Il post compare alla vigilia del vertice Nato, in programma a Ankara il 7 e 8 luglio

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – «Serve un ordine restrittivo». Con questo commento, che segue gli attacchi dopo il G7 di Evian, Donald Trump è tornato a prendere di mira e a dileggiare Giorgia Meloni alla vigilia del summit Nato di Ankara. Un meme, che raffigura la premier quasi in adorazione del capo della Casa Bianca, è stato pubblicato ieri sera dal tycoon sul social Truth. La presidente del Consiglio a caldo non si esprime. È la linea, nell’immediatezza: non reagire alle provocazioni. Resta lo sconcerto per un attacco a freddo, tra l’altro non fondato su evento specifico o una regione precisa (nella foto non è neanche chiaro se la leader guardi effettivamente il tycoon). Non un buon viatico in vista del vertice in Turchia che si consumerà nello spazio di un mattino. Così, almeno, la diplomazia turca ha spiegato ai colleghi dei Paesi membri dell’Alleanza. E potrebbe trattarsi di una buona notizia per Meloni, tutto considerato: avere ridotte probabilità di incrociare mercoledì mattina Trump è uno scenario accettabile, viste le nuove tensioni. C’è un elemento che nessun artificio contabile è riuscito a modificare, quando si ragiona dell’impegno italiano che Meloni porterà al tavolo della Nato: Roma spenderà nel 2026 il 2,8% del pil in spese militari, senza però sfruttare Safe per alzare ancora di più questa asticella. E questo nonostante le critiche pubbliche rivolte da Trump agli alleati europei. Ecco perché Meloni, dopo lunghe consultazioni con Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto di cui ha riferito ieri Repubblica, ha definito un perimetro di promesse — di questo al momento si tratta — che anticiperà ad Ankara. Serviranno a confermare la traiettoria di crescita anche nel prossimo biennio, a rassicurare Washington.
Le ultime limature, si apprende da fonti di massimo livello, portano a fissare nel 2028 il target al 3,4%. Parliamo di 19 miliardi in più in due anni. Come distribuire questo sforzo, sarà oggetto di ulteriore riflessione dopo il summit: per il 2027 dovrebbe essere sancito un +0,25-0,3% del pil, nel 2028 +0,55-0,65%. In tutto, comunque, si è stabilito di arrivare a 19 miliardi, se si considerano gli attuali livelli di crescita del Paese. Uno sforzo che graverà in gran parte sul prossimo esecutivo, visto che tra pochi mesi l’Italia tornerà alle urne.
Esiste un nodo più ravvicinato, però. Attiene al sostegno economico e militare all’Ucraina per cui la presidente del Consiglio si impegnerà nel documento finale del vertice: ottanta miliardi nel 2027-2028, dunque quaranta all’anno (e senza gli Stati Uniti). Tra i principali contributori ci sono Germania e Norvegia. Roma potrebbe partecipare in minima parte, o provare a sottrarsi del tutto ricordando che l’obolo è comunque volontario. La linea è infatti quella che l’esecutivo ha già aiutato Kiev sul fronte energetico e sarà il terzo contributore dell’Unione europea per i sessanta miliardi prestito biennale agli ucraini annunciati da Bruxelles. Per l’Italia, che finanzia circa il 12% del bilancio continentale, significa staccare un assegno da circa 7 miliardi in due anni.
Ieri Crosetto è tornato a parlare di Ankara. «Il vertice è stato costruito perché vada bene. Gli impegni saranno rispettati. Poi cosa dirà o farà Trump lo vedremo». È un’incognita che preoccupa, visti gli screzi delle ultime settimane. «I rapporti reali con gli Usa — frena però Crosetto — sono ottimi, gli stessi che avevamo uno o cinque anni fa. Non sono cambiati a livello di forze armate, di difesa, di deep state o tra ministri». Il tycoon vuole che i partner spendano di più in difesa e sicurezza, il ministro non è neanche troppo in disaccordo: «Non ho mai pensato che queste spese debbano essere messe in alternativa a sanità, cultura, welfare. La difesa è un costo, ma senza non c’è sanità, né spesa sociale».