Scenari. Nell’incontro Trump – Netanyahu nasce un nuovo piano: continuare con i raid fino al collasso del regime

Italia con 700 soldati al fronte. Coalizione saudita per Hormuz

(di Marco Franchi – ilfattoquotidiano.it) – Mentre nel Golfo volano i razzi, nelle basi di Arabia Saudita, Bahrein e Kuwait ci sono anche 700 militari italiani, e diversi assetti per la difesa aerea, tra cui anche caccia. La notizia, riportata ieri dal Giornale e poi da Repubblica, era stata comunicata senza grandi annunci dal capo di Stato maggiore in un’audizione in parlamento un mese fa, e infilata nelle pieghe del decreto missioni. Da metà marzo centinaia di militari hanno preso posizione in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo per fare scudo contro gli attacchi iraniani, e per “proteggere gli interessi nazionali” nella regione. Su richiesta degli alleati, che sarebbe stata rivolta anche ad altri Paesi europei secondo quanto apprende il Fatto. Sono schierate batterie missilistiche Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e l’aereo radar Gulfstream Caew. A operarli, 400 militari in Arabia e 300 tra Kuwait e Bahrein.

Sul sito del ministero la missione si chiama Task Force Air Arabia. È operativa dalla seconda metà di marzo, ma nelle ultime settimane più che mai, con l’espandersi dei raid incrociati tra Stati Uniti e Iran anche alle milizie alleate degli sciiti e ai Paesi della regione, la sua presenza assume contorni più complessi, proporzionali all’aumento del rischio di venire coinvolti in eventi bellici. Si spiegano forse anche così le decine di voli che da settimane fanno la spola tra le basi italiane affittate agli Usa e la regione del Golfo. A inizio marzo, i ministri Crosetto e Tajani hanno dichiarato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle monarchie arabe bersagliate dai raid di Teheran, ma non hanno mai comunicato cosa è stato concesso e tantomeno l’invio di nostri militari boot on the ground.

Intanto la guerra si scalda, ed evolve sempre di più verso uno stallo armato. Nessuno rivendica l’attacco di mercoledì contro due navi statunitensi nel porto egiziano di Damietta, una delle quali portava gas. L’Iran ha smentito, ipotizzando invece una false flag israeliana, gli Houthi dallo Yemen hanno declinato ogni responsabilità. L’Iran ha invece rivendicato attacchi contro la base aerea Usa di Ali Al Salem in Kuwait, in risposta ai pesanti bombardamenti americani di mercoledì notte, “due volte più intensi dei precedenti” ha detto una fonte Usa all’israeliano Jerusalem Post. Ancora gli Houthi hanno smentito di aver attaccato un’altra petroliera nello stretto di Bab el-Mandeb, che comunque dichiarano chiuso.

Nell’incertezza generale, Mohammed bin Salman a entrare con più decisione nella guerra a fianco degli americani (senza chiudere del tutto i canali diplomatici con l’Iran, tuttavia). Ieri Riad ha organizzato un incontro con 43 Paesi, più una delegazione dell’Unione europea, volta a creare una coalizione internazionale per la difesa dello Stretto di Hormuz. L’iniziativa si sovrappone a quella annunciata da alcuni Stati europei, tra cui Italia, Regno Unito, Germania e Francia, che però non è mai partita perché ammissibile solo in condizioni di pace. E il Golfo non le conosce più da mesi.

Il mistero più grande resta la strategia degli Stati Uniti nella regione. L’alternanza di raid e fasi di pausa, dove però si confrontano posizioni sempre più rigide da parte di Teheran e di Washington, è arrivata al punto di essere ormai “inefficace” per l’intelligence Usa. Troppo poco, ha fatto sapere ieri una fonte vicina all’ammiraglio della marina Brad Cooper, ripresa dal Wall Street Journal, perché Trump avrebbe interrotto la campagna militare su ampia scala troppo presto, dopo l’incidente dell’elicottero abbattuto. Tutto questo mentre nessuno smentisce più il problema degli arsenali degli Usa: il capo del Pentagono Pete Hegseth si è rivolto a startup della Silicon Valley per ovviare alle lentezze di produzioni dei Patriot e dei Tomahawk sganciati in quantità nei cieli del Golfo.

Questa situazione potrebbe durare ancora per mesi. Anzi, potrebbe essere questa l’ultima strategia rimasta a Donald Trump. Secondo i retroscena pubblicati sulla stampa israeliana e americana, Trump si sarebbe convinto che continuare con la pressione economica e militare sull’Iran, con raid sporadici e costi giudicati moderati sui mercati alla lunga farà crollare il regime di Teheran.