Dall’estrattismo economico alla sovranità selettiva

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Il discorso di Scott Bessent segna il passaggio da una globalizzazione presentata come spazio neutrale a una globalizzazione amministrata come campo di battaglia. Alla luce della scuola francese di guerra economica, non siamo davanti a una semplice correzione protezionistica, ma alla formalizzazione di una dottrina di potenza: l’economia diventa strumento di sovranità, pressione, influenza e dominio.
Per decenni gli Stati Uniti hanno favorito un modello di estrattismo economico mondiale. Hanno spinto la liberalizzazione dei mercati, la mobilità dei capitali, la delocalizzazione industriale e la subordinazione delle economie periferiche o alleate a catene del valore controllate dalle grandi imprese, dalla finanza e dalla tecnologia americana. Il valore veniva estratto dai territori produttivi, dai lavoratori, dalle risorse naturali, dai dati, dalle infrastrutture digitali, dai brevetti e dai sistemi di pagamento.
Ora Washington sembra riconoscere che quell’estrattismo, utile per arricchire la finanza e le grandi imprese, ha però indebolito la base materiale della potenza nazionale: industria, filiere, lavoro qualificato, autonomia tecnologica. Da qui nasce la svolta: non il rifiuto dell’estrattismo, ma la sua riorganizzazione in chiave nazionale. Gli Stati Uniti non vogliono uscire dalla mondializzazione. Vogliono controllarne i punti decisivi.
Intelligence economica: sapere prima per colpire meglio
Nella scuola di guerra economica di Parigi, l’intelligence economica non è semplice raccolta di informazioni. È capacità di individuare vulnerabilità, dipendenze, catene di approvvigionamento, settori critici, nodi finanziari, tecnologie sensibili, concorrenti strategici e margini di pressione.
Il discorso di Bessent si muove esattamente in questa logica. Quando individua semiconduttori, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, minerali critici e farmaceutica come settori prioritari, non fa solo politica industriale. Disegna una mappa del potere. Stabilisce quali comparti devono essere protetti, quali filiere devono essere riportate sotto controllo, quali dipendenze devono essere ridotte e quali concorrenti devono essere contenuti.
L’intelligence economica serve a trasformare l’informazione in decisione strategica. Sapere dove una filiera è fragile significa sapere dove intervenire. Sapere quali imprese dominano una tecnologia significa sapere quali proteggere, finanziare o usare come leva geopolitica. Sapere quali Paesi dipendono dal dollaro, dai sistemi di pagamento, dai brevetti o dalle piattaforme americane significa conoscere il punto esatto in cui esercitare pressione.
In questa prospettiva, la dottrina Bessent non è un discorso economico. È un documento di intelligence strategica reso pubblico.
Guerra economica: il mercato come teatro di conflitto
La scuola francese di guerra economica insiste su un punto essenziale: la competizione economica non è mai puramente commerciale. È conflitto tra potenze, imprese, Stati, norme, sistemi giuridici, piattaforme informative e modelli di sovranità.
La reciprocità condizionata evocata da Bessent è un tipico strumento di guerra economica. Gli Stati Uniti dicono agli altri Paesi: potete regolare i vostri mercati, ma saremo noi a decidere quando la vostra regolazione diventa discriminatoria contro le nostre imprese. È qui che la norma diventa arma. La legge, la fiscalità, la protezione dei dati, le regole sulla concorrenza, gli standard tecnologici e le politiche industriali vengono trasformati in strumenti di pressione.
L’Europa è il bersaglio più vulnerabile di questa logica. Ha un grande mercato, ma non una potenza politica equivalente. Produce regole, ma spesso non dispone degli strumenti coercitivi per imporle. Parla di sovranità digitale, ma dipende da piattaforme, nuvole informatiche, sistemi operativi, semiconduttori, capitali e infrastrutture finanziarie esterne.
Washington lo sa. E proprio perché lo sa, può usare il linguaggio della reciprocità come leva negoziale. Non si tratta di libero scambio. Si tratta di rapporto di forza.
Il dollaro come arma geoeconomica
Il quarto principio del discorso, quello sulla leadership finanziaria, è il più vicino al cuore della guerra economica americana. Il dollaro non è soltanto una moneta. È un’infrastruttura di comando. Attraverso il dollaro passano pagamenti, riserve, debito, sanzioni, accesso ai mercati, assicurazioni, investimenti e transazioni energetiche.
Quando gli Stati Uniti sanzionano un Paese, non usano soltanto il diritto. Usano la posizione centrale del proprio sistema finanziario. Chi controlla la moneta di riferimento mondiale controlla anche una parte della libertà d’azione degli altri.
Qui la guerra economica diventa quasi militare. Le sanzioni non distruggono ponti, ma possono paralizzare banche. Non bombardano industrie, ma possono impedirne il finanziamento. Non occupano territori, ma possono costringere governi e imprese a cambiare comportamento.
Il limite di questa strategia è evidente: più il dollaro viene militarizzato, più gli altri attori cercano alternative. Cina, Russia, India, Paesi del Golfo e parte del Sud globale non possono sostituire rapidamente il dollaro, ma possono ridurre gradualmente la loro esposizione. È una lenta guerra di logoramento contro il privilegio monetario americano.
La battaglia degli standard e della conoscenza
La parte sulle tecnologie emergenti, sugli strumenti digitali e sulla tokenizzazione mostra un altro concetto centrale della scuola di Parigi: la guerra economica è anche guerra normativa e cognitiva.
Chi scrive gli standard controlla il mercato futuro. Chi stabilisce le regole dell’intelligenza artificiale, della moneta digitale, della sicurezza informatica, dei dati sanitari, della certificazione industriale e delle infrastrutture digitali non regola soltanto un settore: decide chi può entrare, chi resta fuori, chi paga il costo dell’adattamento e chi gode del vantaggio iniziale.
Gli Stati Uniti vogliono scrivere le regole della prossima economia da una posizione di forza. L’Europa, invece, rischia di limitarsi a regolamentare tecnologie prodotte altrove. È la differenza tra potenza normativa e potenza reale. La prima stabilisce principi; la seconda controlla infrastrutture, capitali, piattaforme, brevetti, reti e capacità coercitiva.
Il nuovo protezionismo imperiale
La dottrina Bessent non è isolazionismo. È protezionismo imperiale. Gli Stati Uniti proteggono il proprio centro, ma continuano a pretendere apertura dagli altri. Chiedono resilienza nazionale, ma vogliono mantenere il primato globale. Parlano di lavoratori americani, ma difendono anche il dominio delle grandi imprese tecnologiche e finanziarie statunitensi.
Questo è il punto decisivo: la sovranità economica americana non coincide con la sovranità economica degli altri. Washington rivendica per sé il diritto di usare industria, moneta, tecnologia, norme e sanzioni come strumenti di potenza. Ma quando altri Paesi tentano di fare lo stesso, vengono accusati di protezionismo, ostilità o concorrenza sleale.
Alla luce della scuola di guerra economica di Parigi, il discorso di Bessent rivela dunque una verità essenziale: gli Stati Uniti non stanno abbandonando l’ordine economico mondiale. Stanno cercando di rifondarlo su basi più esplicitamente gerarchiche.
La lezione per l’Europa e per l’Italia
Per l’Europa e per l’Italia il messaggio è brutale. La competizione economica non è più una questione di efficienza, ma di sopravvivenza strategica. Dipendere da altri per energia, tecnologie, dati, pagamenti, materie prime, farmaci e piattaforme significa consegnare pezzi di sovranità.
L’Italia, in particolare, possiede ancora industria, manifattura, competenze e capacità esportatrice. Ma senza una vera intelligence economica nazionale rischia di non vedere per tempo le minacce: acquisizioni straniere nei settori strategici, dipendenza tecnologica, vulnerabilità delle filiere, perdita di brevetti, subordinazione finanziaria, fuga di competenze, colonizzazione digitale.
La scuola di guerra economica insegna che non basta produrre. Bisogna proteggere, anticipare, influenzare, disinformare meno e informarsi meglio, costruire reti, difendere gli interessi nazionali senza ingenuità. La neutralità del mercato è una favola utile a chi ha già il potere.
Il discorso di Bessent ha almeno il merito di togliere la maschera: l’economia è tornata a essere uno degli strumenti principali della potenza. Gli Stati Uniti lo dichiarano. La Cina lo pratica. La Russia lo subisce e lo usa. L’Europa continua spesso a discuterne come se fosse un seminario universitario. Ma nella guerra economica, chi arriva tardi non perde soltanto quote di mercato. Perde sovranità.
L’articolo è ben argomentato, sviluppa il tema attraverso la lente della scuola francese di guerra economica; è una chiave di lettura anche se non l’unica.
Ha punti di forza ed altri meno
E’ innegabile che negli ultimi anni abbiamo visto un uso crescente di sanzioni, controlli sulle esportazioni, screening degli investimenti, politiche industriali e restrizioni tecnologiche da parte di diverse potenze; quindi economia e geopolitica vanno a braccetto.
Ben più difficile è sostenere che la globalizzazione sia frutto di un “progetto strategico Made in USA”,
Il crollo dell’URSS prima, l’apertura ai mercati della Cina l’adozione ampia di internet hanno creato quelle condizioni necessarie per favorire uno spostamento di capitali rapido e “sicuro” e che hanno finito inevitabilmente per fluire laddove c’erano rendimenti più elevati.
Chi aveva i mezzi e le strutture per farlo, quali le multinazionali, lo ha fatto ma finendo così con l’erodere la base industriale nazionale.
Ora se è facile dire che un progetto è strategico perchè ha sostenuto la finanza che ha spinto a delocalizzare, molto più difficile è sostenere che una strategia deliberata avesse come obiettivo l’indebolimento della stessa base industriale americana.
Chi quel flusso di capitali è riuscito a governarlo, sia pur in modo discutibile e con risultati definitivi ancora tutti da dimostrare, ne ha tratto benefici.
Molto discutibile è il fatto che il dollaro sia stato usato (e lo sia ancora) come uno strumento di disegno egemonico.
L’affermazione del dollaro è avvenuta gradualmente, dal secondo dopoguerra.
Oggi la sua maggiore forza deriva dal fatto che per molti attori (banche istituzioni finanziarie, stati nazionali) rappresenta una riserva di valore.
Ma il valore è negli occhi di chi compra, non viene imposto dall’alto, da qualcuno.
Semmai il dollaro è diventato uno strumento di pressione formidabile che gli USA hanno usato e continuano ad usare, ma dire che è stato imposto, che faceva parte di un progetto egemonico, è un’eresia.
Tutto sommato un buon articolo, Gagliano sa fare di molto peggio.
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