Dalla morte di Fakir alla sentenza Roggero fino agli scontri di Bologna e quelli dei NoTav, il populismo social inquina il dibattito pubblico

(di Michele Serra – repubblica.it) – Il clima politico del Paese è orrendo. Ma di un orrore senza meraviglia e senza sorprese, l’orrore implacabile dell’odio monocorde, della faziosità ossificata, con le voci che si fanno sempre più stridule e al tempo stesso sempre più risapute. E sempre meno significanti.
Quando i portavoce dei partiti compaiono nei telegiornali, nei loculi umilianti predisposti per le loro dichiarazioni da scolaretti (vergogna pluridecennale della Rai credere che sia “informazione politica” questo raccapricciante siparietto di faccine e di frasette), tu sai già cosa diranno prima che lo dicano, parola per parola, e non esiste modo più efficace per screditare la Polis, farle perdere prestigio, importanza, autorevolezza. La politica, se non è più in grado di dire qualcosa di sorprendente, di utile, di nuovo, diventa un rumore di fondo, per quanto alto sia il volume delle urla.
La recente, sovreccitata zuffa sull’ordine pubblico (ma già “ordine pubblico” è un concetto troppo alto e rispettabile per essere la vera ragione del contendere) è in questo senso disperante. Non si è sentito un solo esponente della destra dire che la morte di un poveraccio fuori di senno, se avvenuta per mano della polizia, è un fatto gravissimo: la divisa non è mai un attenuante, è una responsabilità. Non si è sentito un solo esponente della sinistra dire che la polizia ha un compito duro e difficile, e non va accusata a priori di essere assassina (come fanno, cretinamente, i cretini in cerca di scontri), va aiutata a sbagliare sempre meno – anche con sentenze esemplari come quella su Cucchi – e va sostenuta nella sua fatica di migliorarsi. La polizia, così come la magistratura, esiste in difesa di tutti, e dunque va difesa da tutti.
Non si è sentito un solo esponente di destra dire che il gioielliere Roggero, con la sua reazione omicida spropositata e sempre rivendicata, non è un eroe ma un duplice omicida che ha commesso un crimine violento, inevitabilmente punito dalla legge dello Stato, che vale per ogni cittadino di questo paese. Non si è sentito un solo esponente di sinistra dire che vivere sotto la costante minaccia del crimine è fonte insopportabile di ansia, che in alcune zone del paese i cittadini si sentono indifesi, in balia della delinquenza di strada, che la violazione di un domicilio o di una bottega per rapinare il frutto del lavoro altrui è una ferita tremenda. Il lavoro, per la sinistra, dovrebbe essere sacro: quello di un bottegaio non è forse lavoro?
Non si è sentito un esponente della destra dire che l’equivalenza crimine/immigrazione è una porcheria razzista, robaccia da Vannacci o da Salvini (in ordine di sondaggio) indegna di una società liberale e della Costituzione della Repubblica. Non si è sentito un esponente della sinistra dire che le bande di immigrati magrebini di seconda generazione sono proprio: bande di immigrati magrebini di seconda generazione, e dunque abbiamo un problema, e ce l’hanno anche le comunità magrebine. Un conto è l’accoglienza, un conto l’integrazione. Per l’accoglienza basta il cuore, per l’integrazione ci vuole la politica. Meno emozioni e più idee ragionevoli, meno anatemi e slogan, più buone leggi e investimenti utili, non dovrebbe essere questo il vero core-business della politica?
Non c’è un solo esponente di destra che abbia difeso il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, per avere indetto una manifestazione civile e pacifica che ha ammortizzato le scontate violenze già progettate dagli ultras, che sarebbero scesi in piazza da soli. Non c’è un solo esponente di sinistra che dica con la dovuta e tardiva franchezza che i devoti allo scontro sono mascalzoni senzienti, o fanatici incurabili, nemici non solo e non tanto della sinistra, ma della democrazia e della convivenza civile nel suo complesso: che è ben più grave. (Identica considerazione, amplificata dall’ammontare dei danni e dal numero di agenti feriti, andrebbe estesa agli incappucciati che si fanno chiamare Notav). Che a destra i fascisti abbondino non può essere in alcun modo un alibi per giustificare lo squadrismo di sinistra.
Eppure la realtà, la vita quotidiana, quei famosi “problemi concreti della gente” che sono una specie di mantra dei buoni propositi politici, sono con ogni evidenza il combinato disposto di tutte le cose appena scritte qui sopra: più molte altre ancora. Non c’è un solo caso in discussione, non c’è nodo sociale o questione ideologica che non suggerisca qualche esitazione nel giudizio, qualche supplemento di riflessione. E non è possibile accettare che proprio il mondo politico, accreditato di essere classe dirigente, non solo non provi a fornire qualche elemento di esitazione, ma sbrodoli ogni giorno una scia di slogan che sono tristemente uguali a quelli dei vituperati social.
Sì, i social hanno gravemente abbassato il livello del dibattito pubblico, ridotto ogni discorso a schemino offensivo o difensivo, rattrappito i tempi di studio e di lettura, impoverito il linguaggio. Ma nulla impedisce a chi fa politica, in rappresentanza del popolo, di sottrarsi a questo sprofondo culturale e di invertire la tendenza.
Non è vero che il popolo è la miserabile massa di irretiti dall’algoritmo, la sterminata clientela che i soli veri nemici del popolo (gli oligarchi del web) conducono a loro piacimento. Il mondo, Italia compresa, è pieno di intelligenze, ambizioni, speranze che appartengono alle persone semplici tanto quanto a quel poco che rimane delle élites. La classe dirigente ha il dovere dell’esemplarità, lo spettacolo abominevole dei politici populisti che si portano da bestie e da cafoni perché, così dicono, si è più “popolari”, merita una sospensione: è profondamente offensivo nei confronti del popolo, e viene da aggiungere, in questo senso, che niente è più antipopolare del populismo.
Molti anni fa scrissi, su questo giornale, un articolo ammirato e sorpreso. Era successo che Mara Carfagna, esponente di destra, aveva cambiato il suo voto su non ricordo più quale legge sulle questioni di genere. “Mi ha fatto cambiare idea discutere con colleghe della sinistra, sono loro che mi hanno convinto”, disse Carfagna. Sembra, in questo clima infernale, una parabola del Vangelo.