Alla vigilia del vertice dell’Alleanza Atlantica ad Ankara, il segretario generale conferma a L’Espresso le rivelazioni sui voli partiti dalle basi americane in Italia per supportare la guerra contro l’Iran e tende la mano alla presidente del Consiglio. Numeri, denaro e indiscrezioni sulle spese militari

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Inutile girarci intorno, anche perché qui gira già tutto, e pare per il verso sbagliato: il successo del vertice Nato di Ankara in Turchia – martedì 7 e mercoledì 8 luglio – si misurerà dal grado di soddisfazione (o di irritazione) del presidente americano Donald Trump, indolente azionista di maggioranza dell’Alleanza atlantica. Trump dovrà valutare i progressi degli europei che di giorno insulta e di notte sprona a comprare armamenti di fabbricazione Usa, soprattutto per la resistenza ucraina e per compensare il parziale ritiro dei militari a stelle strisce dal Vecchio Continente.

L’ex primo ministro olandese Mark Rutte, segretario generale Nato da quasi due anni e in gran parte trascorsi sotto il ciuffo arancio di Trump, ha l’ingrato compito di rendicontare a «paparino» (citazione) il buon lavoro svolto nell’ultimo biennio. Rabbonire Trump in particolare e l’inquilino della Casa Bianca in generale è da sempre – per ricavarne testimonianza diretta è sufficiente leggersi il bel libro di memorie di Jens Stoltenberg – il principale obiettivo del segretario generale Nato per tutelare sé stesso e l’Alleanza atlantica. Questa era la traccia del servizio finché – per le ragioni esistenziali di cui sopra – Rutte non è intervenuto su fatti che possono (e presto lo hanno fatto) scompigliare la politica italiana. In una intervista alla televisione americana Fox News e con la palese intenzione di rimarcare l’incessante collaborazione europea a Washington (seppur indiretta), l’ex primo ministro olandese ha rivelato che dalle basi americane in Italia sono decollati 500 aerei statunitensi per «supportare l’operazione Epic Fury» contro l’Iran. La presidente Giorgia Meloni, il ministro Guido Crosetto e il ministero della Difesa hanno subito corretto, smentito, quasi dileggiato Rutte: solo voli tecnici. E come fare altrimenti, il governo Meloni si è vantato di aver respinto gli americani con “Sigonella due” emulando un evento di raro coraggio italiano ai tempi di Bettino Craxi. Alla vigilia di Ankara e dopo le tensioni con l’Italia, il segretario generale Rutte ha accettato di rispondere su questi temi a L’Espresso.

Nonostante le puntuali precisazioni di vari ministri e di altri portavoce Nato, la verità fatica a muoversi fra documenti classificati e trattati bilaterali secretati. Rutte non ha detto che aerei americani carichi di bombe (attività cinetiche) sono partiti dai confini italiani per attaccare il regime di Teheran (peraltro non avrebbe senso), ma ha detto che aerei americani (attività logistiche) sono decollati per «supportare l’operazione Epic Fury» e non ha mai modificato la sua versione. Neppure con L’Espresso a distanza di una settimana (mercoledì 24 giugno) dall’incidente diplomatico.

Il governo italiano e diversi ministri l’hanno accusata di aver commesso un errore; si può affermare che degli aerei siano decollati dalle basi americane in Italia per contribuire a un’azione militare contro l’Iran: sì o no? «Innanzitutto, voglio sottolineare che ho il massimo rispetto per l’Italia, uno dei membri fondatori della nostra Alleanza. Quello a cui mi riferivo in quell’intervista è il fatto che l’Italia, al pari di altri alleati, ha attuato gli accordi bilaterali esistenti in materia di basi e sorvolo». Ciascuno conferma la propria posizione, Rutte la sua informazione, il governo la sua smentita.

Il segretario generale cerca di curare le sue relazioni con l’Italia. Con le dichiarazioni a Fox News, a ogni modo, non voleva mettere in difficoltà il governo Meloni, ma voleva – questo sì – mandare un ennesimo segnale a Trump. E allora gli chiediamo: come sono i suoi rapporti con il governo italiano? I media vicini al governo hanno chiesto le sue dimissioni: si sente offeso? Per quanto riguarda gli impegni assunti l’anno scorso di portare la spesa militare al cinque per cento del Prodotto interno lordo (Pil) entro il 2035, l’Italia sta spendendo quanto promesso?

«Non commento mai le questioni politiche interne di alcun alleato, ma lasciatemi spiegare l’importanza del ruolo dell’Italia nella Nato. L’Italia guida le “Forward Land Forces” in Bulgaria e fornisce truppe per sostenere la presenza Nato in Ungheria, Lettonia e Finlandia. La Marina italiana è importante per garantire che i mari rimangano sicuri e i caccia italiani partecipano alle nostre attività di sorveglianza nella regione del Baltico e nei Balcani occidentali. L’Italia continua poi a svolgere un ruolo nel mantenimento della pace in Kosovo attraverso la nostra missione Kfor. Inoltre, l’Italia dispone di una notevole struttura industriale nel settore difesa».

Sui punti di Pil, Rutte evita di inoltrarsi nei dettagli. La relazione annuale Nato ha registrato nel ’25 il traguardo raggiunto per un soffio: 2,01 per cento di Pil in armi con un balzo da 1,52. In valore assoluto, cioè in dollari, l’Italia è passata da 33,4 miliardi (2024) a 45,3 miliardi (2025). Vuol dire che il governo Meloni ha investito circa 12 miliardi in un anno? No, per niente: il 2,01 per cento è il risultato di una revisione contabile con l’aggiunta di molte spese già a bilancio. Come è facilmente desumibile dal numero di militari, circa 173 mila nel 2024 e poi 194 mila nel 2025. Vuol dire che il governo italiano ha assunto oltre 20 mila militari? No, per niente. Lo scorso anno la Nato è stata comprensiva con l’Italia e l’ha premiata accontentando Trump. Lo scorso anno però il governo Meloni era un avamposto di The Donald e adesso è il governo che non «implora» né comprensione né fotografie. E però è pure il governo che non acquista armi americane da destinare a Kiev con il meccanismo Purl e per il 2026 annuncia di aver raggiunto un vago 2,8 per cento di Pil perlopiù con l’ausilio di spese di sicurezza e non militari (altro artifizio ragionieristico). Al contrario, Polonia e Baltici sono già al 4 per cento. E l’industria bellica tedesca si è messa in moto con un solido 2,4 per cento nel ’25. Rutte non si sofferma sulle prestazioni italiane, peraltro non rilevanti perché la tendenza europea è chiara: «Il mio ruolo è assicurarmi che tutti gli alleati lavorino insieme per fare in modo che la Nato sia adeguata alla sua missione. La direzione da seguire per Ankara è chiara: trasformeremo gli impegni assunti al summit dell’Aja lo scorso anno in risultati concreti. Questo significa aumentare gli investimenti in difesa, potenziare la produzione industriale, continuare a sostenere l’Ucraina. Abbiamo bisogno di una Europa più forte in una Nato più forte».

Trump potrà ammirare ad Ankara come il travaso stia funzionando: Usa spende di meno, Europa e Canada spendono di più. In totale la Nato lo scorso anno ha investito 1.412 miliardi dollari di cui 838 dagli Usa (-12) e 574 da Europa più Canada (+94). L’Europa è già un cliente straordinario, come ha raccontato con solerzia Rutte: “paga” 195.000 posti di lavoro nelle fabbriche belliche degli Stati Uniti con un portafoglio di ordini di 300 miliardi di dollari (+ 250 miliardi in due anni).

Per il governo di Kiev è fondamentale la sponda con l’intelligence americana, vi ricordate i disastri sui cieli ucraini quando è stato brevemente sospesa? Questo non sembra più in discussione, ma l’assegno “aggiuntivo” Nato è scaricato su Europa e Canada. Rutte colloca l’Ucraina in cima alle priorità della Nato e stavolta, come confermano altre fonti da Bruxelles, Trump dovrà riconoscere che Volodymyr Zelensky ha ancora «carte in mano» per respingere la Russia di Vladimir Putin: «La nostra sicurezza è legata in modo inestricabile a quella dell’Ucraina. Assicurare il nostro costante supporto  è una delle nostre priorità per il vertice Nato. Gli alleati già forniscono il 99 per cento degli aiuti spediti all’Ucraina. Forniscono sostegno attraverso molti meccanismi, incluso il programma Nato’s security assistance and training for Ukraine (Nsatu) basato in Germania; poi c’è il Prioritised Ukraine requirements list (Purl) e il Nato’s comprehensive assistance package. Stiamo anche imparando noi dagli ucraini con il centro Nato-Ukraine joint analysis, training and education centre in Polonia. Per rafforzare il dialogo c’è il Consiglio Nato-Ucraina, la nostra rappresentanza Nato in Ucraina e molte forme di cooperazione bilaterale tra gli alleati e l’Ucraina.  Accolgo con soddisfazione gli annunci di ulteriore sostegno fatti dai vari Paesi Nato al vertice dell’Ukraine defence contact group a Bruxelles, a inizio giugno, e spero di vederne altri ad Ankara. Stiamo anche assistendo a un aumento del supporto degli alleati all’Ucraina attraverso le collaborazioni industriali: non solo assicurano all’Ucraina di avere ciò di cui ha bisogno, ma consentono agli alleati di migliorare le loro capacità». Infine Rutte spedisce un messaggio distensivo al governo Meloni e serve anche a ricordare quanto l’Italia sia inestricabilmente coinvolta nelle strategie della Nato a trazione Trump: «Ringrazio il primo ministro Giorgia Meloni per la sua leadership decisa e per il costante sostegno dell’Italia all’Ucraina, soprattutto con il personale in servizio presso il commando Nsatu. Il sostegno all’Ucraina deve rimanere forte e sostenibile, e dunque è importante che venga ripartito equamente tra gli alleati». Per le rievocazioni storiche di Sigonella, magari un’altra volta.