Andrea Delmastro

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Il caso Delmastro non è che l’ultimo episodio. Il penultimo è la riforma della Corte dei conti. Il terzultimo è il nuovo Csm, bocciato poi dal referendum. E via via, gli episodi si contano come i grani d’un rosario. Che cosa li collega? Una norma costituzionale, iscritta nell’articolo 104: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Ecco, l’indipendenza. Fa rima con insofferenza, che ormai descrive il sentimento prevalente nella maggioranza di governo verso i giudici italiani. Sarà effetto d’una cultura populista, per cui l’eletto è «l’unto del Signore», come diceva Berlusconi — e nessuno può intralciarne il passo. O forse sarà che la magistratura viene percepita come l’opposizione più agguerrita, ben più insidiosa dell’opposizione politica, con tutti i suoi contorcimenti. Sia come sia, se è vero che «I giudici sono soggetti soltanto alla legge» (articolo 101 della Costituzione), la nuova legge è questa: la legge del bastone.

Delmastro, quindi. Ex sottosegretario alla Giustizia nei guai con la giustizia. Prima per rivelazione di segreto d’ufficio, a proposito di informazioni riservate sul caso giudiziario dell’anarchico Alfredo Cospito. Poi per i suoi rapporti con Mauro Caroccia, in carcere per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa. Sicché la procura di Roma chiede alla Camera l’autorizzazione all’uso delle chat fra Delmastro e Caroccia. La Camera, con 206 voti contro 133, rifiuta. Usando l’articolo 68 della Costituzione, che protegge i parlamentari dal potere giudiziario quando sussista un fumus persecutionis, ossia il sospetto che l’azione dei magistrati sia mossa da intenti politici o persecutori. Ma in questa vicenda viene perseguitato il giudice, non il deputato.

Giorno più giorno meno, si chiude la tagliola sulla Corte dei conti. Predisposta nel dicembre 2023 con un disegno di legge firmato da Tommaso Foti, all’epoca capogruppo di Fratelli d’Italia. Perfezionata nel gennaio 2026, con la pubblicazione della legge sulla Gazzetta ufficiale. E stretta al collo della vittima in questo agosto torrido, dopo un decreto approvato dal Consiglio dei ministri. Risultato? Il commissariamento della Corte dei conti, anche attraverso la nomina senza concorso di 40 consiglieri da parte del governo. Nonché la compressione dei suoi poteri di controllo sull’uso del denaro pubblico. Per dirne una, dopo la riforma i politici rispondono soltanto in caso di dolo, non più per colpa grave. E si salvano dal danno erariale se la Corte rimane in silenzio per un mese. «Non vogliamo credere che si stia consumando una vendetta per la decisione che ha bocciato il ponte sullo Stretto», ha dichiarato l’associazione dei giudici contabili. Credeteci invece.

Ma aveva un sapore punitivo anche la riforma della giustizia, timbrata dal Parlamento nell’ottobre 2025. Perché separava le carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma soprattutto separava il Consiglio superiore della magistratura da se stesso. Dividendolo in due, anzi in tre, con un’Alta Corte competente per le sanzioni disciplinari. E privando i magistrati del diritto di eleggere i propri rappresentanti, giacché tutti i componenti dei tre organi sarebbero stati sorteggiati. Con quali effetti? La disarticolazione del Csm, che ne avrebbe depotenziato il ruolo. E un deficit di legittimazione, a scapito del suo prestigio, della sua auctoritas. Ma gli italiani, almeno in questo caso, sono stati interpellati con un referendum. E hanno detto no.

Tuttavia, una riforma dopo l’altra, il potere giudiziario viene prosciugato, isolato, disarmato. Ne è prova anche la politica penale di questo esecutivo, che divide ogni reato in tre, costruendo fattispecie normative sempre più pignole, per togliere spazio alla discrezionalità interpretativa dei giudici. Sicché non basta più la norma che punisce, in via generale, l’omicidio: via via si è aggiunto l’omicidio stradale, l’omicidio nautico, l’omicidio sul lavoro (in corso di approvazione), il femminicidio, domani magari il nonnicidio. Così i reati si moltiplicano, con la conseguenza di rendere più infido e più incerto l’ambiente normativo. E se un giudice prende una decisione opinabile o sgradita, diventa lui stesso l’imputato.

Qui s’apre la pagina più odiosa: gli attacchi personali. Ne sanno qualcosa i giudici dei tre tribunali che hanno condannato il gioielliere Roggero. Contestati dalla premier, insultati sui social, tanto che l’Associazione nazionale magistrati ha lanciato un grido d’allarme. Ne sa qualcosa il giudice Gratteri, bersagliato a giorni alterni dalla stampa di destra. O Giorgia Righi, pm nel processo Open Arms contro Salvini: denigrata e minacciata, al punto di chiedere la scorta. Ne sa qualcosa, più di tutti, una giudice catanese: Iolanda Apostolico. Accusata a sua volta dalla premier per il rifiuto d’applicare il decreto Cutro sull’espulsione dei migranti, crocifissa per un vecchio video in cui la si vede partecipare a un sit-in di protesta, non ne ha potuto più; e il 15 dicembre 2024 si è dimessa dalla magistratura, senza aver nemmeno maturato la pensione. «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», diceva Bertolt Brecht.