L’atteggiamento del presidente Usa dovrebbe, se non altro, servire a convincere il governo che è nell’interesse dell’Italia essere più fortemente europea, non meno, e che è nell’interesse dell’Italia avere una voce comune europea nella politica di difesa e, soprattutto, nell’industria hi-tech, su cui si gioca l’economia civile e militare

(Nadia Urbinati – editorialedomani.it) – Alla vigilia dell’incontro dei paesi Nato ad Ankara sono successe due cose che sembrano essere in stretta relazione tra loro: Putin sferra attacchi martellanti sull’Ucraina, e su Kiev in particolare, e poi minaccia direttamente la Polonia e l’Europa intera ricordando loro che il sostegno all’Ucraina potrebbe costargli caro; Trump sferra un attacco verbale a Giorgia Meloni addirittura con una frase minacciosa: «Serve un ordine restrittivo» (tenetemela lontana) nei confronti della leader italiana. Entrambe le mosse sembrano condividere un obiettivo comune: dimostrare agli europei che il riarmo dei rispettivi paesi è necessario.

La Russia aspira a ridisegnare i rapporti nel Vecchio Continente, contando sull’indebolimento della sua economia proprio a causa dell’investimento in armamenti. Gli Stati Uniti hanno ragioni non meno pressanti: Trump si trova a dover far fronte a una crisi persistente della produzione industriale americana e, anche in vista delle elezioni di midterm, vuole realizzare un affare a cui lavora da tempo: rilanciare l’economia portando a casa commesse per l’industria bellica.

Gli attacchi di Putin e di Trump fanno perno su due paesi, a loro modo deboli: la Polonia per la sua posizione geografica e l’Italia per la sua condizione economica. In entrambi i casi, i due leader autoritari hanno tutto l’interesse a dimostrare quanto sia urgente la militarizzazione. Ora, Meloni ha sempre propagandato la sua relazione preferenziale con Trump, tanto da voler essere un ponte tra Usa ed Europa; e Trump, che non è uno sprovveduto, ha sondato negli ultimi mesi la reale disponibilità del paese italiano a svolgere questo ruolo, che evidentemente non ha.

L’Italia è l’anello economico più debole tra i paesi fondatori dell’Unione, tanto da aver richiesto e ottenuto dalla Commissione europea l’ok a un intervento di flessibilità sulle spese energetiche. La notizia sbandierata dal governo come una vittoria è, a tutti gli effetti, un riconoscimento al mondo delle difficoltà economiche dovute anche al deficit delle spese per la difesa. Nell’anno elettorale, Meloni si trova tra l’incudine e il martello: mettere soldi nella difesa (compare l’armamentario americano) e tagliare il servizio sanitario e la scuola.

La debolezza del nostro paese è nota e usata da Trump come arma di ricatto: interruzione del rapporto preferenziale con la Casa Bianca, umiliazione nei confronti dei partner europei e, soprattutto, nei confronti della Germania. La quale si trova, per certi aspetti, in una condizione economica simile a quella degli Stati Uniti, con una caduta verticale dell’industria automobilistica e manifatturiera, ed è altrettanto interessata a usare l’industria bellica come volano economico (e intanto taglia lo stato sociale, notoriamente più generoso del nostro). Di fatto, Trump mette un paese europeo contro l’altro e cerca di approfittare della debolezza dei suoi partner.

Trump non è né folle né irrazionale. Da esperto dealer, sa bene come sfruttare la rappresentazione pubblica di un concorrente o di un potenziale cliente per creare la situazione più favorevole a sé. A Roma questa situazione non è stata compresa tempestivamente. Anzi, probabilmente c’è ancora chi pensa che sia necessario (o sufficiente?) ricorrere a tattiche dimostrative di “amicizia” per riaccomodare le relazioni tra lui e Meloni – questa deve essere stata la ragione per cui la presidente del consiglio ha inviato la sorella, insieme al ministro degli Esteri e al presidente del Senato, a rappresentare il nostro paese alle celebrazioni del 250° anniversario dell’Indipendenza americana. Una mossa che sembrava voler rimarcare il tenore personale (di amicizia, appunto) dei rapporti tra Meloni e Trump, visto che Arianna Meloni non ricopriva alcun ruolo istituzionale che giustificasse quella presenza. Una mossa che è stata beffata da Trump.

La cui arroganza mette in luce l’errore del governo Meloni. Un errore che lo ha segnato fin dall’insediamento del tycoon a Washington: pensare che l’accondiscendenza facilitasse le relazioni internazionali. L’Italia meloniana ha sempre ostacolato o frenato la sicurezza europea e, anzi, ha accettato la politica americana dei dazi e non ha battuto ciglio di fronte all’attacco alla politica fiscale europea nei confronti delle multinazionali di Silicon Valley. Il programma elettorale di Fratelli d’Italia era, del resto, molto critico nei confronti di Bruxelles. Ebbene, l’atteggiamento di Trump dovrebbe, se non altro, servire a convincere il governo che è nell’interesse dell’Italia essere più fortemente europea, non meno, e che è nell’interesse dell’Italia avere una voce comune europea nella politica di difesa e, soprattutto, nell’industria hi-tech, su cui si gioca l’economia civile e militare.