Alessandro Di Battista, raccontando la sua diagnosi di cancro, ha messo in discussione la retorica del malato che deve essere un guerriero e restare sempre positivo. La malattia non è una guerra da vincere: curarsi significa anche affidarsi agli altri, accettare la propria fragilità e continuare a riprendersi spazi di libertà.

(di Damiano Rizzi – fanpage.it) – Ci sono parole che dividono una vita in un prima e un dopo. Cancro è una di queste. Cade come un sasso in uno stagno: il rumore dura un attimo, i cerchi non finiscono più.

I manuali dicono che andrebbe pronunciata attorno a un tavolo, seduti, medico, psicologo e paziente, per attutire il colpo.
La realtà quasi mai somiglia al manuale. Negli ospedali italiani la stanza riservata si inventa: fino a un attimo prima, magari, era quella dei prelievi.
Alessandro Di Battista l’ha ricevuta a Cuba, in un ospedale senza acqua: l’embargo degli Stati Uniti è una stretta silenziosa che chiude anche i rubinetti. Lui l’ha chiamato «un assedio medievale».

Da oltre quindici anni seguo bambini e adulti malati di cancro, in Italia e nei Paesi in guerra. Trent’anni fa il cancro non si nominava: era «il brutto male», una presenza che abitava la casa senza avere un volto.
La prima regola della psico-oncologia è dare un nome alla malattia: nominare è già cominciare a farci i conti.
A diMartedì, Di Battista l’ha nominata senza giri di parole, facendo qualcosa di raro: ha rifiutato la retorica del guerriero, quella del «combatterò». Ha detto che farà le cure e che resterà positivo, perché questo è il suo carattere. Poi ha aggiunto una frase che ribalta la prospettiva: «Quelli che non devono mollare sono i dottori».

Perché il cancro è diventato una guerra?
Nel 1971 il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon firmò il National Cancer Act e nacque la «war on cancer», la guerra al cancro.
Da allora il corpo del malato è un campo di battaglia.
La guerra è il racconto più antico con cui proviamo a dare forma all’ignoto: c’è un nemico, c’è un fronte, c’è una vittoria da conquistare. È un modo per mettere ordine nel caos, e in questo può esserci qualcosa di consolatorio.

Ma ha un prezzo. Se la malattia diventa una battaglia, chi peggiora finisce per essere percepito come qualcuno che ha «perso», quasi non avesse combattuto abbastanza.

E insieme alla cura si impone così anche un altro obbligo: quello di essere sempre forti, sempre positivi.

In psico-oncologia la chiamiamo «la tirannia del pensiero positivo». Nessuno studio ha dimostrato che l’ottimismo forzato allunghi la vita; sappiamo invece che circa un paziente su tre vive un distress psicologico significativo, spesso aggravato dalla vergogna di non sentirsi abbastanza forte.

La metafora bellica cambia perfino i comportamenti: chi pensa al cancro come a un «nemico» è meno disposto a fare prevenzione. La guerra chiama all’attacco; prevenire significa limitarsi, avere cura.

Eppure chi sceglie di «combattere» merita di essere accompagnato, non corretto.
Ai miei pazienti dico sempre: siate come vi sentite.
Davanti a una malattia potenzialmente mortale ogni difesa è un riparo costruito con gli strumenti che si hanno. Per qualcuno essere guerriero è la trave portante della casa.
In una società ossessionata della performance, dove valiamo per ciò che vinciamo, anche schiacciando gli altri, non stupisce che la cura sia diventata una gara. Ma combattere non è l’unico modo di stare al mondo.

Nelle parole di Di Battista c’è una distribuzione dei ruoli che, psicologicamente, è già salute.
Io faccio le cure, sono i medici che non devono mollare.

Restare al proprio posto significa non dover sopportare tutto il peso: il paziente è una persona la cui vita è affidata nelle mani di altri.
«Farò le cure che devo fare»: la fiducia è un legame, non un’arma.
La gratitudine verso i medici, cubani e italiani, pronunciata senza enfasi, riconosce un lavoro, non l’impresa di eroi.

Decostruire la retorica della malattia è già una forma di cura.

Riconoscere il proprio posto significa anche vedere quello degli altri. Esiste un mondo in cui il cancro si cura sotto le bombe e le chemioterapie arrivano grazie a organizzazioni come Soleterre, in Ucraina e in Palestina. Di Battista quel mondo lo ha girato raccontandone le ingiustizie. Anche ora, convalescente, il suo sguardo non si è chiuso su di sé: ha parlato del neurochirurgo che gli ha salvato la vita e che gli ha scritto che all’Avana non si riesce a sterilizzare per mancanza di corrente.

C’è chi, anche nel tempo della cura, tiene accesa una luce per gli altri. Il modo in cui si abita il mondo decide molto su come ci trova la diagnosi.

La comunicazione di una malattia oncologica ti trova più o meno pronto a seconda di quanto hai potuto riflettere sulla vita. Ho visto persone pensare alla propria esistenza per la prima volta in un letto d’ospedale. Il cancro, dice Di Battista, è «democratico». Colpisce chiunque.

«Faccio parte di quel club di cittadini italiani che dicono perché proprio a me?». Detta in televisione, diventa appartenenza. Nessuno è solo, dentro quella domanda.

In Italia vivono circa 3,7 milioni di persone dopo una diagnosi di tumore; ogni anno le nuove diagnosi sono quasi 390 mila. Dietro ogni numero c’è un nome e un modo unico di soffrire e di vivere. Non esistono vite di serie A e vite di serie B: non vale di più chi lotta, né vale meno chi si affida, o chi si stanca e a un certo punto decide di fermarsi.

«Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà».

È una frase che appenderei in ogni reparto. Perché racconta la malattia senza consegnarle tutto: una parte di noi continua a esistere fuori dalla diagnosi, a desiderare, scegliere, vivere.
Riprendersi quegli spazi significa riaprire, una alla volta, le finestre chiuse di una casa.
Ed è proprio da lì che la vita torna a entrare.