(Giorgia Audiello – lindipendente.online) – In seguito al blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e all’esaurimento delle riserve, la crisi internazionale dei carburanti non è più solo uno spettro che minaccia l’economia globale, ma è una realtà che sta gettando i mercati internazionali sull’orlo di una importante crisi logistica. Lo rivela un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo la quale i vertici delle compagnie petrolifere statunitensi stanno avvertendo della criticità della situazione, esasperata dal fatto che – almeno per ora – non si intravede una via d’uscita. Mike Wirth, l’amministratore delegato di Chevron, ha spiegato che i fondamentali cuscinetti di sicurezza, che in passato permettevano al sistema di assorbire improvvisi cali di produzione, sono oggi in larga parte esauriti. Anche la Cina, che aveva accumulato scorte record di petrolio nel 2025, potendo così inizialmente attutire la crisi globale dei carburanti, si trova ora a dover affrontare una diminuzione eccezionale delle riserve strategiche di petrolio, suscitando timori per un possibile ritorno delle restrizioni alle esportazioni di benzina e diesel.

Il blocco prolungato del canale che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran – aperto prima degli attacchi di USA e Israele – e la chiusura di altre infrastrutture strategiche della regione – come l’oleodotto Est-Ovest saudita – hanno determinato un grave rallentamento dei flussi di petrolio, mentre gli attacchi alle raffinerie e agli impianti petroliferi hanno causato un blocco nella produzione. Il danneggiamento dell’oleodotto saudita, provocato da un attacco con droni lanciato dall’Iraq l’11 settembre scorso, si stima abbia sottratto al mercato petrolifero circa 2,5 milioni di barili al giorno. L’infrastruttura, che collega il Golfo Persico al Mar Rosso per un’estensione totale di 1200 chilometri, è stata riaperta lo scorso 22 settembre, inizialmente a portata ridotta. Questo scenario, insieme agli attacchi alle raffinerie russe da parte dell’esercito ucraino e alle richieste di alcuni esponenti repubblicani di limitare le esportazioni statunitensi di diesel (ipotesi che la Casa Bianca ha fino ad ora escluso) sta esacerbando la situazione energetica globale, con pesanti ripercussioni sull’economia. Il prezzo del petrolio negli Stati Uniti ha raggiunto picchi notevoli rispetto agli ultimi anni: attualmente, il costo di riferimento per il mercato statunitense, il WTI (West Texas Intermediate), si attesta tra i 92,50 e i 96,00 dollari al barile, in lieve flessione nelle ultime sedute (dopo aver scambiato intorno ai 94 dollari). Tuttavia, il prezzo del petrolio in USA resta in forte rialzo rispetto allo scorso anno, registrando una crescita superiore al 40%. La carenza di carburante o gli alti prezzi per il suo acquisto non rischia solo di esacerbare l’inflazione, ma anche di compromettere la sicurezza alimentare globale.

In questo contesto, si aggiunge poi il problema della Cina: se, infatti, all’inizio della guerra il Paese aveva attinto alle sue scorte record di carburante (stimate dall’EIA nella cifra di 1,4 miliardi di barili), congelando gli acquisti sul mercato spot e raffreddando quindi la domanda globale, ora anche Pechino si trova a dover affrontare un calo importante delle riserve strategiche. Secondo Reuters, a settembre 2026 le scorte commerciali di prodotti raffinati si sono fortemente assottigliate: quelle di benzina si troverebbero al minimo dal 2011 e quelle di diesel dal 2015. Allo stesso tempo, proprio per via delle interruzioni nei flussi e nella produzione, i prezzi del petrolio in Cina hanno raggiunto livelli record. Questo contesto sta facendo sì che Pechino cerchi canali di approvvigionamento alternativi a quelli mediorientali e russi, in una corsa all’accaparramento di barili che sta alimentando ulteriormente la domanda (e, dunque, l’aumento dei prezzi) sia in Cina che nel resto del mondo. Per queste ragioni, il ripristino dei flussi petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz è diventato una priorità economica e diplomatica urgente per Pechino. Tuttavia, durante i colloqui tra il presidente USA Donald Trump e quello cinese Xi Jinping, svoltisi giovedì alla Casa Bianca, non si sono registrati passi avanti significativi sulla questione: il presidente cinese ha ribadito il suo sostegno al ritorno a un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran, volto a spianare la strada a un accordo di pace più ampio, senza tuttavia aderire pubblicamente alla strategia americana di isolamento dell’Iran e chiedendo piuttosto il ritorno al memorandum di giugno.

Allo stesso modo, anche in Europa la crisi ha eroso parte dei margini di sicurezza, sebbene la Commissione UE abbia dichiarato a settembre che le scorte commerciali e d’emergenza restano sufficienti. Negli Stati Uniti, le scorte di petrolio sono scese sotto i 285 milioni di barili a settembre 2026, toccando i livelli prossimi ai minimi pluridecennali secondo i dati del Dipartimento dell’Energia. In mancanza di un rapido accordo tra USA e Iran, dunque, l’economia globale si ritrova ad affrontare un blocco dei carburanti che non può più essere arginato con palliativi come l’immissione di scorte d’emergenza o interventi politici.