Alle prossime elezioni dovrebbe esserci un confronto su reddito, istruzione, cure mediche, lavoro e possibilità per i giovani di restare in Italia. Sono temi concreti e per questo scomodi, rimossi da tutto lo spettro politico e poco alimentati anche dagli stessi media

(Lorenzo Castellani – editorialedomani.it) – Sotto il sole d’agosto, la politica e il suo piccolo sistema mediatico trovano il tempo per consumarsi nel caso Ranucci. La questione è diventato l’ennesima risma di pozzi avvelenati tra palazzi, redazioni e social network. Uno spiacevole caso da ombrellone, che però distrae da ciò che conta davvero per la grandissima parte degli italiani.

Fuori dal recinto mediatico, infatti, c’è un popolo che avrebbe bisogno di discutere delle condizioni materiali della propria sopravvivenza sia come individui che come comunità. Alle prossime elezioni dovrebbe esserci un confronto su reddito, istruzione, cure mediche, lavoro e possibilità per i giovani di restare in Italia. Sono temi concreti e per questo scomodi, rimossi da tutto lo spettro politico e poco alimentati anche dagli stessi media.

Salari, sanità, pensioni

Si cominci dai salari. L’inflazione non finisce quando rallenta l’indice dei prezzi: continua nella perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni. È un’inflazione occulta, invisibile nei titoli ma presente nella spesa, negli affitti, nelle bollette e nella rinuncia a consumi essenziali. Per molti giovani laureati l’emigrazione non è più una scelta cosmopolita, ma una strategia razionale di mobilità sociale. L’Italia perde capitale umano, indebolisce la propria base produttiva e aggrava la crisi demografica. Una politica seria dovrebbe discutere di produttività, fiscalità del lavoro, contrattazione, formazione: perché lavorare bene e studiare a lungo non garantiscono più un’esistenza autonoma?

Poi c’è il grande non detto delle pensioni. Il sistema protegge molto chi è già dentro e meno chi deve ancora entrarvi. Con pochi giovani, carriere discontinue e una popolazione sempre più anziana, la spesa pensionistica non potrà che crescere. Non si tratta di abbandonare gli anziani, ma di rendere gradualmente il sistema sostenibile: incentivare previdenza integrativa e privata, proteggere davvero i redditi bassi, smettere di scaricare sui lavoratori futuri promesse difficili da mantenere. Non esiste una ricetta senza sacrifici, ma varrebbe quanto meno aprire una discussione.

Lo stesso vale per la sanità. Il Servizio sanitario nazionale resta una conquista civile, ma la sua retorica universalistica non deve nascondere una realtà quotidiana: chi può permetterselo ricorre al privato, chi non può aspetta. La gratuità formale convive con disuguaglianze sostanziali. La domanda seria non è se abolire o santificare il pubblico, ma se abbia ancora senso che le fasce più benestanti usufruiscano, alle stesse condizioni degli altri, di prestazioni finanziate dalla fiscalità generale. Il pubblico dovrebbe garantire a tutti cure essenziali, tempestive e di qualità; per i redditi alti si dovrebbe favorire il ricorso a forme assicurative private, concentrando le risorse su chi dal sistema pubblico dipende davvero.

Scuola, ricerca, immigrazione

C’è poi la scuola, regolata ancora da tempi sociali ereditati dall’Italia di sessant’anni fa, quando molte donne non lavoravano stabilmente e i padri erano dispensati da una parte della cura educativa. Tre mesi e mezzo di vacanze mettono in difficoltà le famiglie, aggravano le disuguaglianze e peggiorano gli apprendimenti. Ripensare calendario, servizi estivi, tempo scuola e rapporto tra istruzione e lavoro è una riforma sociale, non un capriccio pedagogico. Da un governo di destra, che di certo non si associa con i sindacati dei professori, ci si sarebbe aspettati molto di più su questi temi.

Infine, ricerca e immigrazione. Un paese che investe troppo poco in ricerca e sviluppo non costruisce il futuro, lo compra all’estero quando può e lo subisce quando non può. Basti pensare che la media della spesa in ricerca e sviluppo tra i paesi Ocse è il doppio di quella italiana. Inoltre, un paese che ha bisogno di lavoratori immigrati ma non organizza percorsi di lingua, scuola, formazione, regolarizzazione e lavoro coltiva marginalità invece di integrazione.

Oggi, punti simili sembrano un programma di fantasia poiché non c’è traccia di essi nella discussione pubblica. Forse resteranno una noiosa riflessione estiva, destinata a dissolversi tra palinsesti e polemiche. Eppure gli elettori sono spesso più saggi della classe politica: conoscono la distanza tra la propaganda e i problemi che affliggono la vita concreta delle famiglie. E premieranno chi sembrerà il più adatto ad affrontare le questioni sulle quali si misura la capacità dell’Italia di restare in piedi e avere un qualche futuro.