiali o sugli interventi edilizi da parte di chi li ha realizzati. Un’altra ragione individuata è la commistione tra tecniche edilizie non conformi le une alle altre, elemento che determina delle discontinuità nella struttura degli edifici. Una casa in pietra in cui si instaurano elementi di cemento, ad esempio. E le discontinuità strutturali sono uno degli elementi più distruttivi in caso di evento sismico.

C’è poi un terzo elemento cruciale: i “nodi” degli edifici spesso non sono appropriati. Le connessioni tra le pareti di un edificio e tra i solai e le strutture portanti spesso non svolgono la loro funzione, né di supporto né di scarico dell’energia. Infine c’è la geologia, il cosiddetto effetto-sito: i terreni su cui era stato costruito l’antico centro storico di Amatrice sono terreni recenti dal punto di vista geologico, poco coerenti e suscettibili proprio di amplificare l’effetto delle onde sismiche.

Tutto questo non è una novità, ma in Italia si considera l’emergenza come la fase nella quale ovviare a tutti i problemi non affrontati in pianificazione e prevenzione. Rispetto ai fenomeni naturali, e in particolare ai terremoti, l’approccio del nostro Paese è puramente emergenziale. Abbiamo per fortuna una Protezione Civile tra le migliori al mondo e, paradossalmente, normative antisismiche, definite da oltre 50 anni, che prevederebbero un approccio attento ai rischi del patrimonio edilizio. Ma per quanto riguarda gli sforzi concreti verso la prevenzione, manca a livello strutturale la volontà di migliorare le condizioni del nostro Paese. Non è una questione solamente politica, è una questione culturale.

Perciò i terremoti degli ultimi 60 anni ci sono costati, tra assistenza e ricostruzione, 135 miliardi di euro, dei quali 50 miliardi solo per il terremoto dell’Irpinia (1980): non abbiamo accettato culturalmente di essere un Paese a rischio naturale elevato e contiamo più sul fato che sulla scienza. Così spendiamo oltre due miliardi di euro all’anno per gestire il post terremoto. Le stime per l’adeguamento sismico, che riguarderebbe 22 milioni di italiani, parlano di 5-7 miliardi di euro all’anno. Costerebbe di più, certo, ma negli ultimi 60 anni i morti dovuti al terremoto sono stati almeno 5 mila. Che costo possiamo dare a queste vittime? Che prezzo ha la vita?

In qualche luogo, per fortuna, questa lezione è stata appresa. Norcia è stata vittima di una seconda scossa nell’ottobre 2016, molto più devastante di quella di Amatrice (M 6,5 Richter), inoltre con l’ipocentro a bassa profondità proprio sotto la cittadina. Poteva essere un altro disastro, invece nessuna vittima, nessun ferito e danni circoscritti soprattutto al patrimonio monumentale. Perché dopo il terremoto del settembre 1979 la ricostruzione era stata fatta ad arte, non permettendo alcuna concessione ad appetiti speculativi e controllando maniacalmente spese e modalità di ristrutturazione. Norcia è l’esempio da seguire, Amatrice quello da ricordare con timore.

Dopo tutti i disastri di questi anni, oggi possiamo auspicare che il nostro Paese raggiunga una consapevolezza profonda del rischio cui siamo esposti e soprattutto a come siamo mal preparati ad affrontarlo. In particolare, che un giorno le nostre istituzioni propongano la redazione di un articolo zero della Costituzione, un articolo che viene prima della definizione democratica del Paese, prima ancora di stabilire a chi compete la sovranità. Un articolo zero che declami senza alcuna forma di ambiguità: l’Italia è un paese fondato su un terreno geologicamente instabile. È diritto e dovere del popolo avere una casa sicura, adatta ad affrontare (quasi) ogni evento naturale.

E dato che ci riempiamo spesso la bocca di buone intenzioni, che durante le commemorazioni diventano parole del tipo «non è il momento per le polemiche, adesso è solo il momento per il ricordo delle vittime», ora che sono passati dieci anni, è venuto il momento di passare ai fatti e comportarsi come scienza comanda.