(Matteo Masi – lafionda.org) – «La Coppa del Mondo non è in vendita». Leggendo le dure parole della UEFA contro l’ipotesi della FIFA di cedere quote delle proprie competizioni a investitori privati, è difficile non trovarsi d’accordo. Il monito dell’istituzione calcistica è assolutamente condivisibile: «Nel momento in cui investitori esterni [la finanza N.d.R.] acquisiranno quote di proprietà nelle competizioni Fifa,[..] Il rendimento commerciale diventerà un obbligo permanente. Le aspettative degli investitori diventeranno una pressione quotidiana. Da quel momento in poi, ogni decisione sul calendario internazionale, ogni decisione sui formati delle competizioni e ogni decisione che plasmerà il futuro del calcio non sarà più guidata da ciò che serve al meglio il gioco, ma da ciò che serve al meglio gli azionisti»

Siamo onesti: fa un po’ sorridere che a ergersi a paladini contro la mercificazione sia proprio la UEFA, un’istituzione che negli ultimi decenni ha ampiamente contribuito a trasformare questo sport in un’industria miliardaria, strizzando spesso e volentieri l’occhio a sponsor e pay-tv. L’ipocrisia di fondo è evidente. Ma in questo momento, a noi non interessa il pulpito, interessa il principio. E il principio che hanno espresso è ineccepibile e apre uno squarcio su una riflessione ben più profonda.

Proviamo a fare un esercizio mentale. Rileggiamo le dichiarazioni della UEFA sostituendo la parola “calcio” con “Stato”, e “Coppa del Mondo” con “Servizi Pubblici”.

Il concetto che ne emerge è tanto potente quanto, purtroppo, drammaticamente ignorato dalla società civile: il calcio non è in vendita, esatto, ma come non dovrebbe esserlo lo Stato.

È un paradosso. Si dimostra consapevolezza quando si tratta di difendere un gioco, comprendendo perfettamente che la logica del profitto ne distruggerebbe l’essenza, l’equità e la passione. Capiamo al volo che un fondo d’investimento non ha a cuore la bellezza dello sport, ma solo il proprio ritorno economico. Eppure, fatichiamo ad applicare questa stessa logica all’istituzione più importante di tutte, quella da cui dipende la nostra stessa vita quotidiana.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito – spesso in un silenzio rassegnato – alla progressiva svendita e privatizzazione del nostro patrimonio pubblico.

Esattamente come teme la UEFA per i calendari e i formati dei tornei, le decisioni sulla nostra salute, sull’istruzione, sulla sicurezza e sui servizi fondamentali hanno smesso di essere guidate da “ciò che serve al meglio i cittadini”, per piegarsi a “ciò che serve al meglio gli azionisti”.

I risultati di questa trasformazione sono sotto i nostri occhi:

  • Sanità: Ospedali pubblici definanziati e trasformati in aziende, dove il paziente diventa un cliente e la cura un servizio da erogare solo se genera margine.
  • Istruzione e Ricerca: Trattate come voci di spesa da tagliare per far quadrare i bilanci, anziché come il motore del futuro del Paese.
  • Infrastrutture e Servizi: Reti vitali (dai trasporti all’energia) cedute a concessionari privati che massimizzano i pedaggi e le bollette, minimizzando spesso le manutenzioni.

La UEFA ci ricorda giustamente che il calcio è un «patrimonio costruito nel corso di generazioni» e che nessuna parte di esso dovrebbe essere ceduta a privati. La res publica, lo Stato sociale e i diritti fondamentali che i nostri nonni e genitori hanno costruito con fatica e sacrifici, lo sono infinitamente di più.

Se siamo disposti a fare le barricate per evitare che il calcio diventi un mero prodotto finanziario, forse è arrivato il momento di indignarci con la stessa identica passione per la svendita dei nostri diritti fondamentali. Riprendiamoci la consapevolezza che nemmeno il nostro futuro è in vendita.