Dell’atto di transazione con la JC Electronics, al ministero della Salute si è occupata la moglie del meloniano Cirielli

Commissione Covid, esposto FdI: “Conte e Pd rinuncino allo scudo”

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – La transazione da oltre 100 milioni di euro tra lo Stato e la JC Electronics, anticipata da Repubblica nei giorni scorsi, incendia lo scontro politico sulla gestione dell’emergenza Covid. La maggioranza passa all’attacco contro l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, mentre il Movimento 5 Stelle replica accusando Fratelli d’Italia di «mistificare» i fatti e di confondere le diverse forme di scudo introdotte durante la pandemia.

Ad alzare il livello dello scontro è il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, che in un video pubblicato sui social sostiene che la vicenda sia la conseguenza delle scelte compiute dal governo Conte. «Il Tribunale di Roma ha condannato lo Stato italiano a pagare 250 milioni a un’azienda perché durante la pandemia il governo Conte ha stracciato un accordo sulle mascherine», afferma. Bignami rivendica poi la scelta dell’Avvocatura dello Stato di chiudere il contenzioso con una transazione, sostenendo che abbia evitato un esborso ben maggiore in caso di conferma della sentenza in appello. Il capogruppo di FdI rilancia quindi sul piano politico, chiedendo a Conte e agli altri protagonisti di quella stagione di «rinunciare allo scudo penale, erariale e anticorruzione» e annunciando la presentazione di un esposto. «Chi sbaglia paga».

La replica del Movimento 5 Stelle arriva con una nota del capogruppo nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, Alfonso Colucci, che definisce le dichiarazioni di Fratelli d’Italia «un granchio clamoroso». Secondo il deputato pentastellato, il partito della premier «straparla di scudo penale dimenticando che riguardava esclusivamente il personale sanitario». Quanto allo scudo erariale, Colucci richiama invece l’audizione davanti alla Commissione Covid del procuratore generale della Corte dei Conti, Pio Silvestri, secondo il quale quella disciplina era giustificata dall’emergenza e accompagnata dal controllo concomitante della magistratura contabile. Lo stesso Colucci sostiene inoltre che sia stato il governo Meloni a prorogare lo scudo fino alla fine del 2025 e ad estenderlo alla gestione delle risorse del Pnrr.

«Sarebbe interessante capire se esistono precedenti analoghi» dice il deputato del Partito democratico, Gianni Cuperlo, commentando la transazione. «Qui c’è uno Stato che rinuncia ad attendere il responso sulla richiesta di sospensiva, precipitandosi a liquidare (con la bellezza di 100.221.429,85 euro) uno sponsor politico ed elettorale del partito di maggioranza relativa». Dalle opposizioni fanno poi notare anche un altro particolare: l’atto di transazione arriva nascosto in un decreto legge ad hoc che ne assicura la copertura. E con un iter al ministero della Salute che passa dalla dirigente Maria Rosaria Campitiello, moglie del viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli. Di Fratelli d’italia.

Quelle omissioni (e l’autodifesa) di mister 100 milioni

Dario Bianchi

Bianchi audito due volte dalle Camere non ha citato il risarcimento. Ora dice: “Nessun favore politico, ma un vantaggio per l’erario”

(di Giuliano Foschini – repubblica.it) – C’è un foglio A4 lasciato alla reception della Protezione civile all’origine della vicenda che è costata allo Stato oltre 100 milioni di euro. È così che Dario Bianchi ha raccontato davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid l’inizio del rapporto tra la sua società e il Dipartimento della Protezione civile. «Lasciammo un foglio A4 alla reception», ha spiegato. «Fummo contattati il 17 marzo 2020». Il giorno successivo, il 18 marzo, arriva la firma della lettera di commessa.

Ma chi è Dario Bianchi? E come nasce quella che lui definisce «la più grande fornitura» dell’era Covid? Bianchi è un imprenditore della provincia di Roma. È il fondatore della JC Electronics Italia srl, azienda con sede a Colleferro, costituita nel 2014, con un capitale sociale di 500 mila euro e poco più di una decina di dipendenti o collaboratori. Quando lascia quel foglio nella portineria della Protezione civile, siamo nel 2020, l’azienda ha un fatturato di 4,351 milioni di euro. Quello stesso anno la società finanzia con 800 euro Fratelli d’Italia: una cifra minima, certo, ma che politicamente forse significa qualcosa. L’attività principale dell’azienda è il commercio all’ingrosso di materiale elettrico per impianti industriali, apparecchiature elettroniche per le telecomunicazioni, articoli antincendio e antinfortunistici. Prima ancora si occupava di installazione e manutenzione di impianti elettrici, macchine per ufficio e computer. Chissà se immagina che quel foglio A4 lasciato in portineria gli cambierà la vita: con la sola transazione da 100 milioni il valore dell’accordo equivale a circa ventitré volte il fatturato dell’azienda.

Torniamo agli atti. Il contratto parla di una fornitura di 10 milioni di mascherine KN95, al prezzo unitario di 2,20 euro, per un valore complessivo di 22 milioni di euro. «Il 18 marzo del 2020 fui contattato dal dottor Colicchio, funzionario della Protezione civile», ha raccontato Bianchi alla Commissione. «Ci chiesero un’offerta e firmammo l’unico contratto a misura dell’intera vicenda Covid. Potevamo consegnare da un minimo di dieci milioni di mascherine fino a un numero indefinito». È l’ultimo contratto firmato dalla Protezione civile. Poche ore dopo viene nominato commissario straordinario l’allora amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri. La fornitura con JC si blocca. Arcuri sostiene che fu la società a fermare le consegne. L’azienda sostiene il contrario. Presenta causa. E vince: il Tribunale di Roma, in primo grado, riconosce 200 milioni alla Jc. Una sentenza definita «abnorme» dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e criticata anche dall’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli durante la sua audizione in Commissione. Mentre si preparano i ricorsi, però, lo Stato decide di firmare una transazione da oltre 100 milioni di euro.

Nel frattempo succedono diverse cose. Bianchi diventa il principale teste dell’accusa davanti alla Commissione Covid sulla gestione Conte della pandemia. Viene sentito due volte: nel 2025 per raccontare la vicenda del contratto e nell’aprile del 2026. Intanto diventa anche uno degli ospiti simbolo di Fratelli d’Italia: sale sul palco di Atreju, partecipa alle convention del partito e interviene agli incontri dedicati alla gestione del Covid. Nell’ultima audizione, quella dell’aprile 2026, parlando della causa dice: «Abbiamo vinto il primo grado di giudizio, tre mesi fa la somma complessiva con gli interessi era arrivata a 270 milioni». Non dice, però, che da oltre cinque mesi quella causa non esiste più. Perché?

«Non è singolare», risponde Bianchi nella nota inviata a Repubblica tramite il suo avvocato Nicola Massafra, «che non si sia parlato della transazione perché l’oggetto dell’inchiesta parlamentare è la condotta tenuta durante il Covid». «La transazione – aggiunge – ha cercato di mitigare i danni accertati da un Tribunale arrivando a un accordo di estremo vantaggio per lo Stato». Bianchi respinge anche il riferimento ai rapporti con Fratelli d’Italia: «Quando c’è stato quel finanziamento non ero amministratore della società». E conclude: «Non si può far credere che l’accordo transattivo costituisca un indebito favore politico anziché l’esito, economicamente vantaggioso per l’erario, di una condanna esecutiva».