La Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni partecipa a Fenix, sesta edizione della festa nazionale di Gioventu' Nazionale

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – L’Italia non poteva scegliere momento peggiore per precipitare nella campagna elettorale, quasi lo scioglimento delle Camere fosse scritto nell’orizzonte dei prossimi mesi. Esperienza insegna che nel mercato dei voti tutto si blocca. Festival delle promesse, dei programmi che sappiamo non saranno mantenuti, delle risse verbali a prescindere. Tutto fuorché il confronto con la realtà e le urgenze che impone.

Stavolta il danno rischia di svelarsi specialmente grave. Il mondo non aspetta l’Italia. Le guerre stringono le nostre frontiere meridionali e orientali, chiudono i nostri inaggirabili corridoi da e verso il mondo. I partner di riferimento, vincoli esterni con cui abbiamo voluto o dovuto surrogare l’inefficienza e la carente legittimazione della repubblica, soffrono di crisi profonde, tali da metterne in questione il futuro.

A cominciare dal protettore strategico: gli Stati Uniti d’America ci hanno detto, ripetuto e fatto capire in ogni modo che il loro ombrello non si aprirà automaticamente secondo nostra necessità ma solo per loro eventuale scelta. Inoltre, la guerra con l’Iran rivela che ospitare basi a stelle e strisce sul proprio territorio può invitare nemici o provocatori a colpirle anche se lo Stato in questione non ha vertenze con l’avversario di Washington. Infine, qualsiasi sobria analisi del nostro strumento militare e dello spirito nazionale invita a pregare di non cadere nella tentazione di avventure che non potremmo affrontare. In ogni caso sulle guerre non abbiamo influenza, anche per nostra negligenza. Ma queste influenzano noi, eccome.

Non va meglio nel contesto europeo. Ognuno per sé, nessuno per tutti. Dopo la seconda guerra mondiale non si è mai vista dilagare con tanto furore l’onda dei nazionalismi estremi, dei particolarismi, delle xenofobie al limite del razzismo, talvolta oltre. Tutti i nostri riferimenti storici sono impegnati a spegnere gli incendi che ne anneriscono le pareti di casa e ne infuocano l’aria: Inghilterra, Francia, soprattutto Germania, garante di ultima istanza del nostro debito fuori controllo, vera limitazione della nostra sovranità. Ogni vincolo esterno così decade o perde qualsiasi connotazione virtuosa perché suppone l’interesse altrui ai casi nostri, oggi latitante. Meglio non soffermarsi, ad esempio, su quali possano risultare nel futuro breve i riflessi su di noi della crisi dell’industria tedesca, che in quanto interdipendente con la nostra ha contribuito a elevarci al rango di secondo manifattura continentale — per quanto?

Il tessuto economico e sociale è infragilito, sofferente, certo non curabile con gli estemporanei cerotti del governo Meloni. Queste crisi finiscono prima o poi per rovesciarsi sulle istituzioni largamente delegittimate. Ciò che resta della nostra democrazia è sotto schiaffo. Che cosa possiamo attenderci dalla politica stravolta da Vannacci, capace dalla destra estrema di presidiare il centro della scena, dettando tempi e toni? O crediamo davvero che l’efficienza del sistema derivi dalla longevità del governo, a prescindere da ciò che (non) produce? Ma il pericolo più grave resta la rimozione della guerra, rinunciando a fare il nostro per spegnerla. Eppure siamo coinvolti sul fronte russo-ucraino come in quelli mediterranei e mediorientali, sia pure sotto la soglia dello scontro diretto che per noi equivarrebbe al disastro. Lo siamo a prescindere, perché nel mondo intorno a noi comanda la guerra. Mentre abbiamo incredibilmente rinunciato all’unico strumento di cui disponiamo, o dovremmo disporre: l’iniziativa diplomatica. Quasi fossimo superpotenza militare capace di deterrenza autonoma.

Il pericolo è che ancora una volta politica e istituzioni mettano la testa nella sabbia. Aspettando che passi la nottata. Ma siamo appena alla primissima serata. Il tempo è contro di noi perché tutti i dati strutturali, a cominciare da demografia, biologia e coesione sociale, segnano rosso. Se stai fermo caschi all’indietro. Un paese meno inconsapevole discuterebbe con urgenza le misure strutturali che si impongono in questa crisi esistenziale. Prima che diventi fatale. Niente tabù e niente isterie. Come si deve nelle emergenze. L’abitudine a procrastinare, sperando nel mitico Stellone, equivale in questo contesto a tentato suicidio. Con la testa nella sabbia non ci accorgiamo che quei granelli stordenti sono mobili, ci tirano giù. O forse lo sappiamo, ma preferiamo non ammetterlo. Toccherebbe agire.