Stasera, alla cena che apre il vertice Nato di Ankara, i due leader si troveranno ancora insieme. Palazzo Chigi teme l’incidente

(Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Il primo contatto è previsto per stasera, conferma l’agenda ufficiale di Palazzo Chigi aggiornata nel pomeriggio di ieri. E dunque Giorgia Meloni si presenterà a fine giornata nel palazzo presidenziale di Erdogan e si ritroverà di fronte Donald Trump. Il timore, nessuno lo nasconde, è una nuova scenata del presidente americano. Un agguato politico. Uno sgarbo. Anche per questo, forse, non discute di quanto accaduto con gli altri leader europei: prova a evitare altri incidenti. Nel frattempo, gli uffici diplomatici e del cerimoniale si sono assicurati con la controparte turca che venga garantita la distanza di sicurezza nei posti a sedere: M di Meloni e T di Trump, oppure I di Italy e U di United States, l’importante è evitare spiacevoli contiguità.
Fin qui, è soprattutto cronaca dello sconcerto, della rabbia, della delusione di queste ore. Dietro il silenzio che la premier si è auto-imposta, però, una domanda tiene in allerta il melonismo dagli attimi successivi alla pubblicazione del meme della discordia: quando ha inizio il male? Meglio ancora: qual è il momento esatto in cui tutto è andato in frantumi, spingendo Washington a rendere definitiva la scomunica di Giorgia Meloni? Più ancora di Sigonella, a pesare potrebbero essere stati i dollari.
La tesi prevalente che circola adesso ai vertici dell’esecutivo collega lo strappo a un evento relativamente centrale della parabola di governo: il no italiano all’acquisto di armi americane. Bisogna tornare indietro di un anno e mezzo. Al primo punto di svolta, nel gennaio del 2025. Donald Trump ha appena vinto le elezioni, ma non ha ancora giurato da presidente. In gran segreto, Meloni vola a Mar-a-Lago. È una missione decisiva per portare alla liberazione di Cecilia Sala. Ma in quel contatto c’è anche l’embrione di un patto politico che porterà la leader a partecipare all’Inauguration day e a difendere per lunghi mesi ogni scelta dell’amministrazione. Promesse, impegni di reciproco sostegno che la Casa Bianca considera non più negoziabili, una volta dichiarati. E che non reggono alla prova della cronaca.
All’avvio del 2026 qualcosa si inceppa. Ne scriveva ieri il Wall Street Journal, chiamando in causa anche Meloni. A differenza degli europei, che fissano nel rapimento di Maduro il punto di non ritorno (mentre in quelle ore la premier ancora lo difende), è l’attacco all’Iran a sancire la fine di una storia. A quel punto la presidente del Consiglio, mossa anche da evidenti ragioni di politica interna, si espone.
Una delle conseguenze, non la più evidente agli occhi dell’opinione pubblica, è il rifiuto definitivo all’acquisto di armi americane. Il segnale, per Washington, che della leader non ci si può più fidare. È un dettaglio, ma è come se Palazzo Chigi dicesse alla Casa Bianca: non giochiamo più la stessa partita. Reazione inaccettabile, per gli Usa. Quasi un tradimento.
In realtà, l’orientamento su Purl era già maturato alla fine del 2025. Ma è tra fine maggio e inizio giugno che Roma comunica all’alleato la scelta irrevocabile. L’esecutivo si oppone così a un pressing intenso esercitato dall’amministrazione americana in blocco: sulla premier, su Guido Crosetto, sull’ufficio diplomatico, sulla Farnesina durante la visita di Marco Rubio. Intenso e però infruttuoso. Anche perché accompagnato da altri segnali che gli Usa giudicano allarmanti. In cui l’Italia, di nuovo, non sarebbe stata ai patti.
È una “secessione” che si gioca anche su diversi terreni: più libertà di azione su intelligenza artificiale e spazio, ad esempio. Non a caso, proprio di questi dossier si discuteva pochi giorni fa ad Antibes, durante il vertice intergovernativo con la Francia di fine giugno. Ma è il capitolo militare quello prevalente, almeno in questa fase. Tanto da spingere Crosetto a spiegare con chiarezza sconcertante la defezione da Purl: «Io non do i missili di difesa americani, ma darò all’Ucraina gli Aster che sono prodotti da Mbda, che è una azienda italiana e francese. Almeno quei soldi rimarranno all’industria italiana ed europea, agli operai italiani ed europei».
Sono concetti sgraditi a Trump. Gli effetti si sono visti al termine del G7 di Evian. E poi hanno prodotto questo meme insultante e probabilmente senza ritorno.