
(di Marco Di Salvo – glistatigenerali.com) – Arriva puntuale come l’afa, il rapporto Istat di inizio estate: se per caso al caldo mancasse un motivo in più per sentirsi soffocare, ci pensa la statistica a fornirlo, con quella sollecitudine tutta italiana per cui i dati più deprimenti si pubblicano sempre a ridosso delle vacanze, quasi a ricordarci che l’ascensore sociale resta rotto anche mentre quello del condominio, almeno quello, funziona (a meno di blackout dovuti al sovraccarico energetico per i condizionatori sparati a palla).
Il Rapporto annuale Istat 2026 certifica con tutto il rigore statistico possibile una cosa che chiunque abbia messo piede fuori da un consiglio di amministrazione sapeva già da sé: in Italia si nasce, non si diventa. La mobilità assoluta sembra migliorata — il 73,6% dei nati tra il 1980 e il 1994 svolge un lavoro diverso da quello dei genitori, contro il 70,8% dei nati prima del 1950 — ma è un’illusione ottica prodotta dalla terziarizzazione dell’economia: si è semplicemente svuotata l’agricoltura e riempito il terziario, non la scala sociale. Quando si guarda alla mobilità relativa, cioè al vantaggio di classe rispetto agli altri e non rispetto al passato della propria famiglia, la fotografia diventa impietosa: i figli dei grandi imprenditori e degli alti dirigenti hanno una probabilità di mantenere la propria posizione al vertice tra le 4 e le 13 volte superiore rispetto a chi parte dal basso, mentre i figli degli operai non qualificati restano intrappolati nella stessa condizione con una probabilità stabile intorno al 5,5 attraverso quattro generazioni, senza oscillazioni significative. Tra i nati fra il 1980 e il 1994, per la prima volta nella storia repubblicana, la mobilità discendente ha superato quella ascendente.
La rigidità disegna, nei dati Istat, una curva a U: la stabilità è massima ai due poli opposti della piramide sociale e si allenta soltanto nelle fasce intermedie, dove le professioni impiegatizie e il basso terziario restano gli unici varchi permeabili. Il titolo di studio dei genitori resta il predittore più solido del destino dei figli: nelle famiglie in cui il titolo dei genitori si ferma alla licenza media, il 35,1% dei figli non riesce nemmeno a conseguire il diploma superiore, e appena il 12,8% raggiunge la laurea; dove invece in casa c’è almeno un laureato, la quota di figli che ottiene il titolo universitario sale al 64,7%. La povertà assoluta colpisce 5,7 milioni di individui, il 9,8% della popolazione, con un picco del 13,4% nelle Isole; l’incidenza sale al 15,6% tra le famiglie di operai e lavoratori assimilati, contro un 2,3% tra i nuclei guidati da un laureato. E il Mezzogiorno, con appena il 4,1% delle forze di lavoro specializzate in professioni scientifiche e ingegneristiche, perde nette 16mila unità l’anno di forza lavoro qualificata verso il Centro-Nord — 22mila partenze contro 6mila rientri, il saldo secco del brain drain.
Ecco, tutto questo per dire che il Merito — quella parola che i governi di ogni colore infilano nei nomi dei ministeri come fosse un profumo per coprire l’odore della naftalina — e che torna buono per ogni campagna elettorale di qualsiasi schieramento, anche dei nuovissimi arrivati (si fa per dire), come la sceneggiata della Ravetto alla prima assemblea di Futuro Nazionale ha dimostrato, è in realtà l’unica cosa in Italia che si eredita con perfetta regolarità genetica, insieme alla casa al mare e al cognome giusto sul citofono. È buffo che si chiami “ascensore sociale” un dispositivo che, a leggere i numeri Istat, non sale mai: al massimo trema un po’, come quelli vecchi dei palazzi nobiliari, giusto per dare l’impressione del movimento a chi ci sta dentro da generazioni. Il Merito, in questa versione italiana, non è la misura di quanto uno vale, ma la certificazione notarile di quanto uno era già messo bene in partenza: un marchio DOP che si applica sulla culla, non sul curriculum. E infatti la statistica, con la freddezza contabile che le è propria, non fa che confermare quello che la retorica meritocratica si ostina a negare: si dice ai penultimi che basta impegnarsi, sapendo benissimo che il tappeto sotto i loro piedi è stato tolto due generazioni prima che nascessero.
Il vero paradosso è che più il Paese invoca il merito, più i suoi stessi numeri lo smentiscono: se il vantaggio relativo di chi nasce in alto resta stabile per settant’anni, allora quello che chiamiamo “merito” non misura lo sforzo individuale ma semplicemente la distanza di partenza dal traguardo. È come premiare il corridore che parte già a metà pista e poi scrivere sul podio “ha vinto perché ha corso di più”.
La patria del sogno, dell’ascensore con vista è l’america e sotto i ponti americani non c’è più posto, laureato o no.0
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Trovo alquanto singolare che un giornalista intenzionato a denunciare l’assenza del merito finisca per dimostrare, nel suo stesso articolo, come si faccia a non meritarlo.
L’articolo si limita a riportare statistiche, descrivere gli effetti e ribadire che l’ascensore sociale è fermo.
Ma le cause? Quali sono i meccanismi che producono questa scarsa mobilità? Il sistema scolastico? Il mercato del lavoro? La struttura produttiva? Il dualismo territoriale? Nulla.
Limitarsi a fotografare un fenomeno non significa spiegarlo; e senza spiegarne le cause, è difficile trarre conclusioni.
Leggendo l’articolo viene spontanea una domanda: come si fa a dare la colpa all’ascensore, se non ci si prende nemmeno la briga di aprire il vano motore?
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Mi pare ovvio che il motivo sia il clientelismo e il familiarismo radicati nel Paese. È così c difficile capirlo? Non puoi riparare un ascensore che non ha il motore. C’è poco da aprire. 🤣
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si, ma la critica è rivolta a me o a chi ha scritto l’articolo?
Per me è chiaro che il clientelismo ed il familismo sono una parte importante del perchè l’ascensore sociale è fermo.
Non sono le uniche ragioni ed in ogni caso la mia critica all’articolo è chiara.
Presenti delle informazioni senza analizzarne le cause.
Quindi non è vero che il motore non c’è, c’è eccome ; le cause ci sono e sono chiare; ma se non apri il vano motore, se non ne evidenzi le cause cosa denunci.
L’articolo non è difficile da capire; dici che lo è la mia metafora?
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Beh nell’editoriale, sarà perché non si vuole approfondire più di tanto, ma quello vuole intendere è proprio quello: clientelismo e familiarismo che, detto tra noi, sta alla base, all’origine di tutto e di qualsiasi ulteriore analisi economica – sociale e quindi, per rimanere nella metafora, l’ascensore è finto. Si comincia sempre dalle fondamenta a costruire come ad analizzare.
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Per favore evidenzia la frase da cui si capisce che l’autore intende evidenziare che la ragioni per cui la mobilità sociale è bassa dipende da familismo e clientelismo.
Quello che c’è scritto è che se sei figlio di un imprenditori continui a fare l’imprenditore e se sei figlio di operaio continui a fare l’operaio.
Tanto per semplificare.
Ma questo non è clientelismo e/o familismo; il familismo si realizza quando, ad esempio, io imprenditore metto mio figlio a fare l’imprenditore pur essendo questo un incapace, come dice appunto l’articolo non se lo merita.
Ma se io imprenditore lascio a mio figlio la guida dell’impresa e questi ha le competenze, allora il merito c’è e non si può più parlare di familismo.
E’ familismo la raccomandazione, cioè chiedere ad una persona influente di appoggiare un membro della propria famiglia al fine di fargli avere un vantaggio
L’autore non menziona nessuna, non una, delle cause che hanno bloccato l’ascensore sociale; ed è questa la mia critica.
Come lo è di molti altri articoli: non si possono descrivere i problemi basandosi solo sugli effetti, devono essere considerate soprattutto le cause perchè solo dalle cause possono emergere le soluzioni efficaci ai problemi.
Così come è strumentale attribuire a questo governo la scarsa mobilità sociale; questa è presente da decenni, non è un problema di adesso; i raccomandati sono nati col governo Meloni?
Semmai è più fondata la critica al governo di aver diffuso la parola MERITO quando questo continua ad essere il grande assente.
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Troppi sofismi e proprio nel rapporto causa effetto ti incasini con metafore ed esempi.
Domandati perchè il merito è il grande assente e tornerai a clientelismo e familismo.
Conosci il rasoio di Occam?
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Riguardo la critica all’editoriale va detto che un editoriale non è tenuto a spiegare le cause strutturali della scarsa mobilità sociale. Il suo compito è interpretare i dati, evidenziare gli effetti e proporre una lettura politica o culturale.
Se fosse stato un articolo di cronaca o un’inchiesta, allora sì: mancare le cause sarebbe un errore. Questo non è un articolo di analisi causale, è un editoriale d’opinione basato su dati Istat e costruisce una tesi: in Italia il merito è ereditario. Il che porta a pensare a clientelismo e familismo.
Il clientelismo e familismo non è nato oggi, come ho detto è radicato nel Paese ma per quanto riguarda la politica di oggi visto che nomini Meloni, nonostante se la giochi coi precedenti governi Berlusconi e poi Renzi, il familismo non è un elemento marginale nel governo Meloni: una rete ristretta basata su parentela, matrimonio, militanza e amicizia avrebbe occupato:
la segreteria politica di Fratelli d’Italia, un ente pubblico economico (ACI), un’autorità indipendente (Garante Privacy), il servizio pubblico radiotelevisivo.
Per non parlare dell’eliminazione del reato di abuso d’ufficio che da una grande mano al clientelismo.
Nonché centralizzazione: molte nomine e scelte strategiche ruotano attorno a una cerchia ristretta di dirigenti FdI.
Partito giovane: FdI non ha reti territoriali storiche come DC, PSI, PD o Forza Italia; quindi il clientelismo è più “verticale”.
Fedeltà ideologica: la selezione dei quadri privilegia figure con lunga militanza nella destra post‑missina. Nomine negli enti pubblici: RAI, Garante Privacy, ACI, strutture ministeriali, società partecipate. il loro clientelismo riguarda fedelissimi e militanti storici. In termini comparativi, il clientelismo di Meloni è medio-alto, ma non raggiunge la complessità sistemica del berlusconismo.
Se si vuole sintetizzare la mobilità sociale in Italia non è bassa per un solo motivo ma per un sistema di cause intrecciate che sono figlie di realtà radicate nel Paese come appunto familismo e clientelismo:
Scuola e università riproducono le disuguaglianze familiari, mercato del lavoro polarizzato e stagnante, struttura produttiva poco dinamica, divari territoriali enormi, politiche pubbliche insufficienti o incoerenti, eredità patrimoniale e immobiliare molto forte e per finire cultura familistica e reti informali che sostituiscono lo Stato. Tornado al governo Meloni che sicuramente non ha inventato né il familismo né il clientelismo, possiamo dire senza ombra di dubbio che non solo non ha fatto nulla per trovare un rimedio e nemmeno per arginare i problemi, ma all’opposto ha dato una grande mano perché peggiorasse. E questo è il motivo perché oggi si è arrivati a percepirlo in questo modo.
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Un buon articolo di opinione dovrebbe spiegare anche le cause del problema di cui parla, non limitarsi a esprimere un giudizio.
Spiegare le cause è importante perché permette al lettore di capire perché l’autore arriva a una determinata conclusione.
Senza questa parte, l’articolo rischia di ridursi a una semplice affermazione di preferenze o convinzioni.
Un’opinione non è semplicemente un giudizio (“questa politica è sbagliata”), ma un’argomentazione che cerca di dimostrare perché quel giudizio sia fondato.
Per farlo è normalmente necessario ricostruire il nesso causale: quali fattori hanno prodotto il problema, quali dinamiche lo alimentano, quali responsabilità hanno i diversi attori e perché le conseguenze osservate derivano da quelle cause.
Caso mai sono gli editoriali o i corsivi dove chi scrive tende a non spiegare le cause; ma il presupposto per tali format è dato dall’oggettività dei fatti, cioè non è necessario interpretarli (uno è colpevole o innocente) oppure quando si vuole mettere in evidenza un punto.
Inoltre un conto è dire che l’origine familiare continua a influenzare in misura significativa le opportunità educative, occupazionali e reddituali, altro è parlare di familismo nella sua accezione negativa.
Merito o non merito, familismo o non familismo, quel posto che ti permette di poter stabilire a quale “piano sociale” ti trovi deve esistere.
Se non esiste, se non lo si crea, il problema principale per cui l’ascensore sociale si ferma è il familismo, o il fatto che quel posto non esiste?
Un politico ha due figli e c’è un solo posto nel CDA di una partecipata; un figlio lo piazza e l’altro continua a fare il mantenuto.
Per uno l’ascensore sociale sale, per l’altro rimane fermo; il problema è il familismo o il fatto che il posto in CDA è 1 solo?
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Per chiudere ti dico che non è un giornalista che in un editoriale non scende nei particolari causali ma un governo che per familismo e soprattutto clientelismo mette nei posti chiave persone che non hanno nè merito nè capacità per capire proprio quei particolari causali e trovarvi un rimedio. Perchè sarebbe il loro vero mestiere.
Per rimanere nella tua metafora allora: se fai aprire il vano motore dell’ascensore rotta a tuo cugino o a un tuo fedelissimo conoscente che non ci capisce una mazza, l’ascensore rimane fermo.
Ecco perchè dicevo familismo e clientelismo alla base di tutto.
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E.C. familismo
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Ma a che serve salire se si sta’ così bene in basso ? Lo ha detto anche qualche ministro che i poveri mangiano roba migliore e più genuina che i ricchi . Poi le case grandi costano tanto di riscaldamento e di Imu e i capitali come le proprietà richiedono tanto stress per essere mantenuti . Ricordiamoci anche il detto che non fallisce mai : tre sono i potenti , il papa , il re e chi non ha niente. Quindi beati coloro che sono poveri perché di loro è il regno dei cieli e ,anche beati gli ultimi perché saranno i primi , nonché quella del cammello che difficilmente entra in una cruna di un ago. Poveri, poveri ,poveri ricchi che vita di m che fanno e dopo è anche peggio.
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E belin… la pacchia è finita….basta ascensori…. a piedi ,un pò di moto fa bene… avanti marsch..un due tre….
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:-)))
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