
(di Marcello Veneziani) – Stavolta lasciate stare l’indecente demagogia retroattiva nel ricordo della tragedia di Marcinelle, dove settant’anni fa, l’8 agosto del 1956, morirono 262 lavoratori in miniera, di cui la metà italiani, quasi tutti meridionali. Lasciate stare, egregi gufi e sciacalli, appollaiati dietro ogni anniversario per trarre profitto nel presente delle tragedie del passato, il paragone tra quei lavoratori italiani morti sul lavoro e gli immigrati clandestini che arrivano a fiumi sulle nostre sponde. Il paragone è infondato: quei minatori andarono in Belgio richiesti al nostro governo dalle autorità di Bruxelles e furono il frutto di un accordo di dieci anni prima tra i due paesi. Carbone per l’Italia a prezzi agevolati in cambio di 50mila lavoratori per le miniere del Belgio. Uno scambio pattuito tra due paesi europei che necessitavano l’uno di energia e l’altro di braccia-lavoro. Non clandestini ma richiesti, non disoccupati ma lavoratori e immigrati regolari dal primo giorno in cui arrivarono, non in fuga dal proprio paese ma costretti a lasciarlo per aiutare casa, non manovalanza disperata per la criminalità o business per Ong e centri di accoglienza, ma gente che partiva sapendo di finire in miniera, non per strada. Sbarcavano su richiesta dello Stato-ospite, in un paese che era pur sempre figlio della stessa civiltà, della stessa religione, dello stesso universo di valori europei. Entrambe sono tragedie umanitarie, quelle in miniera di settant’anni fa e quelle di oggi in mare, ma di tutt’altro tipo. È una vergogna usare questi eventi terribili del passato per rilanciare l’ideologia dell’accoglienza, con relativo traffico di imbarchi, sbarchi e con la prospettiva di lucrare qualcosa politicamente ed elettoralmente. Persino a teatro, da noi, rifanno l’Eneide e attualizzano Enea come un immigrato ed esule per ragioni politiche: con la trascurabile differenza che Enea secondo il mito è un principe, proviene da una civiltà distrutta e viene a fondare una civiltà, Roma; mentre i poveri migranti sui gommoni si affidano agli scafisti e vengono qui per aggrapparsi a una società del benessere, sfuggendo dalla barbarie e dalla miseria, spesso per ricadere in altra barbarie e altra miseria, a volte serbando odio per il paese in cui sono ospitati.
In tema d’immigrazione, la sinistra si presenta come un armadio quattrostagioni per tutti i gusti e i climi: cavalca un giorno a Lampedusa l’accoglienza, un giorno in Spagna i respingimenti, un altro dice che vuole aiutarli a casa loro, un altro ancora li carica interamente sulle nostre spalle. E quando non sa come conciliare queste posizioni, la butta sulla pedagogia: bisogna fare prevenzione, anziché buttarli in mare o fuori dalle frontiere, dobbiamo adottarli, educarli ma soprattutto dobbiamo educare noi e i nostri ragazzi alla “cultura dell’inclusione”, imparare ad accettarli e a integrarli. Ma poi sul tema pratico se e come accoglierli o meno, svicola o si abbandona a risposte impressionistiche, variabili di giorno in giorno e di governo in governo. Isola un episodio, una storia o un singolo fatto sbarco per toccare l’emotività di ciascuno, per suggestionare con un’immagine anziché far ragionare. Per poi dire: vedete che cento migranti in una città o centomila in una nazione sono una percentuale irrisoria. Ma certo che è irrisoria quella fetta, se si paragona un dato parziale e provvisorio a un dato generale e permanente, certo che non fa impressione se si isola il fotogramma; se invece vedi il film per intero, in tutte le sequenze e in prospettiva, se ti affacci davvero nella realtà, per le strade, per le piazze, nei mezzi pubblici, allora ti accorgi che si tratta di un fiume e non di un pozzo o una pozzanghera. Quando vedi uno sbarco come quello di Ceuta, hai l’impressione di assistere a un evento importante che è la spia di un’apocalisse ventura. Il flusso non è una fallace “percezione” indotta dagli impresari della paura più di quanto sia una fallace percezione indotta dagli impresari del traffico di vite umane, l’impressione opposta: che sia una piccola, inerme minoranza di casi umani che possiamo agevolmente accogliere nel nostro Grande Paese. Ora non tornate ad attaccarvi a quella tragedia di 70 anni fa, al dolore di una storia che toccò l’Italia così da vicino, per perorare le campagne presenti. Non abusate del mercato delle emozioni, non speculate sui ricordi e sui lutti antichi.
La tragedia di Marcinelle strinse tutto il nostro popolo attorno a quei poveri lavoratori; ricordo da bambino un altro funerale di ragazzi che erano andati a lavorare dal mio paese nel nord Europa ed erano morti sul lavoro.
E ricordo uno splendido documentario di Vittorio de Seta dei primi anni cinquanta sui lavoratori nelle miniere sarde e siciliane. Sembra preistoria, ma quei lavoratori umili, ignoranti, invecchiati precocemente, ti sembrano giganti rispetto a noi per i sacrifici immani che facevano per portare il pane a casa e mantenere le loro numerose famiglie, accontentandosi di poco. Storie di umanità, di pietà, di dedizione, di quelle che rendono verace e non retorico l’articolo uno della costituzione, la repubblica fondata sul lavoro. Storie che si possono ricondurre a un’epoca che Felice Chilanti, con magnifica, evangelica espressione definì l’età del pane. Si, era l’epoca in cui dovevi procurarti il pane, e procurarlo ai tuoi figli, alla tua numerosa famiglia, ai vecchi e ai bambini. Di quella età del pane ho ancora memoria al mio paese, quando ricordo i bambini che uscivano d’estate per giocare per strada, in canottiera, a volte scalzi, e stringevano nella mano un tozzo di pane che avevano avuto dalle loro madri, con la mollica insalivata. Il tozzo di pane era il minimo, essenziale conforto nell’era che precede le merendine, i corn flakes e la sovralimentazione degli anni seguenti; quel pezzo di pane era il portatile di allora e il cordone affettivo con la casa e la premura delle madri.
Ricordo ancora un film dedicato ai minatori in Cile, The 33, una storia vera, a lieto fine, di trentatrè minatori che furono salvati dopo un lungo calvario nelle viscere della terra che durò due mesi. Non sporcate quelle storie e quelle memorie con le prediche ideologiche, i miserabili calcoli politici ed elettorali, di ambo i versanti, le insopportabili tirate finto-moralistiche. La pietà accresce l’umanità, non serve a portare voti.
Io sono per l’ideologia dell’accoglienza perchè sono una persona e non una merce. Non capirò mai perchè le merci possano e debbano circolare liberamente e le persone no. Se fossi nato in un altro posto del pianeta rivendicherei di poter andare a vivere e lavorare dove mi aggrada. I nostri nonni che sapevano di finire in un miniera di carbone erano meno disperati dei marocchini di Ceuta? Ma per favore…
"Mi piace"Piace a 1 persona
Ah ok è la sinistra che si deve vergognare e che usa l’immigrazione come argomento di propaganda, che pelo sullo stomaco ci vuole per stare a destra, continuare a ribaltare la realtà richiede una faccia di tolla da fare invidia…… ieri ho sentito che Sanchez ha reazioni scomposte contro l’Italia …. roba da matti …..
"Mi piace"Piace a 1 persona
Non ricordano più quando i migranti eravamo noi! Che popolo di smemorati!! 😡
"Mi piace""Mi piace"