Scrivere un progetto comune significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Il problema del campo largo non è più capire se riuscirà a mettersi d’accordo. È capire su che cosa dovrebbe mettersi d’accordo prima: sul programma o sul candidato premier. Perché da qualunque parte si cominci si finisce davanti allo stesso ostacolo.
Michele Serra lo ha spiegato con due obiezioni difficili da aggirare. La prima riguarda quanti sostengono che un programma comune sia impossibile, viste le distanze tra i partiti della coalizione. Se è così, perché mai gli elettori dovrebbero affidare il governo a una coalizione che sa già di non poter governare insieme? La seconda riguarda la soluzione opposta: prima facciamo le primarie, scegliamo il leader e poi sarà lui, con il peso della vittoria, a scrivere il programma. Ma anche questa strada conduce a un precipizio. Perché una competizione tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein può stabilire chi ha preso un voto in più, non garantire che gli sconfitti accettino le idee del vincitore. I due maggiori leader del campo largo rischiano di trovarsi di fronte a quella che Frederick Forsyt definì «l’alternativa del diavolo»: trovarsi a scegliere tra due opzioni che portano entrambe a una catastrofe.
Il peccato originale è stato costruire la coalizione rinviando a dopo ogni scelta fondamentale. Le differenze, infatti, non riguardano questioni marginali. Conte ha assunto da tempo una posizione nettamente contraria all’invio di nuove armi all’Ucraina e al riarmo, mentre nel Pd esiste un’area consistente che considera il sostegno militare a Kiev e il rafforzamento della difesa nazionale scelte irrinunciabili. Non sono divergenze che si possono nascondere dentro un programma di cinquanta pagine mettendo tutti d’accordo sul salario minimo, sulla sanità pubblica e sulla lotta alla precarietà.
Certo, la soluzione più razionale sarebbe quella che Elly Schlein indica nella sua intervista a L’Espresso: concordare un programma prima delle primarie. I candidati dovrebbero sottoscriverlo, impegnandosi entrambi a rispettarlo. Ma proprio qui cominciano i guai. Perché scrivere quel programma significa sciogliere oggi i nodi che finora sono stati rinviati a domani. Conte, in realtà, la sua strategia ce l’ha. Vuole le primarie perché esse azzerano i rapporti di forza tra i partiti e trasformano la scelta in una sfida personale. Esattamente il terreno sul quale lui ritiene di avere maggiori possibilità, non avendo quasi nulla da perdere.
Se ottiene le primarie, ha già vinto la prima battaglia. Se le vince, diventa candidato premier pur guidando il secondo partito della coalizione. Se le perde, resta padrone del Movimento. Se infine il campo largo salta sull’Ucraina o sul riarmo, rivendicherà di non aver tradito le proprie idee.
Schlein rischia molto di più. Perché guida il maggiore partito dell’opposizione e quindi spetta innanzitutto a lei costruire un’alternativa credibile. Ha avuto anche una risorsa che raramente i suoi predecessori hanno avuto: il tempo. La sua permanenza alla guida del Pd è ormai da record. Anni nei quali avrebbe potuto definire le alleanze, fissarne i confini, stabilire le condizioni programmatiche e indicare il metodo per scegliere il candidato premier.
Se il Pd arriverà alle elezioni senza aver risolto nessuna di queste questioni, quel record cambierà significato. Dimostrerà che si può restare molto a lungo alla guida di un partito senza riuscire a dargli ciò di cui aveva più bisogno: una strategia per vincere.
Alle primarie possono essere affidate varie scelte/ricette/proposte, ma di certo non la linea “guerra e armi sì/no”. Se mancano le basi su punti fondamentali la cosa assume contorni grotteschi.
Una impostazione simile è possibile solo per formare una coalizione di governo, ma post voto e con metodo proporzionale puro; e allora sì: una delle due parti deve per forza di cose piegarsi, oppure rinunciare a ogni accordo. Però nel frattempo ogni partito ha fatto la sua gara e ha giocato le carte a disposizione, senza risparmiare colpi a nessuno e a beneficio del proprio consenso personale (del leader).
Ma così è uno show da Tafazzi: chi perde le primarie su un punto importante come “guerra e armi” verrà letteralmente”segato” alle urne.
Mah..
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