(di Giorgio Pogliotti – ilsole24ore.com) – Quasi la metà dei lavoratori occupati nei settori del terziario (il 47,51% per la precisione) – ovvero commercio, servizi e turismo- sono lavoratori poveri: percepiscono una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale (pari al 60% della retribuzione mediana), che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno. Nel Mezzogiorno oltre 3 lavoratori del terziario su 5 sono considerati working poor.
Lo rileva il Focus sul lavoro povero della Filcams Cgil che mette sotto la lente il settore che da anni è il motore del mercato del lavoro, visto che la gran parte delle assunzioni riguardano proprio questo comparto, trainato da servizi a basso valore aggiunto nel turismo, negli alloggi e nella ristorazione, All’interno del macrosettore emerge un’ampia articolazione: la situazione peggiore si registra nel turismo dove il 71,22% resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al Sud e nelle Isole interessa quattro lavoratori su cinque.
La ricerca è stata condotta su un campione di circa 6,3 milioni di persone (il 96% del totale), per le quali si dispone delle informazioni necessarie alla ricostruzione della distribuzione dei redditi da lavoro dipendente. […]
Considerando chi ha almeno una settimana lavorata per tutti i settori del terziario oggetto dell’indagine, la percentuale di dipendenti sotto la soglia di povertà è del 47,51%, con forti differenze legate al sesso (maschi 40,92% – femmine 52,93%) e all’area geografica (Nord-Ovest 38,48%, Nord-Est 43,63%, Centro 47,53%, Sud e Isole 61,47%). […]
Nel settore del Commercio, tra chi ha lavorato almeno una settimana, l’incidenza complessiva del lavoro povero è pari al 31,16%. Si confermano un marcato divario di genere (25,33% uomini; 36,60% donne) e territoriale, con valori pari al 22,39% nel Nord-Ovest, al 25,48% nel Nord-Est, al 31,29% nel Centro e fino a toccare il 48,52% nel Sud e nelle Isole.
Nel campionedei dipendenti con almeno 12 settimane lavorate nel settore del Commercio, l’incidenza del lavoro povero è pari al 26,89% (20,40% uomini; 33,05% donne), con un divario di genere di 12,65 punti percentuali. A livello territoriale, l’incidenza è più contenuta nel Nord-Ovest (18,44%) e nel Nord-Est (20,94%), intermedia nel Centro (27,35%) e tipicamente più elevata nel Sud e nelle Isole (44,64%).
Nel settore del Turismo, alla maggiore diffusione di rapporti di lavoro di breve durata si associano retribuzioni più basse con una più alta incidenza del lavoro povero. Per chi ha lavorato almeno una settimana, il fenomeno si attesta su valori particolarmente alti, pari al 71,22% (66,72% uomini; 75,32% donne), con un divario di genere di 8,60 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori risultano elevati in tutto il Paese, attestandosi intorno al 66% nel Nord (66,10% Nord-Ovest; 66,44% Nord-Est), al 69,39% nel Centro e raggiungendo l’81,14% nel Sud e nelle Isole.
Tra i lavoratori con almeno 12 settimane lavorate nell’anno, l’incidenza del lavoro povero si attesta al 64,69% (59,00% uomini; 69,94% donne), con un divario di genere pari a 10,94 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori scendono al di sotto del 60% nel Nord (59,57% Nord-Ovest; 58,83% Nord-Est), si collocano al 63,08% nel Centro e raggiungono il 76,20% nel Sud e nelle Isole.




Stiamo assistendo a un paradosso clamoroso. Da un lato, i giovani italiani che vogliono lavorare e costruirsi un futuro sono costretti a fuggire all’estero, venendo inevitabilmente rimpiazzati da manodopera extracomunitaria. Dall’altro, la destra riesce nell’incredibile gioco di prestigio di incassare i voti di chi invoca la “tolleranza zero” e i rimpatri, e contemporaneamente quelli degli imprenditori del turismo, storicamente favoriti da occhi chiusi sulle evasioni e sul lavoro nero, che di fatto vive di quel precariato straniero. Una contraddizione totale.
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Perché l’ italiota oltre ad essere razzista è fondamentalmente ©oglione🤔
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Per chi avesse voglia di dare un’occhiata, allego il link di un sito
Fotografia di un declino
Non analizza le ragioni di fondo, mostra invece, in poche semplici slides, un film che va avanti da 50 anni a questa parte.
In particolare ho trovato utile la slide relativa alla produttività nella quale viene citato il “caso Como”.
Como è stata per alcuni secoli una realtà manifatturiera.
Lo stesso Manzoni nella parte finale dei Promessi Sposi scrive di Renzo che, dopo tutte le traversie, trova lavoro nell’industria della seta e, siccome c’era carenza di manodopera dovuta alla peste, riesce ad ottenere condizioni salariali soddisfacenti.
Sul finire degli anni 90-inizio anni 2000 quel sistema industriale viene spazzato via dall’emergere delle tigri del sud est asiatico prima e dalla Cina subito dopo.
Como, grazie alla bellezza del territorio, alla disponibilità di infrastrutture dei trasporti, ad una operazione di marketing fatta bene ( la villa sul lago di George Clooney è emblematica), trasforma la sua economia da industriale a quella dei servizi legata al turismo.
03.-produttivita.pdf
La slide sopra mostra gli effetti di questa trasformazione.
Quando un territorio sostituisce un’attività manifatturiera esportatrice con servizi turistici, nella maggior parte dei casi diminuiscono il valore aggiunto per occupato e la produttività media.
Se questo processo diventa strutturale, anche salari e capacità di investimento tendono a risentirne; ma il problema vero è che quella slide non rappresenta solo Como, rappresenta un paese.
Non so se qualcuno che gestisce il sito di Infosannio leggerà questo commento, ma, dovesse succedere, ogni qualvolta gli verrà in mente di pubblicare articoli (capita frequentemente) che riguardano il rilancio del mezzogiorno a mezzo turismo, dovrebbe considerare gli effetti che una simile trasformazione ha già prodotto in altre realtà.
Perché un’economia può certamente sopravvivere grazie al turismo, ma difficilmente può basare su di esso una crescita duratura della produttività e dei salari.
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