Sono rimasti in pochi i sinceri negazionisti climatici, infarciti di scemenze e ignoranti in assoluta buona fede.

(di Massimo Marino – eco-ecoblog.blogspot.com) – Resta ancora qualche imbroglione, che per scrivere qualcosa su un giornale destrorso fa finta di niente e non vede ne lo sterminio di anziani, ne boschi e foreste che bruciano, né le amate centrali nucleare fermate perché l’acqua è troppo calda e le meduse intasano i filtri degli impianti di raffreddamento, né i fiumi trasformati in paludi mefitiche, né le cime dei ghiacciai nude e spelacchiate. Figuriamoci se gli interessa che abbiamo superato i 430 ppm di CO2 ( quando ero un ragazzotto nel ’68 erano 320 ), oppure che come Italia abbiamo il penoso record nel mondo di auto per abitante ( circa 70 su 100 abitanti) ma entro alcuni anni avremo meno km di metropolitane per km2 del Bangladesh.
Niente da stupirsi se i padroni del mondo, (petrolio e gas, automotive, finanza, assicurazioni, armamenti, costruttori e cementificatori ) siano disposti a tutto pur di impedire, ancora per qualche decennio, di avviare una transizione planetaria che garantisca un futuro al pianeta nella seconda metà del secolo.
Alcuni anni fa mi convinsi che la battaglia culturale contro i negazionisti era solo una grande e inutile perdita di tempo, una trappola per sviare l’attenzione dai distruttori del pianeta che continuano a fare i loro sacrosanti maledetti affari e ci propongono una bella battaglia ideologica fra i realisti che difenderebbero l’economia e garantirebbero il lavoro ( oltre ai loro sacrosanti dividendi miliardari) e i catastrofisti dell’ambiente che propinerebbero irresponsabili ideologie ecologiste. Come sempre il modo migliore per arenare un serio terreno di scontro sociale, politico e culturale è quello di aggirare gli argomenti e le ragioni, inventare due poli e scatenare la battaglia delle curve da stadio o come quella fra i galli da combattimento che finisce con piume che svolazzano da tutte le parti mentre lo scommettitore se la svigna con il malloppo.
Otto anni fa la quindicenne Greta Thumberg, ragazzina anomala e irregolare, riuscì nel miracolo che nessun partito ne verde né di altro colore era stato in grado di fare, indicando all’attenzione del mondo e non solo alle giovani generazioni, la grave responsabilità che Istituzioni internazionali, Governi e Partiti avevano ( senza grandi differenze fra loro) nel permettere che una manciata di multinazionali e di autarchi straricchi e fuori di testa potessero trascinarci alla distruzione del pianeta e di tutti coloro che lo abitano nel giro di qualche decennio. Friday for Future e altre decine di sigle non tutte note e attendibili, con giovani leader nella scia di Greta, rilanciarono l’abc della protesta ambientalista, portarono milioni e milioni di persone in piazza in centinaia di manifestazioni e appuntamenti. L’onda verde coinvolse l’intero pianeta, dai paesi africani alle metropoli dell’occidente, dall’ONU alle COP. Nel 2022 Greta Thumberg pubblicò The Climate Book, un volume di 464 pagine contenente parecchi suoi interventi su diversi aspetti della crisi ambientale e varie decine di ottimi contributi dei principali esperti e scienziati di diverse zone del pianeta. Mi sembra umanamente il massimo che poteva fare e lo ha fatto con grande impegno.
La nostra casa è in fiamme … Non abbiamo un pianeta B … Come osate ? .. ( rivolto ai potenti del mondo e alle loro parole vuote ). Milioni di persone si riconobbero in queste rabbiose e sincere urla di protesta di una ragazzina. Ma il movimento non trovò gli interlocutori capaci di trasformare la protesta in concreti obiettivi in grado di combattere quelle istituzioni e quei gruppi di potere che facevano da muro per impedire una conversione planetaria dell’intero pianeta nel nuovo secolo che avanza. Dal 2022 i potenti che governano il mondo, con poche defezioni, capirono che non potevano permettere di essere messi da parte e si misero ad organizzare l’armata che attraverso tutti gli strumenti possibili ( media, contaballe, lobbisti, corruzione, repressione e violenza ) imponesse la loro sopravvivenza, almeno per qualche decina di anni, il tempo di arrivare miliardari e felici al camposanto, con un parola d’ordine semplice: va tutto bene così, non c’è nulla da cambiare, non ce ne andremo mai..
I consumi finali lordi di Energia nel 2025 in Europa (EU) sono stati pari a circa 115 Mtep ( milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) quasi costanti da alcuni anni e in lentissima discesa, almeno fino al 2030 nelle previsioni, rispetto ai 133 Mtep del 2010. Non è vero che i consumi energetici hanno continuato e continuano a salire, è solo un modo per ingarbugliare le carte che poi i numeri a consuntivo non avallano. Secondo il PNIEC del 2019 ( Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima ) tutti gli Stati europei dovrebbero definire propri obiettivi su 5 assi ( decarbonizzazione, efficienza energetica, sviluppo del mercato interno dell’energia, ricerca e innovazione, competitività). L’obiettivo finale al 2030 sarebbe prima di tutto quello di garantire per l’Europa il proprio contributo alla riduzione delle emissioni di climalteranti ( di fatto CO2 e metano compreso il carbone residuo) e di raggiungere circa il 40% di rinnovabili nella produzione energetica lorda totale ( corretto di recente al 42,5%) nel 2030. Poiché nel 2025 si è appena superato il 26% è praticamente impossibile che in meno di 5 anni si possa recuperare almeno in parte significativa i 16 pp ( punti percento) per mantenere l’impegno. Considerato che l’Europa sarebbe una delle aree del pianeta più virtuose, tanto più dopo la svolta nefasta data dalla seconda amministrazione Trump agli USA, gli effetti devastanti sul clima di almeno due guerre regionali di grande impatto, la evidente accelerazione della crisi climatica al di là delle previsioni in alcune aree come il bacino del mediterraneo e l’aumento esponenziale di incendi di grande dimensione nel centro-sud Europa, nell’ovest degli USA e in Brasile, in India e Tailandia, tutti gli obiettivi, più o meno validi ed efficaci, che ci siamo dati negli ultimi 30 anni , dalla COP1 di Berlino nel 1995 alla COP 30 di Belem del novembre 2025 sono andati in pezzi. Per quanto continuino a raccontarci la favola che i veri inquinatori sono Cina e India, dove in realtà i consumi pro capite sono molto più bassi di quelli altissimi degli USA seguita da vari paesi occidentali, gli eventi climatici degli ultimi tre mesi sono le avvisaglie di quanto ci aspetta non avendo fermato il modello energetico ereditato dal secolo scorso in tutto l’Occidente.
Mario Tozzi e Luca Mercalli ci hanno rovinato il ferragosto sostenendo che nel prossimo decennio rimpiangeremo il clima di questi tre mesi infernali. Lasciamo perdere i negazionisti e chiariamoci le idee sugli obiettivi che sono praticabili punto per punto, su chi sono i nostri veri nemici e come combatterli, come riportare la battaglia per il clima e la sopravvivenza del pianeta al centro dell’attenzione e dell’impegno.
Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il pessimo record dell’immobilismo sulle rinnovabili. Fermi al 48% di rinnovabili sul totale di produzione elettrica, pressoché un caso unico in Europa. Istallati solo 7,2 GW di nuove rinnovabili, con il fotovoltaico che ha un po’ compensato la crisi dell’idroelettrico in flessione per siccità e scarse piogge e l’eolico demonizzato da frange sociali minoritarie, più o meno spontanee, che non sapendo cosa è una centrale nucleare o a carbone o a olio combustibile sostengono che pale eoliche e campi fotovoltaici disturbano il paesaggio, l’agricoltura e il turismo. In Germania invece istallati 23 GW, in Spagna 11 GW , in Francia 8 GW. Per la verità viviamo nel più totale immobilismo energetico dal 2014-2015 quando i governi Letta e Renzi e fra gli altri l’intoccabile coppia De Scalzi-Scaroni alle aziende energetiche, scelsero tre strade mai cambiate dai sei governi succedutisi nei 10 anni successivi: privilegiare in toto le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, lasciare tutti gli spiragli aperti possibili sognando il ritorno al nucleare, mantenere ai margini lo sviluppo delle rinnovabili ( troppo convenienti per gli utenti finali e per migliaia di piccole e medie imprese e meno remunerative per le grandi aziende e per l’intera trafila di trasformazione e commercializzazione del settore fossile in piena intesa con l’automotive). Così mentre alcune decine di paesi si avviavano pur moderatamente sulla strada delle rinnovabili, fra il 2014 e il 2026 abbiamo perso il tempo prezioso che ci restava per cambiare il modello energetico dopo aver fermato con due referendum (1987 e 2011) la scelta costosa, pericolosa e fallimentare del nucleare. Nel 2014 su una domanda energetica totale di 79 TWh avevamo 27,1 TWh di rinnovabili. Nel 2026 prevediamo 79,9 TWh di domanda totale e 28,9 TWh di rinnovabili: praticamente immobili.
La conseguenza della mancata conversione è nota e riassumibile in pochi dati: nel 2025 abbiamo speso 53 miliardi all’estero per importazione di combustibili fossili: di recente per lo più GNL dagli USA e petrolio da Libia, Azerbaigian e Kazakistan oltre a una quota non definita ancora dalla Russia anche attraverso triangolazioni e navi più o meno fantasma.
Confesso che ho visto con perplessità la nascita e le prime azioni dei nuovi gruppi di ecologismo radicale tipo Exctinction Rebellion dal 2019 e la derivazione successiva di Ultima generazione dal 2021. Dopo 40 anni dalla nascita dell’ecologismo politico negli anni ‘80, la moltiplicazione di decine di sigle del campo ambientalista in tutto l’Occidente europeo, l’esperienza ( e i fallimenti) della presenza istituzionale a tutti i livelli dei Verdi, il contributo, alla fine tutto sommato dignitoso ma circoscritto, delle vecchie associazioni dell’ambientalismo da Greenpeace alla Legambiente, penso che i flash mob nonviolenti con l’imbrattamento di monumenti e fontane, la rottura di palle verso gli automobilisti con blocchi stradali o autostradali per ricordare che abbiamo un pianeta da salvare e che i negazionisti si sbagliano, non l’ho trovato un grande contributo di novità rispetto alla evidente crisi dei movimenti ambientalisti della precedente generazione. Un abisso comunque, sul terreno mediatico, rispetto al coraggioso impegno di Greta Thumberg dopo il quale ben altro dovevamo inventare. Anche questa fase storica mi sembra al termine e poiché “ il re è nudo” e ( aggiungerei ) sta andando a fuoco, quello che serve è precisare gli obiettivi, che oggi non sono per niente chiari, ed avere il coraggio di farli maturare con il consenso di una larga parte della società e delle generazioni che abitano il pianeta nella prima metà di questo secolo.
1) A partire dal 2027 con il nuovo governo, quasi irrilevante che sia di cdx o di csx, è necessario recuperare almeno parte del terreno perduto nelle nuove istallazioni di rinnovabili con l’obiettivo di 12-13 GW annui per 4 anni per un totale che a fine 2030 si avvicini ai 50GW e con un impegno economico di almeno 25 mld totali. Il recente decreto FER del governo di agosto, approvato dall’EU, prevede un totale di 37,15 GW e 23 mld di impegno. L‘obiettivo 50GW/25mld è assolutamente realistico e a mio parere dovrebbe essere uno dei 10 punti principali di una qualunque alleanza elettorale che voglia davvero promuovere il cambiamento del modello energetico e almeno moderare la crisi climatica. In particolare le nuove istallazioni, così come l’impegno di spesa dovrebbero essere suddivise in parti più o meno uguali fra Fotovoltaico di piccola taglia ( sui tetti delle abitazioni ), fotovoltaico a terra, eolico di grandi dimensioni in e off-shore. Diversi studi indicano che interventi di queste dimensioni hanno un impatto irrilevante sul consumo di suolo specie agricolo, in tutte le stime di gran lunga inferiore all’1%. Dubito che lo stesso decreto del governo del 6 agosto abbia davvero un futuro con governi simili a quello attuale o degli ultimi decenni. Un cambiamento non è prevedibile senza un rapido avvicendamento dei vertici dei quattro enti principali su cui il governo ha una qualche influenza ( ENI, ENEL, TERNA, ARERA) i cui esponenti vedono la conversione energetica con gli occhi rivolti al secolo scorso ( petrolio, gas e nucleare) e poco rivolti agli interessi futuri delle nuove generazioni e del clima. “ 50/25 “ potrebbe essere il fulcro dei futuri flash mob, oltre che un punto di programma elettorale, lasciando in pace questi poveretti che in qualche anfratto del Consiglio dei ministri, del Parlamento e dei Media sbandierano ancora il negazionismo climatico per farci perdere tempo e soddisfare le richieste delle lobby.
Restano aperti i problemi imposti dalla criminale arroganza ( la chiamano gentilmente “speculazione “), con la quale si impone a 60 milioni di utenti un “prezzo marginale” della bolletta energetica che di fatto corrisponde al prezzo più alto specie del mercato del gas estratto ( che viene in buona parte stabilito da un gruppo di finanzieri in Olanda e in Texas ) e che viene attribuito all’intero mercato elettrico anche se questo è ormai per almeno il 50% prodotto con le rinnovabili che hanno costi della metà o di due terzi minori della produzione termoelettrica. Insomma ci prendono per il culo e ci rubano anche un plus di soldi. La questione, solo apparentemente complessa, è semplice: Il governo deve imporre ai soggetti economici che il prezzo abbia un rapporto ragionevole e trasparente con l’origine e i costi reali di quanto prodotto. Insomma garantire un profitto e non attuare una rapina agli utenti imbelli. Va chiarito che tutto ciò nulla centra con le accise, l’unica tassa ( sacrosanta) che finanzia sanità, trasporti e istruzione pubblica, che anche i ricchi pagano e che nel caso del gasolio forse dovrebbe essere almeno simbolicamente aumentata, non diminuita per qualche settimana. Conseguentemente, considerato che non c’è alcuna scarsità di approvvigionamenti né di gas né di petrolio, ma al massimo di alcuni prodotti di raffinazione a basso costo, causata sull’intero pianeta solo dai bombardamenti degli impianti ( da parte di USA e Iran, e vicendevolmente da Russia e Ucraina ). Non c’è nessuna giustificazione per gli extraprofitti, tanto meno di aziende ( compreso l’automotive ) e banche, italiane o europee, che non hanno né problemi finanziari né di approvvigionamenti ma solo della quota di dividendi, sempre in crescita, stante anche il fatto che da Hormuz transita meno del 20% dei combustibili fossili.
2) Per quanto succeda spesso che anche sui media si confonda i consumi energetici totali con quelli elettrici, i trasporti e in particolare la mobilità urbana e aerea sono ancora pressoché totalmente attribuibili ai combustibili fossili ( gasolio, benzina, gpl e metano, kerosene). Circa il 95% nel mondo, almeno il 90-92 % in Italia ed Europa. In Italia il settore dei trasporti e della mobilità rappresenta circa il 33 % dei consumi finali di energia totali del Paese. Vuol dire circa 38 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) all’anno, praticamente il settore più energivoro in assoluto. Ad oggi la mobilità elettrica è pressoché irrilevante tanto più se, come ricordava ai suoi tempi l’AD della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne, una gran parte delle batterie viene ancora caricata dalle produzioni termoelettriche e non da rinnovabili. Siamo un paese anomalo, con il record assoluto di auto per abitante di tutto il pianeta, quasi 70 auto ogni 100 abitanti, una follia. Si accompagna, come ovvio, all’altro record negativo: abbiamo la rete di metropolitane più miserabile del pianeta. Poco più di 250 km in totale. Per dare un idea la città di Madrid da sola ne ha 291 km. Germania, Gran Bretagna e Francia sono ben al di sopra dei 600 km. La Cina ha superato i 12mila km. Almeno il 90% di italiani non è mai salito su una metro e non ha molto chiara la abissale differenza con un autobus o un tram. Molti ambientalisti un po’ retrò ritengono che “ i mezzi pubblici e collettivi”, che non so perché andrebbero contrapposti all’auto, siano quei rottami tecnologici del secolo scorso, inquinanti, rumorosi, costosi, spesso anche scomodi e normalmente impantanati nel traffico urbano ( incroci, semafori, a volte strisce pedonali.. ) chiamati bus e tram, le cui versioni a metano ed elettriche, vanto di Sindaci che si riterrebbero di sinistra e non so perché ecologisti, a parte la manutenzione hanno costi da rapina e infatti sono costruiti, grazie anche ad un malinteso PNRR, per svuotare i bilanci dei Comuni. Ovviamente continueremo a usare le auto in tutti i casi e le situazioni in cui non possiamo farne a meno ma in tutte le occasioni ( rare) in cui si sono completate nuove tratte di metro gli utilizzatori reali sono stati 2 o 3 volte quelli che erano stati stimati ( vedi il caso della modesta linea 1 di Torino).
La caratteristica unica e dirompente delle metropolitane è il percorso dedicato ( cioè privo di incroci, semafori e attraversamenti pedonali ) ma anche la possibilità di carico di utenti consistente riducendo e rendendo più scorrevole il flusso di auto. Nelle grandi metropoli è indispensabile la costruzione di una rete ( che si estenda normalmente in quattro direzioni e che venga circoscritta da uno o due anelli in modo da risultare il sistema di spostamento più efficiente in tutte le direzioni ( come costi, come tempi, come inquinamento, come velocità, come stress, come socializzazione ). E’ mia opinione che l’uso delle metro va ben al di là di quello attuale: con poche eccezioni nei 140 Comuni italiani sopra i 50mila abitanti è utile e conveniente avere almeno una linea di metro ( cioè una linea dedicata, sotterra, sopraelevata o a raso )che attraversi il territorio da una parte all’altra, e almeno due linee incrociate nei 45 comuni sopra i 100mila abitanti. Sono necessari in Italia almeno 1000 km di metro nuovi per avviare seriamente la conversione della mobilità. Tutto il resto ( piedi, bici, monopattini, car sharing, car pooling, .. ), sono attività divertenti e salutari ma, specie in Italia, hanno un impatto insignificante sulla mobilità totale. La metro diffusa anche ai comuni medio-piccoli avvantaggerebbe all’incirca 22 mil di abitanti. Ipotizzando un costo di costruzione con grande approssimazione di 100-120 mld ( 100-120 mil/km) si tratta di 10-12 mld all’anno per 10 anni. Per chi ritenesse che io sia uno squilibrato o stia sognando ( “i soldi non ci sono” direbbe il divertente Cottarelli di turno ) ricordo che nel 2025 abbiamo speso 45 mld/anno per la spesa militare al 2 % del PIL secondo gli std NATO e che dovremmo raggiungere i 113 mld/anno ( 68 mld in più all’anno ) se volessimo arrivare al 5% del PIL come richiesto dal nostro boss di oltreatlantico.
Soltanto degli squilibrati ( oltre ai padroni dell’automotive ) possono pensare che entro il 2035 potremo ancora aumentare le auto e gli altri mezzi simili circolanti nel mondo dagli attuali 1,7 mld a 2,8 mld, a prescindere dalla lontana possibilità che 5-600 milioni siano del tutto o in parte elettriche (sono meno di 80 milioni oggi). In realtà ci stanno semplicemente prendendo in giro. La verità è che il secolo dell’auto come vettore e simbolo dominante della mobilità è quello passato e che abbiamo ancora una decina di anni per tentare di contenere il disastro in cui ci siamo cacciati.
Qualche parola per chi fosse preoccupato per il ridimensionamento del settore dell’auto. Gli occupati diretti nel settore automotive in Italia sono all’incirca 170 mila ( su 10 milioni di operai totali del settore privato) ai quali vanno aggiunti quasi altri 100mila indiretti. Nel 2000 gli addetti erano 500 mila e la loro drastica riduzione prima che al declino, già in corso, del settore è dovuta come è noto ai processi di automazione spinta. Degli attuali addetti nel corso del 2025 parecchie decine di migliaia hanno usufruito di periodi di Cassa Integrazione parziale o totale. Soltanto Stellantis nel 2025 ha usufruito di ammortizzatori sociali vari per circa 20mila dei 36 mila addetti (62% degli addetti). Fra il 2020 e il 2024 Stellantis ha ridotto gli addetti effettivi di circa 10mila unità da 37mila a 27mila. Invece il settore delle rinnovabili e quello modestissimo della mobilità alternativa all’auto si avvicina già alle 100 mila unità. Il rilancio delle rinnovabili e dei nuovi sistemi di mobilità come proposti in questo intervento come punto centrale di una alleanza di alternativa, richiederebbero nuovi addetti in numero notevolmente al di sopra di quelli oggi coinvolti dagli interventi di ammortizzatori sociali dell’ automotive ma sarebbero distribuiti in molte centinaia di aziende di piccola e media dimensione e impegnerebbero alla fine molto meno risorse. L’unico aspetto effettivamente negativo è che avremmo nel settore energetico e dell’automotive, una decina in meno di multimiliardari in Europa e nel mondo. Consiglierei agli amici di AVS e soprattutto del M5S, a cominciare da quelli al Parlamento Europeo fino alla Sardegna ( che a mio parere sono deragliati fuori strada e si sono smarriti ) di lasciar perdere le richieste di sostegno al settore automotive o di riduzione delle accise e chiedere con più impegno la semplificazione legislativa e burocratica utile al rilancio delle rinnovabili, della mobilità alternativa all’auto, oltre alla riconversione urbana e delle abitazioni con la tutela del verde esistente. Argomento che tratterò in un successivo intervento.
Più che un articolo è uno sfogo ambientalista-moralista; sono cose che capitano quando si privilegia la quantità delle informazioni a discapito della qualità: si semplifica e si compromette l’intero articolo.
E questo si vede anche nel modo in cui identifica i “nemici”.
È molto facile mettere nello stesso calderone petrolio, gas, automotive, banche, finanza, cementificatori, costruttori e oligarchi e attribuire loro una volontà comune di impedire la transizione.
La realtà è molto più complessa; alcuni di questi soggetti hanno interesse a rallentarla (produttori di fossili) altri hanno interesse ad accelerarla( produttori di rinnovabili) altri ancora stanno cercando di controllare economicamente la transizione (società di distribuzione).
Le banche e la finanza sono neutre da questo punto di vista, seguono rischio e rendimento del capitale; lo sapeva anche Vespasiano: pecunia non olet.
Inoltre Marino presenta la transizione quasi esclusivamente come un problema di volontà politica e interessi economici contrari: fossili, automotive, finanza, lobby, governi immobili.
È una parte della storia, ma non è tutta la storia; la questione è molto più complicata perchè c’è di mezzo la sicurezza delle catene di approvvigionamento, quella energetica, la competitività industriale.
E’ facile dire servono 50 GW, costano 25 MLD quindi facciamoli.
50 GW prodotti da chi, con quali materiali, con quali componenti e con quale dipendenza dall’estero, dalla Cina in particolare?
E che dire della capacità della rete elettrica, degli accumuli, delle connessioni, della disponibilità delle materie prime?
C’è il problema dell’intermittenza; installare 50 GW di fotovoltaico ed eolico non significa avere 50 GW disponibili quando servono.
Bisogna costruire contemporaneamente tutto ciò che consente di integrare quella produzione nel sistema.
In Europa e anche in Spagna si è già arrivati al punto di ridurre o interrompere temporaneamente la produzione; il curtailment è una conseguenza normale di una rete con molta produzione variabile quando domanda, rete e accumuli non riescono ad assorbirla.
La transizione energetica è anche un problema geopolitico ed industriale di cui l’automotive rappresenta solo la parte forse più appariscente sul piano mediatico; l’articolo ignora totalmente questi aspetti.
Il “prezzo marginale” sull’elettricità viene presentato come un furto; si tratta di un modello di mercato non perfetto e quindi discutibile; ma rinunciarci adesso, così come il sistema è fatto, presenta dei gravi rischi e meriterebbe un discorso a parte per la complessità che presenta.
E’ proprio l’approccio semplificativo che è sbagliato, quindi inutile commentare l’articolo punto per punto.
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ANDREA MILLOZZI
Andando a studiare la bolletta energetica e leggendo diversi articoli sull’argomento, mi sono accorto che forse c’è un motivo per cui in Italia le rinnovabili non riescono a decollare come dovrebbero, nonostante il sole, il mare e il vento che abbiamo a disposizione. Il motivo è nascosto in una serie di voci astratte della bolletta, quelle che si chiamano: “oneri di sistema”.
In pratica ogni mese paghiamo tutti una specie di tassa obbligatoria per finanziare la “transizione ecologica”. Questa cosa mi ha incuriosito. Scavando più a fondo ho scoperto che il meccanismo si morde la coda. Ho fatto bene ad approfondire e vi spiego il perché.
Il primo problema è come viene deciso il prezzo della luce. In Europa l’energia si vende all’asta, ogni giorno, ora per ora. Gli impianti vengono messi in fila dal più economico (sole e vento) al più caro (il gas), e il prezzo che vale per tutti è quello dell’ultimo impianto acceso per coprire la domanda. È una logica economica che, a guardarla dal punto di vista del consumatore, sembra non avere alcun senso. In realtà ho capito che serve a stimolare gli investimenti in nuovi impianti: se l’ultimo impianto guadagna molto, altri vorranno costruire centrali. Il problema è che in Italia quell’ultimo impianto brucia metano nella stragrande maggioranza delle ore, perché dipendiamo ancora troppo dalle fonti fossili. Quindi la beffa è che anche l’energia uscita da un pannello solare a mezzogiorno la paghiamo al prezzo del gas. Sorpresi? Io sì.
Ma il vantaggio economico non finisce tutto nelle stesse tasche. Gli impianti verdi che hanno un incentivo lavorano a prezzo garantito: quando il mercato paga di più restituiscono l’eccedenza, quando paga di meno il GSE integra la differenza.
Tradotto in soldoni: quelli con i contratti più recenti, per loro è come avere uno stipendio fisso. Se l’energia costa troppo, devono restituire il di più; se costa troppo poco, lo Stato (tramite il GSE) mette i soldi che mancano. In ogni caso, hanno la certezza di guadagnare sempre la stessa cifra, senza rischiare nulla.
D’altra parte, ci sono gli impianti senza incentivo, quelli che vendono l’energia direttamente in borsa. Loro incassano per intero la distanza fra il proprio costo di produzione, che è quasi nullo, e il prezzo che il metano impone a tutti.
Tradotto in soldoni: questi sono quelli che fanno il vero affare. Non hanno uno stipendio fisso, ma vendono la loro energia (che a loro costa quasi zero produrre, perché il sole e il vento sono gratis) al prezzo altissimo del gas. Tutto questo profitto extra se lo tengono in tasca, senza dover restituire nulla a nessuno.
La cosa più assurda? Spesso questi impianti appartengono agli stessi gruppi industriali che possiedono le centrali a gas. In pratica, sono gli stessi che incassano da entrambi i lati del banco. Il che spiega piuttosto bene perché nessuno abbia una gran fretta di cambiare le regole.
C’è dell’altro. Sulla nostra bolletta troviamo la voce ASOS, con accanto una cifra. Per legge, le aziende sono ora obbligate a spiegarci cosa sia questa voce e dove vadano quei soldi, ma lo fanno in modo quasi invisibile: la descrizione è sepolta nel “corpo sei” della fattura, tra il codice POD e la potenza impegnata, in quella zona della pagina dove non arriva praticamente nessuno.
Per capire cosa succede davvero bisogna andare a leggere i documenti di ARERA, l’autorità che stabilisce le tariffe. Nella ripartizione di luglio 2026 emerge un dato interessante: la componente ASOS assorbe il 95% degli “oneri generali di sistema”, e sul totale di quegli oneri il 68% finanzia gli incentivi alle rinnovabili mentre circa il 27% copre gli sconti alle grandi industrie energivore.
Il meccanismo funziona così: si decide che le grandi fabbriche, per restare competitive, devono pagare meno oneri di sistema. Quei soldi che le industrie non versano vengono spalmati su tutti gli altri. Il risultato lo si legge nelle medie del 2024, quando le famiglie hanno pagato circa 38 euro di ASOS per ogni megawattora consumato e le imprese energivore fra i 3 e i 6. Fino a dodici volte tanto, per capirci, e senza che nessuno ce l’abbia mai chiesto.
La ragione ufficiale di questi sconti è la competitività: evitare che le imprese portino via la produzione in Paesi dove l’energia costa meno. È un punto valido, che va tenuto in considerazione. A me però resta un dubbio che non riesco a togliermi: agganciare l’agevolazione al volume di energia consumata significa costruire un premio per chi consuma di più. Le norme prevedono diagnosi energetiche e obblighi di efficienza, per carità, ma il segnale economico di fondo continua a puntare nella direzione opposta rispetto a quella che diciamo di voler prendere: il maggior consumo. Tutto questo mentre l’Europa ci parla di “Green Deal” e “transizione ecologica”. Fa quasi ridere, se non fosse tragico.
Il paradosso arriva al capolinea con l’ultima beffa. Gli incentivi alle rinnovabili funzionano a differenza: lo Stato garantisce un prezzo, il mercato ne paga un altro, la bolletta copre il buco fra i due.
In soldoni: lo Stato ha promesso ai produttori di energia verde che avrebbero incassato un prezzo minimo garantito. Se il prezzo di mercato scende (perché ci sono più rinnovabili), lo Stato copre la differenza usando i soldi delle nostre bollette. Il risultato è un paradosso: più l’energia verde funziona e abbassa i prezzi all’ingrosso, più il “buco” da coprire si allarga e più aumenta la voce che paghiamo noi.
È già successo: nel 2024 il prezzo di mercato è sceso rispetto all’anno prima e la componente ASOS è salita del 18%, anche per effetto dell’allargamento del perimetro degli incentivi. Dal primo luglio scorso ARERA l’ha ritoccata di un altro 10% per rimettere liquidità nelle casse. Il risparmio esiste, semplicemente lo trovate scritto su un’altra riga, possibilmente su un altro foglio.
Nel frattempo lo Stato continua a garantire alle fonti fossili sconti fiscali ed esenzioni per 20,6 miliardi solo nel 2025, secondo il catalogo del Ministero dell’Ambiente, mentre le autorizzazioni per i nuovi impianti invecchiano nei cassetti e nel 2025 le installazioni sono calate del 6%, ferme a 7,2 gigawatt contro i dieci l’anno che servirebbero per centrare gli obiettivi al 2030.
Non è un complotto, è burocrazia. È tutto legale, votato e scritto nei regolamenti. Non servono accordi segreti quando basta un allegato tariffario per proteggere i guadagni di pochi. Il risultato è che noi paghiamo l’abbonamento a una transizione ecologica che avanza lentissima, quasi come se fosse una pratica bloccata in un ufficio pubblico. In un Paese ricco di risorse come l’Italia, in cui ripeto, sole, mare e vento, di certo non mancano, questo non è solo ridicolo: è un danno ambientale che non possiamo più permetterci di ignorare.
Sinceramente, spero di aver interpretato male questi dati. Perché se la situazione è davvero questa, siamo davanti a un paradosso che accettiamo come “normale” solo perché è nascosto dietro voci astratte e fogli complicati. Voi cosa ne dite? È normale o c’è qualcosa che non torna?
Un piccolo promemoria: non sono infallibile e l’errore è sempre dietro l’angolo. Contro le fake news (anche quelle che colpiscono le persone che stimiamo) lo strumento migliore resta il controllo delle fonti. Nei commenti vi lascio sempre i dati e i documenti di riferimento da cui sono scaturiti i ragionamenti che mi hanno portato a scrivere il post: vi chiedo la cortesia di leggerli e di avvisarmi se trovate delle sviste. Costruiamo insieme un’informazione più accurata. Grazie
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Anche le rinnovabili presentano impatti ambientali.
L’eolico in primis. Se poi lo incentiviamo generosamente con le nostre bollette e lo lasciamo fare dove lo richiede il privato ci troviamo nella situazione assurda attuale: decine di impianti dove effettivamente non c’è vento, non c’è richiesta energetica e dove impatta ambientalmente e paesaggisticamente. Alla fine si è arrivati al Decreto Aree Idonee: ennesimo pasticcio. Copiare dai tedeschi? Nonostante Berlino stia correndo per raggiungere obiettivi federali massicci entro il 2030 (115 GW onshore e 30 GW offshore), le tutele ecologiche e la gestione dei rischi non sono state azzerate. In Italia stiamo decidendo che dove era stato fatto in precedenza l’eolico senza criteri ambentali va bene così e diventa ancora area idonea…
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