Quando non solo la pigrizia ma anche il confronto con il passato creano il corto circuito perfetto. Confessione musicali di un aspirante Boomer.

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Con atteggiamento fra lo snob e l’infastidito – in questo mi ritrovo perfettamente nel personaggio dei primi film di Nanni Moretti, Michele Apicella – ho ceduto al clic sul sito di Repubblica.it, che mostrava un video di 15 secondi in cui la visione dall’elicottero del concerto di Ultimo rivelava le sterminate legioni venute ad assistere al suo evento. Sabato 4 luglio, anno domini 2026. Credo che fosse dai tempi di Alexander di Oliver Stone, con le orde dei persiani di Dario, che non si vedevano così tante persone insieme nella stessa inquadratura. Sì, lo so: quella lì era una ricostruzione digitale al computer. Sabato scorso invece, a Tor Vergata, c’era gente vera, in carne e ossa. Una differenza non da poco. C’era così tanta gente proveniente da ogni angolo d’Italia che chiunque potrebbe dire di conoscere personalmente almeno uno che sia stato lì, per seguire questo evento che – dicono – ha avuto dell’incredibile.

Quasi come Woodstock, per gli aspiranti boomer come me; o, per trovare un esempio attuale, nelle mie corde, Glastonbury, nelle sue migliori edizioni, o Lollapalooza. E invece era qui, in una delle infinite campagne alle porte di Roma. Un posto così incredibilmente fuori dal mondo che – mi racconta la mia collega, anche lei in forza a questa novella Anabasi, la spedizione dei 250 mila – ha sfidato caldo, zecche e distanze fisiche, e finalmente, dopo esattamente due ore di marcia e circa nove chilometri dall’ultimo checkpoint, è approdata in una delle vasche di contenimento in cui venivano suddivise queste orde infinite di fan. Prima dell’attacco contro le truppe nemiche…

No. Me ne rendo ben conto. Non c’è da scherzare e tutto sommato nemmeno da fare gli spiritosi, oppure cedere in maniera sconsiderata a un bieco esercizio di sprezzante snobismo da quattro soldi. Francamente, se Ultimo – l’ultimo arrivato, almeno per me – riesce a radunare una folla così sterminata, allora non è più una cosa che si può passare sotto silenzio. Non sarebbe corretto verso i suoi fan, e nemmeno verso noi stessi: verso chi – in soldoni – ancora cerca di capire, in maniera un po’ indolente, un paio di cose: chi sia davvero questo Ultimo di cui sono piene le cronache. E che cosa abbia fatto per meritarsi tutto ciò.

Sì, perché quando si parla di nuovi miti in musica ho l’impressione che l’età giochi una variabile importante. Specialmente con il potere moltiplicatore dei social. Un fenomeno così, con personaggi che nascono e arrivano all’apice nel giro di uno o due vasche di Sanremo, non solo non può essere alimentato da un pubblico maturo, educato a gusti sopraffini, ma deve – necessariamente – pescare fra le menti più giovani e per questo più facilmente infiammabili. Dubito che fenomeni del genere possano davvero intercettare un pubblico che non sia adolescente o giù di lì. Ma anche lì mi devo mordere la lingua. E devo sospendere ogni tipo di giudizio, perché non conosco a fondo la fanbase di Ultimo, come si dice. Perché criticare l’offerta musicale, avere da ridire sulla qualità dei testi, sul messaggio veicolato, eccetera, significherebbe solo arrampicarmi su congetture, su racconti altrui e su cose che francamente non conosco.

Una cosa è certa: bisognerebbe avere rispetto per chi porta al proprio concerto 250 mila persone. Non uno stadio: ma, a occhio, cinque grandi stadi al completo. È davvero tanta, tanta roba. Così tanta che uno non può fare a meno di sbatterci contro, nonostante la mia indolente pigrizia verso le dinamiche musicali degli ultimi decenni. E questo, sia detto, indipendentemente dal punto di vista squisitamente artistico. Eppure mi rendo conto che per conoscere a fondo con chi stanno crescendo le nuove generazioni – quelle dei nostri figli o dei nostri nipoti – bisognerebbe almeno tentare di capire che cosa cantano, con chi si identificano, e che cosa cercano da questi nuovi miti.

La cosa che mi viene in mente è un paragone con il mio tempo, i miei beniamini, le mie passioni di un tempo. E questo mi fa capire che le logiche e i meccanismi, di decennio in decennio, non cambiano molto. Con tutte le differenze del mondo, certo: ma il bagaglio di sogni e paure degli adolescenti è dettato quasi sempre dalla stessa identica voglia di identificazione con un sogno – o con una parte del sogno che abbiamo dentro, magari senza sapere bene quale sia. Chi si strappava i capelli per i Fab Four non è forse molto lontano da chi è cresciuto con la rabbia dei Nirvana e da chi adesso venera Ultimo. Cambiano i tempi, ma l’attaccamento pare sempre dettato dalla stessa natura: cercare, nell’identificazione con un mito, la strada maestra per riconoscere le proprie fragilità – quelle risolte e quelle ancora da risolvere.

Può succedere a tutti, certo, indipendentemente dall’età o dall’arte a cui ci si ispira: il proprio mito può essere un cantante, un attore, ma anche – perché no – un calciatore o un tennista. In ogni caso, una persona che ce l’ha fatta e sulla quale riversiamo sogni, paure, gioie e delusioni. Non voglio fare lo psicologo, che non sono, né il sociologo, che non vorrei essere; ma, a spanne, le 250 mila persone che sono andate al concerto di Ultimo devono per forza intravedere in lui almeno un vate. O giù di lì. Un artista che non solo ce l’ha fatta, ma che propone qualcosa di unico, di veramente geniale. Altrimenti non si spiega davvero tutto questo coinvolgimento. Insomma è una bella responsabilità. Tanto che lo stesso Vasco Rossi – uno che, insomma, di questi argomenti c’ha campato una vita intera – si è sentito in dovere ieri di fare i complimenti, chissà quanto a buon viso e cattivo gioco, per essere stato scavalcato da Ultimo nel record che fino all’altro ieri era cosa sua, almeno in Italia.

Bene, ma detto questo: per poter parlare di Ultimo bisognerebbe sapere di più di Ultimo. Sì, perché – il vostro affezionatissimo qui – oggi è in vena di confidenze e ammette, vergognandosi come un ladro, non solo di non saper riconoscere una (che sia una) canzone di Ultimo, ma di non sapere nemmeno che faccia abbia. E certo non ne faccio motivo di vanto o di orgoglio. Giuro. Basti e sia rispettata la mia sincera ammissione: denoto una crassa ignoranza per le ultime generazioni di cantanti italiani. Alcuni amici mi dicono che alcuni di queste nuove realtà musicali sono da considerarsi cantautori, per quanto per me la parola “cantautore” abbia un senso ben preciso… che non mi azzarderei a utilizzare ad muzzum. Ed è proprio lì il punto: non so veramente se ne voglio sapere di più.

Ed è per questo che, con la stessa franchezza, non farò l’errore di tentare – non adesso per lo meno – un’analisi approfondita del fenomeno Ultimo. Che, scusatemi per la battuta, non è il primo ma non è nemmeno l’ultimo della serie. Perché per fare un’analisi bisognerebbe conoscere e almeno individuare le linee basilari, quelle che a me mancano. Quindi la mia vorrebbe essere una pre-analisi, senza rilasciare certezze né sentenze su ciò che non conosco. E ripeto: non voglio conoscere. Mi basta così.

L’unica cosa su cui sarei disposto a discutere è mettere le nuove generazioni a confronto con gli artisti dei miei tempi. Con Franco Battiato, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Francesco Guccini, lo stesso Zucchero Fornaciari… quelli cioè con cui sono cresciuto io e un po’ di generazioni mie coeve, e che hanno segnato la nostra giovinezza accompagnandoci fino alla maturità. Sarebbero pertanto valutazioni impietose da un lato, ma parziali dall’altro, perché basate solo sulla mia esperienza e sul mio periodo – e quindi senza alcun valore di oggettività, tanto meno di universalità.

Per questo continuerò a fare orecchie da mercante, e – asino fra gli asini – raglierò insieme a quanti, toccati dalla sventura di essere cresciuti con un bagaglio musicale di un altro tempo – disposti, quello sì, a farsi nove chilometri sui ciottoli per i Radiohead, i Tool, gli Afterhours o i Verdena – non riuscirebbero mai, nemmeno per un attimo, a concepire lo stesso trasporto per chiunque non superi quella sacra soglia di galleggiamento. E con questo certifico – in via definitiva – la mia profonda e consapevole ignoranza del presente.

Alla fine lo so: quest’estate mi consolerò con un paio di concerti per noi aspiranti boomer… fra CSI, Litfiba e Subsonica, mi riterrò ancora una volta soddisfatto e non mi mancherà niente. Eh sì, lo so: me lo merito, Alberto Sordi!