Se l’autorità allontana migliaia di persone contro la loro volontà, il termine giusto è deportazione

Gianrico Carofiglio, scrittore ed ex magistrato

(GIANRICO CAROFIGLIO – lastampa.it) – Le parole non sono mai neutre, mai innocenti: possono descrivere la realtà, o mascherarla; far progredire la convivenza o trasformare il mondo in un posto peggiore. La politica lo sa da sempre: cambiare il nome delle cose è uno dei modi più efficaci per cambiare il modo in cui le percepiamo. Nel bene e soprattutto nel male. Per questo, quando il dibattito pubblico si concentra sulle parole anche con interpretazioni capziose, conviene fermarci e chiederci di cosa stiamo effettivamente discutendo.

Prendiamo il termine deportazione. Da qualche tempo alcuni esponenti dell’estrema destra sostengono che sia sbagliato usarlo per indicare il trasferimento coatto di immigrati nei loro Paesi d’origine: la deportazione, affermano, sarebbe altra cosa, perché significherebbe portare qualcuno in un luogo diverso da quello da cui proviene; se invece lo si riporta nel Paese di origine, bisognerebbe parlare di “remigrazione” . L’obiezione ha una sua insidiosa suggestività, ma non regge.

La parola deriva dal latino deportare: de– indica l’allontanamento, portare il trasporto. Portare via, appunto. Nel diritto romano la deportatio era una pena che consisteva nell’allontanamento forzato disposto dall’autorità, e il punto decisivo non era mai dove si veniva mandati, bensì il fatto di esservi mandati contro la propria volontà. È rimasto così fino a oggi: i dizionari definiscono la deportazione come il trasferimento forzato di persone disposto da un’autorità, e l’elemento essenziale resta la costrizione, non la destinazione.

Sostenere il contrario significa confondere ciò che è essenziale con ciò che è accessorio, un po’ come pretendere che un omicidio commesso con un coltello appartenga a una categoria diversa da un omicidio commesso con una pistola: cambia lo strumento, non la natura del fatto. Se un’autorità costringe migliaia di persone a salire su autobus, treni o aerei e le allontana contro la loro volontà, è quel trasferimento coatto a definire l’atto; che le persone vengano condotte in un campo, in un Paese terzo o nel loro Paese d’origine cambia la destinazione geografica, non la natura dell’operazione.

Del resto, la storia non ha mai usato un criterio diverso. Dopo la Seconda guerra mondiale milioni di tedeschi furono costrette a lasciare i territori dell’Europa orientale per raggiungere la Germania, e gli storici parlano di deportazioni e di espulsioni di massa non perché quelle persone fossero condotte in un luogo a loro estraneo (era la loro patria), ma perché vi furono costrette.

Remigrazione e deportazione, del resto, non sono nemmeno termini alternativi: appartengono a piani diversi. Remigrazione è una parola politica, che indica un obiettivo – ridurre drasticamente la presenza di immigrati riportandoli nei Paesi di provenienza – ma non dice nulla sul modo in cui quell’obiettivo dovrebbe essere raggiunto. Il mezzo può essere il rimpatrio volontario, oppure l’espulsione individuale decisa caso per caso nel rispetto delle garanzie di legge; ma può anche essere il trasferimento coercitivo e generalizzato di intere categorie di persone. Se il mezzo è quest’ultimo, chiamarlo remigrazione non elimina il problema: lo nasconde, come parlare di “pacificazione” per indicare un’occupazione militare. La parola descrive il fine dichiarato, non ciò che concretamente accade.

Non è difficile capire perché sia stata scelta una parola dall’apparenza innocua come remigrazione.

Deportazione porta con sé un alone di violenza e razzismo di Stato che pochi, anche a destra, sono disposti a rivendicare apertamente: richiama i vagoni piombati, le leggi razziali, un capitolo della storia europea che nessuno, salvo frange dichiaratamente estreme, vuole evocare in pubblico. Remigrazione suona invece neutra, quasi tecnica – e in parte lo è stata per decenni, nel lessico della demografia, prima di essere ripresa dagli ambienti di estrema destra identitaria europea.

Usarla consente di rivendicare un obiettivo radicale senza doverne indossare il peso simbolico: la parola suona accettabile e proprio per questo può essere pronunciata nei programmi elettorali e nei talk show, dove deportazione risulterebbe nauseante e impronunciabile. Ovviamente non è un errore terminologico ingenuo. È una cinica scelta di comunicazione (e manipolazione) politica.

Anche il diritto internazionale opera questa distinzione. Uno Stato può espellere uno straniero irregolare seguendo procedure individuali e nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento; altra cosa è il trasferimento forzato di gruppi di persone individuati in base all’origine nazionale o etnica. Il discrimine, qui, non è la destinazione finale, ma la natura dell’atto: individuale o collettivo, volontario o coercitivo.

Non ogni rimpatrio forzato è una deportazione, ma se l’obiettivo dichiarato è di allontanare coattivamente, e in modo generalizzato, migliaia e migliaia di persone in ragione della loro appartenenza a una determinata categoria, il problema etico e giuridico non si risolve inventando una parola nuova: la realtà non cambia (non dovrebbe cambiare) perché cambia il vocabolario.

Orwell osservava che il linguaggio politico serve spesso «a far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’assassinio»: una frase estrema, scritta pensando ai totalitarismi del Novecento, ma il meccanismo resta lo stesso anche quando gli esiti voluti non sono così spaventosi. Si comincia attenuando il significato delle parole, e quasi senza accorgersene si finisce per disperdere il senso delle cose e la struttura morale delle società.

In questo, come in molti altri casi, è fondamentale riflettere sulle ambiguità e sulle deliberate intossicazioni del discorso pubblico: dietro una disputa lessicale si nasconde, molto spesso, un tentativo di occultare la realtà e di inquinare la politica.