
(di Michele Serra – repubblica.it) – Pullulano in mezzo mondo i divieti ai minori sui social, ma si fa giustamente osservare che a riempire di melma quei giacimenti planetari di parole e immagini, così come a sfruttarne il potere di propaganda e di alterazione della realtà, e a drenarne i profitti, sono prevalentemente gli adulti. Che avranno certamente più strumenti di difesa, ma ne hanno anche, in misura assai maggiore dei ragazzini, di offesa.
Per quante cose si leggano sull’argomento, ormai da parecchi anni, resto dell’idea che l’anonimato, o le false identità, siano fin dai primi passi della rete il problema numero uno. Per accedere ai social bisognerebbe fornire una identità certa, e certificata, in modo da fare valere il principio di responsabilità individuale. Le parolacce e le minacce sui muri non sono firmate e bisognerebbe che restassero l’unica forma di viltà d’autore inestirpabile. Sul muro dei social la firma dovrebbe essere obbligatoria per legge: altrimenti l’algoritmo, che dicono quasi onnipotente, interviene e cancella la scritta. Vuoi rimanere anonimo? Perdi il diritto di parlare.
L’obiezione è che nelle dittature e nei regimi, che nel mondo abbondano, l’anonimato protegge la libertà di espressione dai colpi della censura. È una obiezione seria, ma sull’altro piatto della bilancia va messo l’enorme peso (rivoluzionario) che nella società di massa avrebbe l’obbligo di essere quella persona e solo quella, lasciando ai truffatori e ad altre genìe criminali il vantaggio di nascondersi in mezzo alla folla. Rimarrà quello che grida “dagli all’untore”, e aizza l’odio: ma almeno sapremo chi è. Una singola persona, un essere umano. Renderebbe più facile difendersi a qualunque età.