Le primarie del centrosinistra non hanno ancora una data fissata, anche se ormai sembra che tutte le forze le considerino inevitabili. Giuseppe Conte ha agitato la corsa verso la sfida dicendo che sarebbe stato disponibile a scegliere un candidato terzo, senza primarie, ma “non c’è stata disponibilità” da parte degli alleati.

(di Luca Pons – fanpage.it) – La strada verso le primarie sembra ormai l’unica possibile per il centrosinistra, o campo largo, ma non per questo si prospetta semplice da percorrere. Ad agitare le acque è intervenuto Giuseppe Conte, già da tempo lanciato nella corsa alla leadership della coalizione: il presidente del Movimento 5 stelle ha detto che lui sarebbe stato disponibile a cercare un “nome terzo” rispetto ai leader di partito, ma che “non c’è stata disponibilità a valutare questa strada”. Un commento rivolto principalmente al Partito democratico.
Tra tensioni e distanze, non è ancora chiaro né come gli elettori potrebbero essere chiamati a scegliere il o la leader della coalizione (il Pd spinge per i gazebo, il M5s vuole anche la possibilità di votare online; i democratici preferiscono il doppio turno, i pentastellati il turno unico). Né, tantomeno, c’è una data. I retroscena che ipotizzavano di votare a novembre diventano sempre più improbabili con il tempo che passa, e ora c’è chi parla di aspettare gennaio. Con un’incognita pesantissima anche su quando si terranno le elezioni politiche: potrebbe essere già tra aprile e giugno.
La frecciatina di Conte al Pd: “Volevano Schlein o le primarie”
“Ho dichiarato sin dall’inizio la disponibilità a valutare insieme e a concordare un nome terzo”, ha detto Conte ai cronisti in Parlamento. “Perché, anche di fronte alla mia comunità, voglio rappresentare il tentativo di aver percorso tutte le strade per trovare una massima concordia”.
“Ovviamente”, ha proseguito l’ex premier, non si sarebbe trattato di “un nome qualsiasi”, non “una figura morbida, un compromesso al ribasso, ma una figura che sappia interpretare questo momento e la gravità e la crucialità delle sfide”. E, ancora, “un nome autenticamente progressista, un nome che deve garantire un cambio nella politica, se no non cambia il Paese”. Conte ha detto che non si riferiva a persone specifiche, ma che queste erano “le richieste minime andare a vincere con un progetto progressista”. In ogni caso, ha concluso, “non c’è stata disponibilità a valutare questa strada” da parte degli alleati, “e quindi oggi abbiamo di fronte le primarie. Non sono nella nostra tradizione, e non corrispondono a un’ambizione personale, ma non c’è altro modo”, dato che la “legge elettorale ci vincola a indicare una candidatura”.
Parole che possono suonare come un’accusa, pur velata, a chi ha la responsabilità di aver portato alle primarie. A parole, in tutti i partiti c’è stato chi si è detto disponibile a trovare un compromesso senza primarie. Già ieri, a L’aria che tira su La7, Conte aveva però chiarito: “Il Pd ci ha detto: o il partito più forte oppure le primarie, quindi andremo alle primarie”. E l’8 settembre, in un colloquio con la Stampa, aveva preso una posizione netta: “Per me non ci sono alternative” alle primarie, aveva detto. “Se accettassi di individuare il leader in un altro modo, i miei mi sputerebbero”.
Il Pd si prepara al voto, malumori nel campo largo
Insomma, il messaggio di Conte è piuttosto chiaro: è stato il Pd a volere le primarie, perché non è stato disposto a cercare un candidato comune. Quindi adesso si dovrà votare. Nonostante, tra gli alleati, non manchino i malumori. Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi-Sinistra, è stato critico parlando a Giornale radio: “Abbiamo davanti sei mesi di campagna elettorale e siamo ancora senza un candidato leader e un programma scritto. Noi siamo pronti: il 18 ottobre presenteremo a Roma le nostre tesi programmatiche. Schlein e Conte devono accelerare”. E ha aggiunto: “Avrei preferito un’intesa politica, perché le primarie rischiano di essere più divisive che unificanti”.
Martedì, Matteo Renzi ha detto pubblicamente – rispondendo a una domanda esplicita sul tema – ha detto che sosterrebbe anche Conte come candidato premier, se vincesse le primarie: “Poi, faccio di tutto perché non le vinca chi considero più lontano, ma se le vince governa lui, punto”.
Nel frattempo, nel Pd qualcosa si muove. Mercoledì si è svolta una riunione di segreteria da cui è emersa una linea ‘battagliera’: “Se saranno primarie siamo pronti, e pronti a vincerle”. A patto che, come accennato, si passi per i gazebo. Venerdì 2 ottobre è in programma la direzione del partito, un momento di confronto fondamentale per tirare le fila (o almeno, iniziare a farlo). Non è più un mistero che l’eurodeputato democratico Giorgio Gori stia valutando una candidatura in concorrenza con Schlein, Conte e gli altri; candidatura che, ha detto a Omnibus, “andrebbe a vantaggio del Pd, ma solo con doppio turno”. Venerdì potrebbe emergere una posizione più netta. Le tensioni, per il momento, non finiscono.