(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Non condivido sempre quello che dice Di Battista, ma ho davvero apprezzato quello che ha detto a diMartedì, riguardo alla sua malattia. L’ironia dolente e umanissima con cui ha annunciato di essere entrato nel club di coloro che, visitati da un tumore, si chiedono «perché proprio a me?». Soprattutto la totale assenza di retorica, particolarmente toccante in un tribuno che fin qui la retorica l’aveva sempre maneggiata con perizia, ma senza risparmio. Avrebbe potuto descriversi come un eroe della resistenza al cancro, un guerriero in lotta contro l’invasore. Sarebbe stata una scelta molto comune, molto «social», ma anche molto avvilente per i malati che non guariscono e non per questo meritano di essere definiti dei deboli o dei perdenti. Invece Dibba ha riconosciuto la sua fragilità di fronte al mistero del male, auspicando che la forza assista non tanto lui, quanto i medici che lo hanno in cura. E non si è limitato a dirlo: guardandolo, si capiva che lo pensava sul serio.

Succede ormai così di rado di cogliere la sincerità nello sguardo di un essere umano: spesso sembriamo marionette mosse soltanto da orgogli e pregiudizi.

Nel momento più difficile della sua vita, il Peter Pan dei Cinque Stelle si sta rivelando, forse anche a sé stesso, un uomo. Era talmente sincero quando parlava della sua malattia da avermi trasmesso la convinzione che lo sia anche quando parla di tutte le altre cose, comprese quelle su cui magari non andiamo d’accordo.