(di Michele Serra – repubblica.it) – Tra i suoi presunti record, dei quali parla con puerile vanagloria (anche un ottantenne può essere un bambino), Trump sicuramente può annoverare l’aumento delle esecuzioni capitali negli Stati Uniti. Ventinove nell’anno in corso, metà delle quali nella sola Florida (ottimo posto dove non andare in vacanza). La trentesima è sfumata quasi all’ultimo minuto, per decisione di una corte federale che ha chiesto di riesaminare la sentenza. Christa Pike doveva essere uccisa da un’iniezione letale. Il governatore del Tennessee, il repubblicano Bill Lee, aveva negato la grazia. Pike, abusata da bambina, cresciuta tra alcol e droghe, bipolare, aveva diciotto anni quando uccise orribilmente una ragazza sua rivale, seguendo un rituale satanico. Sono passati trentadue anni.

L’ultima esecuzione di una donna nel Tennessee (una schiava africana alla quale non è concesso neppure di essere ricordata con il suo nome) risale a duecento anni fa. La strategia di procedere a ritroso nella storia – rimangiandosi, appunto, un paio di secoli di progressi sociali e di diritti civili – è il vero motore ideologico dei Maga, e più in generale delle destre reazionarie che proliferano nel mondo sedicente sviluppato. Se il presente non piace, o spaventa, non è al futuro che si guarda, ma a un presunto passato aureo nel quale si potevano appendere i criminali a una corda senza tante storie.

Ovvio che la criminologia (come la psicologia, la psicanalisi, la sociologia, le scienze umane nel loro complesso) sia considerata un impiccio pretestuoso dai nuovi/vecchi americani che votano Trump. Per tutti gli altri, non solo americani, la domanda è una sola: esiste una differenza etica tra la pena di morte in Cina, in Iran e negli Stati Uniti? La pena di morte, nei paesi democratici, è più democratica? O è lo stessa vendetta arcaica spacciata per giustizia?