
(ANNA FOA – lastampa.it) – Le elezioni politiche in Israele si terranno, pare, il 27 ottobre prossimo. Poco più di due mesi, già segnati da un’intensa campagna elettorale. La domanda essenziale è se Israele riuscirà o meno a liberarsi di Netanyahu, e con lui del suo governo di fanatici razzisti e suprematisti. Ma anche il tipo di governo che uscirà fuori dalle elezioni, in caso di sconfitta di Bibi, non è ininfluente. È evidente che il peso dell’opposizione dei democratici di Yair Golan e dei partiti arabi sarà determinante sulle scelte politiche di un eventuale nuovo governo, qualunque esso sia. Qui contano i numeri dei seggi, conta chi andrà a votare, e se i palestinesi cittadini di Israele, più di due milioni, sceglieranno in massa la strada della battaglia elettorale o la considereranno inutile e preferiranno, disgraziatamente, limitare la loro partecipazione al voto. Di qui, la consapevolezza, diffusa nel Paese, del ruolo essenziale del voto palestinese e della necessità di arrivare ad accordi elettorali fra i partiti ebraici e quelli arabi.
In Israele i palestinesi cittadini (non quindi quelli dei territori occupati e nemmeno quelli di Gerusalemme Est, giuridicamente “residenti”), godono fin dalla nascita dello Stato dell’elettorato attivo e passivo. I principali partiti arabi sono quattro, solo due dei quali rappresentati in parlamento con 10 seggi complessivi. In alcune fasi della storia politica recente si sono presentati uniti, in altre separatamente. Pochi giorni fa, tre di loro, Hadash, Ta’al e Balad, hanno raggiunto un accordo per presentarsi in una lista congiunta alle elezioni.
Ma la vera novità di questi giorni è la formazione di liste unite arabo-ebraiche. Così il laburista Avraham Burg, già presidente della Knesset e già presidente ad interim dello Stato, arrivato negli ultimi dieci anni a sostenere posizioni di radicale opposizione al governo, si è candidato nelle liste del nuovo partito arabo-ebraico Makom lekulam (un posto per tutti) fondato dai due leader del movimento Standing together, Alon-Lee Green (ebreo) e Roula Daoud (palestinese con cittadinanza israeliana), una lista però a rischio di non superare la soglia di sbarramento elettorale del 3,25%.
E ancora, un’importante novità, in grado se realizzata di cambiare le carte in tavola per il voto di ottobre, legittimando il voto ai partiti arabi, è la possibile entrata nel partito arabo di Mansur Abbas Ra’am (un partito che ha appoggiato nel 2021 il governo di Bennet e di Lapid e che ha rotto ogni rapporto con i Fratelli Musulmani) di una personalità ebraica importante come Joav Segalovitz, già viceministro della Sicurezza, parlamentare del partito di Yair Lapid (Jesh Atid), che potrebbe in caso di sconfitta di Netanyahu sostituire Ben Gvir come ministro della Sicurezza nazionale. Si tratta di una strada, questa dell’alleanza con i partiti arabi, che trova forti resistenze anche nei partiti di opposizione a Netanyahu, e non solo quelli di destra, ma anche fra i democratici di Yair Golan e nel partito di centro di Gadi Eisenkot, dato per favorito nella competizione elettorale, che recentemente si è espresso, forse per ragioni elettorali, contro la creazione di uno Stato palestinese e la collaborazione con i partiti arabi. Come ha detto di lui lo scrittore israeliano Assaf Gavron nella bella intervista rilasciata a Fabiana Magrì e pubblicata ieri su questo giornale, «È onesto, non è corrotto, non pensa soltanto a se stesso e vuole davvero ricucire la società. Ma non voterò per lui perché ha dichiarato che non formerà un governo con i partiti arabi. Per me è assurdo: continuare a parlarne come se gli arabi non fossero politicamente legittimati non fa che rafforzare proprio quell’idea».
In un Paese in cui un ministro proclama apertamente il proposito di uccidere trenta o quaranta palestinesi al giorno perché non meritevoli di vivere, la scelta di Segalovitz, se portata avanti, rappresenterebbe il rifiuto più evidente e concreto del razzismo antiarabo di cui molta parte dei cittadini è partecipeo. Molta parte, ma non certo tutti.
L’avvio di formazioni miste ebraico-palestinesi non cambia soltanto i giochi elettorali, ma incide sul razzismo che ha contribuito in questi anni alla distruzione di Gaza e alimentato l’apartheid ormai dilagante in Cisgiordania. Cambiare paure e mentalità è più difficile ancora che cambiare governo. La collaborazione con gli arabi toglierebbe al razzismo l’alibi della paura.
I veri razzisti potrebbero infine essere contati e forse si scoprirebbe non solo che sono meno di quello che si pensa ma anche che possono essere sconfitti. Per ora alle elezioni, ma poi anche nella vita quotidiana, nelle scuole, nella cultura e nel dialogo. Sarebbe una sconfitta dell’odio e un vero avvio al processo di costruzione della pace.
Non so quanto sia vero ma sembrerebbe che la popolazione tedesca veniva tenuta all’ oscuro sullo sterminio in atto nei campi di concentramento. In Israele tutto avviene alla luce del sole e gli israeliani plaudono in massa sulle mostruosità di Gaza che continuano ad avvenire anche dopo gli accordi . Idem per la Cisgiordania dove i colonie non si trovano lì per caso ma perché ci vengono mandati ,preparati, addestrati e con intenzioni non benevole . Quindi non so da dov’è caccia tutto questo ottimismo speranzoso il giornalista che ha scritto questo articolo.
"Mi piace""Mi piace"