Dall’attacco a Meloni ai Mondiali di calcio Trump e il potere dell’Io: quando la presidenza diventa spettacolo

(di Barbara Stefanelli – corriere.it) – Come trascorre la domenica — le domeniche, i giorni — il presidente degli Stati Uniti d’America? Scrivendo decine e decine di messaggi sulla sua piattaforma social, Truth, che vorrebbe dire «verità». Uno via l’altro, senza distinguere tra un bomber squalificato da riammettere subito al Mondiale, Folarin Balogun, perché lui ha deciso che quel fallo da cartellino rosso «no, non c’era», e un meme sessista. Quel meme, tra i tanti suoi, ritrae la leader di un Paese alleato, un’estatica Giorgia Meloni, per la quale sempre lui pretende, questa volta sì, il cartellino rosso — «un ordine restrittivo», come si fa con gli stalker, i molestatori — in vista del vertice Nato.

Fermiamoci: qui c’è già un’anomalia da registrare. Nella comunicazione trumpiana, non esiste una scala di gravità. L’invasione di campo calcistica e la didascalia a un fotomontaggio sono intercambiabili, quanto la frase «cancro comunista» pronunciata sabato 4 luglio, durante la celebrazione dei 250 anni di democrazia statunitense.
I suoi proclami sui social, i suoi atti pubblici e semi privati, le sue «facce» rispondono alla stessa bramosia: occupare la scena, sempre, comunque, a qualunque costo — per gli altri. L’impulso resta quello di saturare il feed, come si dice, monopolizzare l’attenzione globale e dominarla. Al cospetto della sua «grandezza», il mondo deve apparirgli popolato di bambine e di bambini, spesso indisciplinati, quindi da punire.

Di fronte all’ultimo assalto, persino più scomposto e inaccettabile dei precedenti, Palazzo Chigi ha reagito con un silenzio che ripropone giustamente la strategia messa a punto nella sequenza di giugno. Prima la scelta, rispetto ad altri capi di governo maltrattati e assai più cauti, di rispondere apertamente («Io e l’Italia non imploriamo mai», dove «io» veniva prima dell’Italia). Poi la scelta di dire «basta», interrompendo unilateralmente lo scambioNon per remissività. Perché continuare a replicare avrebbe significato restare intrappolata nella cornice che Trump imbastisce ogni volta: quella di un duello dove il protagonista assoluto non può essere che lui, in quanto capo di Stato della nazione più potente e in quanto — naturalmente — «The Donald». L’uomo che in un video autoprodotto con l’Intelligenza artificiale si presenta in camice bianco e stetoscopio: il dottor Trump, che guarisce ogni male.

«Essere tua amica mi ha danneggiata», aveva scritto Meloni annunciando l’intenzione di tacere da quel momento in poi. Non uno sfogo, bensì la fine di un investimento personale. È la linea sulla quale stare. E restare oggi, durante gli incontri ad Ankara, e poi domani e anche dopodomani. L’amicizia tra due leader, così come l’inimicizia che ora la sostituisce, non dovrebbe mai pesare più di una piuma sulla bilancia degli interessi nazionali e delle alleanze internazionali che quegli interessi meglio custodiscono.
Adesso che questo conto appare chiuso e finalmente spostato su un’idea di Occidente — o più Occidenti — da rielaborare insieme a chi condivide un perimetro essenziale di valori e (sempre) interessi comuni, rimane da capire che cosa attendersi dalla Casa Bianca. Dai fronti di guerra agli accordi multilaterali sulla Difesa, se ce ne saranno, fino agli esiti delle competizioni sportive… Non è vero, come abbiamo pensato, che Trump faccia confusione: che non distingua, cioè, tra la carica rappresentata e la sua persona, tra l’istituzione e il suo immaginario. Distingue benissimo, semplicemente subordina la carica alla persona. Ogni funzione — ogni sua apparizione — diventa l’episodio di un’unica storia. La sua autobiografia permanente. È una forma di solipsismo di Stato, ha spiegato tempo fa sul Corriere lo psichiatra Claudio Mencacci, che supera il narcisismo. Il narcisista, infatti, si preoccupa del pubblico, al quale desidera piacere. Non assistiamo dunque alla solitudine del potere, bensì al potere interpretato come prosecuzione ininterrotta dell’Io in mezzo a folle percepite sconfinate.

Ci interroghiamo, non solo in Italia, su quanto questo «sistema» di relazioni possa tenere, su quali fratture siano contenibili e quali non più. Nel frattempo, non commettiamo l’errore di confondere il 45esimo e ahinoi 47esimo (poiché rieletto) presidente Usa con l’America intera. Fu un americano, David Foster Wallace, a scrivere — tre decenni fa — di Johnny Gentile, capo del Governo, con la fobia dei germi, «che tira sul podio un pugno guantato di gomma così forte da far quasi staccare il Sigillo e dichiara che, cazzo, ci deve essere qualcuno, a parte noi, a cui dare la colpa. Per unirci nell’opposizione a qualcuno. E promette di mangiare leggero e dormire molto poco fino a che non li troverà — tra gli ucraini, o i teutoni, o quei pazzi dei latini». (Infinite Jest, 1996)