Perché subito un Ministro Articolo 11

(Giorgio Kadmo Pagano – lafionda.org) – La temperatura della guerra sale una tacca dopo l’altra: ciò che era impensabile diventa accettabile e infine inevitabile. Per questo la pace deve diventare una funzione permanente della Repubblica.
Ogni giorno soffiano venti di guerra. Quella che si prepara non è una guerra lampo di memoria hitleriana, ma una “guerra della rana bollita”: la temperatura viene alzata gradualmente, abbastanza lentamente da abituarci a ogni nuovo grado, fino a quando l’acqua non raggiunge l’ebollizione.
Un nuovo stanziamento militare, un’arma più potente, un pacchetto di sanzioni, una minaccia esplicita, un’ulteriore ipotesi di intervento diretto o un nuovo finanziamento miliardario in armamenti (quasi sempre statunitensi). Ciò che ieri appariva intollerabile oggi viene presentato come inevitabile; domani sarà considerato insufficiente. La guerra generale non viene dichiarata: viene resa progressivamente pensabile, accettabile e infine normale.
È questa gradualità a renderla letale. L’opinione pubblica non è chiamata a scegliere in un solo momento tra la pace e la guerra: viene accompagnata, passo dopo passo, verso un punto in cui il conflitto apparirà come l’esito naturale di decisioni già prese.
Non basta invocare la pace quando l’acqua è ormai vicina all’ebollizione. Occorre un’autorità politica che abbia il compito permanente di monitorare la temperatura, riconoscere l’escalation e intervenire prima che il processo diventi irreversibile.
Serve subito un Ministro Articolo 11.
L’articolo 11 è uno dei principi fondamentali della Costituzione. Eppure, in quasi ottant’anni, non è mai stato incarnato a livello di governo e di sovranità statale.
Abbiamo apparati incaricati di preparare la difesa, gestire le alleanze, acquistare armamenti e affrontare la guerra. Non abbiamo mai avuto un responsabile politico permanente incaricato di dare forma, mezzi e continuità al ripudio della guerra e alla costruzione della pace.
È una dimenticanza tanto lunga da non apparire casuale. La disposizione costituzionale sulle limitazioni di sovranità fu chiamata quasi subito a convivere con l’adesione alla NATO nel 1949, mentre il mandato di promuovere un ordinamento internazionale capace di assicurare pace e giustizia non ha mai ricevuto un’analoga incarnazione governativa.
Nella prassi repubblicana la limitazione della sovranità è stata organizzata; la sovranità della pace no.
Per colmare questa omissione storica serve un Ministro Articolo 11: non la figura di una pace astratta o subalterna, ma il titolare sovrano di una funzione costituzionale.
Che cosa dovrebbe essere, concretamente?
Non un nuovo Ministero della Pace con strutture pesanti, direzioni generali e costi aggiuntivi. Non un apparato destinato a sovrapporsi alla Presidenza del Consiglio, alla Farnesina o alla Difesa, né tantomeno un contropotere ideologico.
Dovrebbe essere un Ministro senza portafoglio presso la Presidenza del Consiglio, con funzioni di indirizzo, impulso, coordinamento e verifica. Il suo compito sarebbe raccordare competenze già esistenti — diplomatiche, giuridiche, economiche, culturali, ambientali e umanitarie — orientandole stabilmente alla prevenzione dei conflitti.
L’articolo 11 non contiene soltanto un divieto; contiene un mandato positivo. La Repubblica deve promuovere e favorire gli ordinamenti internazionali capaci di assicurare pace e giustizia fra le Nazioni. Non basta astenersi dall’aggressione: occorre creare le condizioni politiche, giuridiche ed economiche che impediscano alla guerra di diventare lo strumento ordinario di risoluzione delle controversie.
Il ripudio della guerra deve tradursi in capacità dello Stato: prevedere le crisi, riconoscere le fratture, costruire mediazioni e mantenere aperti i canali diplomatici prima che la logica militare diventi dominante.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba. Comincia molto prima: quando si spezzano i rapporti, si interrompono gli scambi, si disumanizza l’avversario e si orienta l’opinione pubblica ad accettare l’inaccettabile. Anche la pace, dunque, deve cominciare molto prima.
I tre tempi della pace
Un Ministro Articolo 11 dovrebbe operare nei tre tempi del conflitto:
- Prima: individuando i rischi, promuovendo prevenzione e mediazione, e valutando l’impatto delle decisioni politiche ed economiche sulla sicurezza collettiva.
- Durante: coordinando le iniziative per la cessazione delle ostilità, la protezione dei civili e il mantenimento dei canali diplomatici.
- Dopo: preparando la ricostruzione, la riconciliazione, il ripristino dei diritti e le condizioni per una pace durevole.
Oggi queste funzioni sono disperse tra Presidenza del Consiglio, Esteri, Difesa e diplomazia. Manca una figura politica unica che le tenga insieme e ne risponda pubblicamente.
La guerra dispone di una catena di comando. La pace no.
Dal pacifismo al pacismo di governo
A chi obietta che la diplomazia spetta già agli Esteri, la difesa all’articolo 52 e la politica generale alla Presidenza del Consiglio, la risposta è chiara: il Ministro Articolo 11 non sostituirebbe queste istituzioni, ma le raccorderebbe attorno a una responsabilità oggi priva di un titolare specifico.
Loin dal contrastare la difesa della Patria prevista dall’articolo 52, ne costituirebbe la prima garanzia. Se l’articolo 52 è l’assicurazione sulla difesa quando la pace fallisce, l’articolo 11 è la politica permanente affinché quel fallimento non avvenga. Proteggere la Patria significa anche impedire che venga trascinata in guerre evitabili, tutelando i cittadini, le infrastrutture e l’economia.
Per questo non sarebbe il ministro di una sola parte politica. Bisogna distinguere il pacifismo come testimonianza dal pacismo come capacità di governo.
Pacista è chi organizza la pace per proteggere sia la Patria sia chi è chiamato a difenderla.
Questa figura non indebolirebbe le Forze Armate: offrirebbe loro un alleato istituzionale per far sì che il ricorso alle armi resti davvero l’ultima ratio. La pace è un’opera politica complessa che richiede intelligence, diplomazia, economia, diritto e tecnologia. La guerra viene pianificata e finanziata in tempo di pace; non si comprende perché la pace debba essere improvvisata durante la guerra.
Senza modificare la Costituzione, ma attuandola, l’Italia potrebbe diventare il primo Paese a dare all’organizzazione della pace una titolarità governativa permanente, offrendo un modello d’avanguardia a livello internazionale.
Ogni giorno perso è un’altra tacca sotto la pentola. Continuare ad alzare la temperatura senza una funzione incaricata di fermare l’escalation è un’irresponsabilità storica.
Non serve un domani un generico Ministero della Pace.
Serve oggi un Ministro Articolo 11.
Si non vis bellum, para pacem.
(Se non vuoi la guerra, prepara la pace.)
È una proposta suggestiva ma purtroppo non funzionerebbe perché il Ministro della Pace, o dell’articolo 11 che dir si voglia, entrerebbe immediatamente in conflitto con il Presidente della Repubblica e soccomberebbe. È al Quirinale il problema principale…
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Serve oggi un Ministro Articolo 11.
Si non vis bellum, para pacem.
Tutto quello che può essere messo in campo per assicurare pace attraverso diplomazia va preso in considerazione.
Nel frattempo, visti gli infausti sviluppi, io mi chiedo se non siano presenti già sufficienti elemento per procedere con la pesante accusa di attentato/tradimento della Costituzione: oltre a favorire in tutti i modi le guerre oltre il confine nazionale, i vertici dello stato (volutamente minuscolo) garantiscono l’ utilizzo delle basi del paese per scopi criminali e fuori dal diritto internazionale.
I vertici dello stato stanno tradendo la Costituzione e non si capisce in nome di cosa o perché.
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I pacifisti dichiarano guerra ai guerrafondai.
🙂
Potrebbe sembrare una contraddizione logica ma è una provocazione retorica.
I pacifisti non fanno la guerra, la smascherano e per questo i guerrafondai li temono più delle armi.
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