Il problema è che la sinistra ha smesso di essere ascoltata dalle imprese. E non perché queste si siano improvvisamente spostate a destra, ma perché non ricevono risposte convincenti su ciò che considerano prioritario. Il risultato è una dinamica politica peculiare: una destra che governa beneficiando delle politiche europee e, al tempo stesso, costruisce consenso criticandone gli effetti più impopolari

(Lorenzo Castellani – editorialedomani.it) – C’è uno spazio di manovra per il governo che l’opposizione si ostina a non vedere: Giorgia Meloni può permettersi di criticare con veemenza l’Unione europea senza apparire una leader di governo antisistema perché, in questo momento, è il principale punto di riferimento del mondo produttivo. Un tempo il centrosinistra di Letta, Renzi e Gentiloni rappresentava la voce affidabile ed europeista, oltre che riformista, per il mondo delle aziende. Poi le sirene del populismo hanno cantato anche nel campo progressista e negli ultimi anni, anche grazie alla stabilità governativa e dei conti pubblici, Giorgia Meloni ha monopolizzato la relazione con l’Italia industriale.
Non è una questione di egemonia culturale, ma una elementare capacità di rappresentanza degli interessi. Le imprese italiane, soprattutto quelle manifatturiere e orientate all’export, non sembrano trovare più nella sinistra un interlocutore credibile. Non lo trovano sul fisco, non lo trovano sulla semplificazione amministrativa, non lo trovano sulla politica industriale e nemmeno sull’energia. Trovano, piuttosto, un linguaggio incerto, spesso più incline a redistribuire le risorse che ad aiutare chi produce, più incline a regolamentare che a incentivare all’investimento produttivo.

In questo vuoto si è inserita Giorgia Meloni. La premier offre stabilità, promette un rapporto meno ostile con il fisco e, soprattutto, si propone come argine a un eccesso di regolazione europea percepito come penalizzante. Non serve molto altro, quando dall’altra parte manca un’offerta alternativa sulle politiche industriali e i soli programmi che emergono sono concentrati su diritti, welfare e tassa patrimoniale.
Il punto decisivo è che questa postura dura di Meloni contro la regolamentazione, come quella sulla riduzione delle emissioni, non si traduce in un problema complessivo di rapporto con Bruxelles. Anzi. Il governo italiano ha ottenuto risultati significativi proprio dentro il quadro europeo: dalla flessibilità sui migranti alle risorse del Pnrr, fino agli interventi sull’energia. Meloni non è più considerata una leader anti europea; ma una presidente del Consiglio che usa l’Europa come spazio negoziale e, al tempo stesso, come bersaglio politico selettivo.
Il Green Deal diventa così il terreno ideale dell’offensiva, poco importa che questa produca modesti risultati per il governo. Criticare le regole green significa parlare direttamente a un pezzo rilevante del sistema produttivo che vive la transizione ecologica come un vincolo più che come un’opportunità, almeno nel breve periodo. E qui il discorso si salda con un dato difficilmente contestabile: mentre l’Europa si è dotata di un impianto regolatorio ambizioso, Stati Uniti e Cina hanno puntato su massicce politiche industriali, meno condizionate da vincoli ambientali e pianificazione. Il risultato è una crescente percezione di svantaggio competitivo delle industrie europee.

Meloni intercetta e amplifica questa percezione, trasformandola in linea politica. Ma può farlo senza pagare il prezzo dell’isolamento perché non mette in discussione l’appartenenza europea: ne contesta, piuttosto, le modalità operative. È una strategia che funziona perché si colloca esattamente nello spazio lasciato scoperto dalla sinistra.
Qui sta il nodo. La sinistra non ha dapprima smesso di parlare di imprese; di seguito ha smesso di essere ascoltata dalle imprese. E non perché queste si siano improvvisamente spostate a destra, ma perché non ricevono risposte convincenti su ciò che considerano prioritario. Il risultato è una dinamica politica peculiare: una destra che governa beneficiando delle politiche europee e, al tempo stesso, costruisce consenso criticandone gli effetti più impopolari; una sinistra che difende l’impianto europeo ma non riesce a tradurlo in una proposta credibile per aiutare chi produce. Non è una contraddizione della prima, ma una debolezza della seconda.
Finché questo squilibrio persiste, Meloni potrà continuare a occupare una posizione che in altri contesti sarebbe insostenibile: europeista nei fatti, critica dell’Europa nel discorso pubblico; istituzionale nelle sedi negoziali europee, competitiva nella narrazione interna. È una sintesi fragile, ma politicamente efficace.
La vera anomalia, oggi, non è la strategia della destra. È l’assenza di una opposizione capace di contendere il rapporto con l’economia reale. E finché questo vuoto non verrà colmato, il baricentro del sistema politico ha buone possibilità di restare dove si trova.
Giusto per chiarire le idee ai lettori di questo articolo, lo scrivano è DIPENDENTE di Carlo De Benedetti, che come Berlusconi ha sempre cercato di perseguire i propri interessi, aiutato dal possedere un gruppo editoriale di stampo progressista, la ei fu Repubblica-L’Espresso e Finegol.
Tale premessa s’impone per confutare le idiozie di uno che evidentemente vive su Marte.
Sono QUATTRO ANNI che la produzione industriale decresce, causa COSTI ENERGETICI fuori controllo frutto della sciagurata scelta di RINUNCIARE ALLO SVILUPPO DI NUOVI IMPIANTI DI RINNOVABILI per favorire i combustibili fossili. Chiusure, fallimenti, DELOCALIZZAZIONI, passaggio di mano a proprietà straniera e tutti contenti per l’immobilismo di Fasha & Urso? Seriamente?
La lusingano tutto allungando la mane mendicante a richiedere aiuti di Stato, Senza alcuna idea di sviluppo di una politica industriale adeguata ai nuovi scenario mondiali.
Popolo di vecchi analfabeti, egoisti e incline a seguire stregoni e urlatrici che fanno del complottismo e della sottomissione ai padroni del mondo la loro cifra politica.
Avremmo un DOCENTE universitario di Diritto e Avvocato di successo su cui puntare, ma non è abbastanza fanfarone e indemoniato nella sua arte retorica.
E amen.
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“Sono QUATTRO ANNI che la produzione industriale decresce, causa COSTI ENERGETICI fuori controllo frutto della sciagurata scelta di RINUNCIARE ALLO SVILUPPO DI NUOVI IMPIANTI DI RINNOVABILI per favorire i combustibili fossili.”
Lo scrivente dell’articolo vivrà anche su Marte, ma anche lei vive certamente su un altro pianeta del sistema solare.
Ci sono già fin troppe rinnovabili installate in Italia, se vuole sapere sapere a cosa andiamo incontro aumentando ancora le installazioni si studi il modello tedesco, pieno zeppo di rinnovabili ma con costi dell’energia comunque altissimi.
Senza una fonte pulita e “modulabile” (qual è il nucleare) l’Italia continuerà ad avere un problema di costi dell’energia elevata.
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Egregio, mi mancava il confronto con un retequattrista.
Può trovare i suoi referenti telebisivi in fondo al corridoio, a destra, nel solito posto.
Dite Germania e non fornire numeri da confrontare lo trovo un tantino superficiale.
Dovrebbe comunicare al forum il costo per MWh di ogni fonte energetica, sia diretto che indiretto.
vale a dire costi di installazione e costruzione impianti, costi del combustibile. E poi costi indiretti come malattie provocate da fumi e inquinanti delle fonti fossili, cambiamento CLIMATICO e sue conseguenze, costo smaltimento e sorveglianza Scorie esauste per millenni.
Il nucleare risulta la fonte più costosa di tutte.
Per una nuova centrale si spende dai 10 ai 15 miliardi, visti gli impianti costruiti in Francia, Finlandia e UK. Tempi di realizzazione tra i 10 e 15 anni, costo dell’Uranio AUMENTATO del 150% negli ultimi 5 anni.
Attdndo i suoi numeri.
Ossequi.
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Il mio post era contro la sua semplificazione di un argomento piuttosto complesso (difficile da dibattere in un blog).
Visto che sembra(va) conoscere l’argomento, pensavo che fosse almeno capace di cercarsi due numeri (almeno dopo essere stato imbeccato).
In Germania (cito i dati Eurostat 2025, che può trovare con una semplice ricerca Google) il costo medio alle famiglie del KWh è stato persino superiore a quello italiano (circa 0,38EUR/KWh), contro i circa 0,28-0,30EUR/KWh della Francia. A spanne fanno (se la matematica non è un’opinione) circa il 25% in meno, non male se sono un’azienda energivora che deve decidere dove costruire un nuovo sito produttivo.
Vogliamo anche includere i dati del report EEA (European Environment Agency) del 2024 sulle emissioni causate dalla produzione di energia elettrica nei vari Paesi?
Francia (~22 gCO₂e/kWh)
Spagna (~90–120 gCO₂e/kWh)
Germania (~350-450 gCO₂e/kWh)
Italia (~180-220 gCO₂e/kWh)
Dando oramai per assodato come il modello tedesco sia da NON seguire (a meno che la sua fede nelle rinnovabili sempre e comunque sia come quella cristiana in Dio), passerei alla Spagna (tanto di moda su questo blog), che ha un costo dell’energia vicino a quello francese (sempre secondo i dati Eurostat 2025).
Essa è costretta ad utilizzare, oltre al nucleare, una certa quantità di gas nel mix energetico, per evitare eventi quali il blackout dello scorso anno (molti esperti sono concordi nel puntare il dito contro l’instabilità di rete causata dal mancato bilanciamento delle troppe rinnovabili connesse).
Come le dicevo in precedenza il tema è estremamente complesso, tuttavia la rimando ad analisi accurate e di confronto tra le due modalità di produzione di energia (quindi non solo quella basata su LCOE, il costo puro di fabbricazione della tecnologia), tenendo presente che:
L’OECD ha pubblicato molti report dove vengono calcolati scientificamente i “system costs” delle rinnovabili. Le simulazioni variano in base a tanti fattori, quindi se vuole approfondire si faccia una ricerca e non si fermi agli slogan…
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Non sono riuscito a rispondere a tutti i punti del post precedente, tuttavia ha aggiunto un’altra perla:
“costo dell’Uranio AUMENTATO del 150% negli ultimi 5 anni”
L’OECD ha calcolato un impatto del 10-15% sul costo dell’elettricità a seguito di un aumento del costo dell’Uranio del 200% (costo triplicato). Prima si sparare certe affermazioni potrebbe perlomeno documentarsi un minimo (anche usando per bene l’IA, che potrebbe venirle in soccorso).
Riguardo il suo ultimo punto, ovvero “quanto incide sul costo dell’elettricità la gestione delle scorte nucleari”, la rimando a numerosi report OECD/NEA, secondo cui il costo dell’intero “back-end” del ciclo del combustibile (gestione del combustibile esaurito, trasporto, deposito, smantellamento e fondi dedicati) è generalmente dell’ordine di 1-3 €/MWh, cioè:
Rispetto a una bolletta domestica da circa 0,30 €/kWh, stiamo parlando di una quota inferiore di circa l’1%.
Questi numeri sono in linea con quelli che emergono dai bilanci/report ufficiali delle aziende che operano nel settore (soprattutto francese).
Vorrei concludere dicendo che io non sono assolutamente contro le rinnovabili, ma sono contro qualsiasi mix energetico dove la loro percentuale finisca per diventare dannosa e maggiormente costosa (spero che con i numeri forniti le sia diventato chiaro anche il perchè).
Adesso torno a vedermi Rete Quattro, dove non mi stupirei se dovessi sentire meno affermazioni sparate a caso rispetto ai suoi post.
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In Europa nel 2023, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (World Energy Outlook 2024), il costo di generazione dell’elettricità – considerando i costi complessivi della costruzione, del funzionamento dell’impianto, dell’investimento per la costruzione, gli oneri finanziari dell’ammortizzamento del capitale investito, i costi operativi per la durata della vita produttiva dell’impianto, il funzionamento, il combustibile e la manutenzione – prodotta dalle centrali nucleari in Europa è stato di 170 $/MWh, contro quella generata dal solare fotovoltaico pari a 50 $/MWh (3,4 volte di meno del nucleare), quella dell’eolico onshore di 60 $/MWh (2,8 volte di meno) e quella dell’eolico offshore pari a 70 $/MWh.
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Per il nucleare i costi in conto capitale sono pari a 6.600 $/kW, con un capacity factor del 70% e con costi per il combustibile, per la gestione e la manutenzione di 35 $/MW/h; per il solare fotovoltaico i costi dell’investimento sono pari a 750 $/kW, con un capacity factor del 14% e con costi per la gestione e la manutenzione di 10 $/MW/h; per l’eolico i costi dell’investimento sono pari a 1.630 $/kW, con un capacity factor del 29% e con costi per la gestione e la manutenzione e di 15 $/MW/h.Anche per il 2030 e il 2050 il nucleare è una forma di produzione di energia elettrica più costosa delle rinnovabili. Parliamo, infatti, di una differenza di ben 100 $/MWh tra nucleare e solare per il 2030 e il 2050, 80 $/MWh per l’eolico onshore, per il 2030 e 75 $/MWh per il 2050. E per l’eolico offshore di 90 $/MWh per il 2030 e il 2050. Differenze di costi, più o meno elevate, che si riscontrano anche negli Stati Uniti, in Cina o in India.
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Un possibile ritorno al nucleare in Italia è dunque qualcosa di insensato, che inoltre non tiene conto di due pronunciamenti referendari.
Invece di accelerare in modo adeguato lo sviluppo delle rinnovabili per arrivare alla piena decarbonizzazione della produzione di elettricità, il nuovo Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) l prevede uno scenario di ritorno al nucleare a fissione, con la costruzione di Small Modular Reactor (SMR), di Advanced Modular Reactor (AMR) e di micro-reattori. Il ritorno al nucleare, ancora di più per un Paese come l’Italia che ne è uscito da molti anni, avrebbe un costo molto alto”.
Però in Germania…
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Questi numeri sono in linea con quelli che emergono dai bilanci/report ufficiali delle aziende che operano nel settore (soprattutto francese).
Oste com’è il vino?
È il migliore che trovi su piazza. Dove sono il solo a servirlo
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L’energia elettrica generata con gli SMR – i reattori modulari più piccoli proposti per l’Italia e che ancora non sono stati costruiti in nessun Paese occidentale – costerà più di quella prodotta dai reattori più grandi. A questa conclusione arriva la rassegna internazionale sui progetti in corso per gli Small Modular Reactor (SMR), pubblicata da The World Nuclear Industry – Status Report 2024 (Mycle Schneider Consulting Project Paris, September 2024). Ci sono poi i costi per lo smantellamento: in Europa, la più recente stima del 2019 del costo previsto di gestione dei rifiuti radioattivi generati dalle centrali nucleari, escluso lo smantellamento delle centrali, è nell’intervallo 422—566 miliardi di euro. “Da notare – si legge nel Report – come questi costi, oltre a quello del decommissioning e della gestione dei rifiuti radioattivi, non sono presi in considerazione nelle stime fatte dall’Agenzia Internazionale per l’Energia nell’Energy Outlook 2024. Da ricordare che il deposito dei rifiuti ad alta e media radioattività, di cui il nostro Paese è ancora in attesa, costerà almeno 8 miliardi di euro.
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I sostenitori italiani del nucleare citano spesso il nucleare francese come esempio di successo economico. Nulla di più falso: EDF, la società francese che gestisce le centrali nucleari, fortemente indebitata, nel 2023 è stata interamente nazionalizzata dal governo francese, con una spesa di oltre 9 miliardi a carico dei contribuenti.
In pratica ERA FALLITA. E il Niger, principale fornitore di Uranio per la Francia, dopo una specie di guerra di liberazione dall’ influenza francese è oggi controllato ed alleato della Russia di Putin.
Il Rapporto conclude affermando che, così come farà la maggioranza dei Paesi dell’Unione Europea, Germania compresa, anche l’Italia potrà soddisfare il proprio fabbisogno di elettricità, anche raddoppiato al 2050, non solo all’80%, ma al 100% con fonti rinnovabili di energia.
Perché sono fonti INESAURIBILI ed economicamente SOSTENIBILI.
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Le devo chiedere scusa, perché ad un certo punto ho probabilmente sopravvalutato la sua conoscenza della materia.
Come le avevo già fatto notare, è fuorviante confrontare nucleare e rinnovabili utilizzando esclusivamente il LCOE (Levelized Cost of Electricity). La stessa Agenzia Internazionale dell’Energia evidenzia che il confronto diretto può risultare ingannevole, perché il nucleare fornisce energia programmabile, mentre eolico e fotovoltaico sono fonti variabili, e perché i costi di rete, accumulo e capacità di backup non sono pienamente rappresentati nel semplice LCOE.
Per questo motivo la IEA utilizza anche il concetto di VALCOE (Value Adjusted LCOE), che tiene conto del valore effettivo dell’energia prodotta all’interno del sistema elettrico. Le conclusioni possono cambiare sensibilmente a seconda del mix energetico considerato.
Nel suo ragionamento manca inoltre un elemento importante: il costo del capitale. Una quota significativa del costo dell’energia nucleare deriva dagli elevati tassi di interesse (maggiori rispetto alle altre fonti, verifichi pure) e dai lunghi tempi di costruzione, fattori che incidono molto più che nel caso delle rinnovabili.
Attualmente in Italia le fonti rinnovabili coprono già circa il 40% della domanda elettrica, e tale quota può certamente aumentare. Tuttavia, la maggior parte degli studi sui sistemi elettrici decarbonizzati prevede anche una quota di produzione programmabile o di accumulo di lunga durata per garantire sicurezza e stabilità della rete.
Dal punto di vista giuridico, un referendum abrogativo non vieta in modo permanente una tecnologia: il Parlamento mantiene sempre la possibilità di approvare una nuova disciplina legislativa.
“Questi numeri sono in linea con quelli che emergono dai bilanci/report ufficiali delle aziende che operano nel settore (soprattutto francese).” Io le ho semplicemente detto che i numeri (reali) sono in linea con le stime (teoriche) fornite. Visto che a lei piacciono tanto i numeri, e non è un retequattrista come me, ne fornisca qualcuno sensato a supporto, e poi ne riparliamo. Le auguro buona fortuna, anche perchè mi sembra che faccia finta di non sapere che sul nucleare c’è molta più trasparenza in tutta la filiera rispetto a qualsiasi altra fonte (vedi peso specifico dell’AIEA). Questo non significa che i dati siano infallibili, ma significa che disponiamo di una quantità di informazioni pubbliche e verificabili generalmente superiore a quella disponibile per molte altre filiere energetiche.
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“EDF, la società francese che gestisce le centrali nucleari, fortemente indebitata, nel 2023 è stata interamente nazionalizzata dal governo francese, con una spesa di oltre 9 miliardi a carico dei contribuenti.
In pratica ERA FALLITA”
Continua la sua opera di cherry picking, al quale dedicherò un’ultima risposta (questo post era forse in moderazione, perchè non mi appariva).
Lei parte da un fatto vero (la nazionalizzazione) per arrivare ad una conclusione totalmente errata.
EDF non era in procedura fallimentare, non era insolvente, continuava ad operare e produrre elettricità. La nazionalizzazione fu una scelta strategica del governo francese per gestire gli enormi investimenti futuri nel nucleare (e per sopperire agli extra costi di manutenzione incorsi nel 2022). Mi dovrebbe spiegare come fa una società quasi fallita ad avere i seguenti risultati:
2024: utile netto ≈ 11,4 miliardi €
2025: utile netto ≈ 8,4 miliardi €
“E il Niger, principale fornitore di Uranio per la Francia, dopo una specie di guerra di liberazione dall’ influenza francese è oggi controllato ed alleato della Russia di Putin.”
Anche qui si dimentica di controllare, altrimenti avrebbe scoperto (dati alla mano) che la Francia aveva già diversificato da anni le proprie forniture verso: Kazakistan, Canada, Australia, Uzbekistan (le percentuali non le conosco a memoria, ma anche qui Google è a sua disposizione).
Infine le ripeto per l’ultima volta (dopodichè la lascio alla sua fede monoteistica nelle rinnovabili sempre e ad ogni costo) che superare il 70-80% di rinnovabili nel mix è costoso e inaffidabile. Per farla breve, i punti critici sono 2:
-sviluppare la capacità di accumulo richiesto (vedi alla voce batterie) con l’efficienza richiesta richiederebbe un esborso economico enorme (in rete girano dei calcoli con cifre astronomiche, pergiunta approssimate per difetto)
-costi di rete di lunga superiori (servono investimenti infrastrutturali enormi)
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Tu sarai curiosone, ma parli da lobbysta dell’atomo, cercando ogni appiglio utile a perorarne la causa.
Ti chiedo: Perché la Spagna ha deciso di spegnere le sue centrali nucleari entro il 2032? Sono improvvisamente impazziti?
Non hanno compreso il mix, l’insalata, di fonti proposta da Curiosone?
Perche in Francia EDF è fallita costringendo lo Stato ad accollarla alla collettività?
Perché te ne “fotti” della pronuncia popolare di due referendum su tale scelta?
Il NUCLEARE viene spinto dai soliti PRENDITORI DI STATO INDIGENI, come i costruttori, per le migliaia (milioni?) di tonnellate di cemento necessarie. E dagli imprenditori siderurgici per l’acciaio delle strutture ricoperte da cemento.
L’Italia ha necessità di energia a basso costo OGGI, non fra 15 anni, nella migliore delle ipotesi, dopo aver scelto il sito unico di stoccaggio delle scorie ESAUSTE.
Dopo aver scelto le località che dovrebbero ospitare i nuovi impianti.
Dopo aver CONVINTO LE COMUNITÀ LOCALI, che hanno l’ultima parola sull’avvio lavori.
Dopo averle costruite mettendo in conto sicure interruzioni per problemi di qualunque natura si presentassero.
Però ti vedo così innamorato. E si sa che al cuor non si comanda.
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Hey fenomeno , perché non la racconti tutta su EDF?
Il colosso energetico francese EDF ha chiuso il 2022 con una perdita netta storica di 17,9 miliardi di euro. Questo passivo record ha fatto seguito a un utile di 5,1 miliardi registrato nel 2021, portando inoltre il debito finanziario complessivo a un picco di 64,5 miliardi di euro.
Hanno dovuto sostenere costi straordinari in tanti impianti aggrediti dalla corrosione.
Sono basito, per la gravità e pericolosità insite in una centrale quando vedo accostate le parole nucleare e corrosione.
Debito consolidato oltre 60 miliardi di euro.
Ma smettiamola di guardare al nucleare .
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Lei mi ha chiesto dei numeri, ed io glieli ho dati.
Le rispondo davvero per l’ultima volta, visto che la sua tecnica è quella di continuare a mettere carne sul fuoco ed alimentare all’infinito la discussione, e su un tema complesso come questo non la si finisce più.
“Hey fenomeno , perché non la racconti tutta su EDF? EDF ha chiuso il 2022 con una perdita netta storica di 17,9 miliardi di euro. Questo passivo record ha fatto seguito a un utile di 5,1 miliardi registrato nel 2021, portando inoltre il debito finanziario complessivo a un picco di 64,5 miliardi di euro.“
Qui dimostra di capire pochissimo di economia, e nulla di come funzioni un’utility dell’energia (mi stupisce i like che le ha messo il buon Johnny, che solitamente è molto preparato). Le utility dell’energia tendono ad indebitarsi moltissimo, perchè hanno dei grossi investimenti iniziali da sostenere (così come ogni società che costruiscono, e gestiscono, infrastrutture). EDF ha circa 50-60 miliardi di euro di debito finanziario netto (a seconda dell’anno considerato), ma possiede anche:
Il debito va confrontato con il valore degli asset e con la capacità di generare cassa. Il rapporto debito netto/EBITDA è stato problematico per EDF solo nel 2022, perchè ci sono stati diversi grossi problemi (molti reattori in manutenzione, diversi altri in funzione ma fatti lavorare al minimo a causa del livello molto basso dei bacini idrici nelle loro vicinanze). Il vero problema del 2022 non è stata la spesa per la manutenzione, ma la bassissima produzione di elettricità (dovuta anche in buona parte alla siccità).
“Ti chiedo: Perché la Spagna ha deciso di spegnere le sue centrali nucleari entro il 2032? Sono improvvisamente impazziti?”
I numeri della Germania dicono che l’uscita dal nucleare ha provocato un aumento dei costi dell’energia e dell’inquinamento. Lo stesso è successo in Belgio, tant’è che li stanno facendo marcia indietro (abolita la legge sul phase-out nucleare). Se la Spagna vuole ostinatamente proseguire in quella direzione non è detto che l’Italia debba per forza seguirla.
“Hanno dovuto sostenere costi straordinari in tanti impianti aggrediti dalla corrosione.
Sono basito, per la gravità e pericolosità insite in una centrale quando vedo accostate le parole nucleare e corrosione.”
La domanda che si deve fare è se sulla corrosione si è intervenuti in tempo o meno, non fare dell’allarmismo inutile. Qualsiasi cosa si usura nel tempo, il punto è gestire correttamente la manutenzione. I controlli e le normative sul nucleare sono molto più stringenti che su qualsiasi altra fonte, perchè la AIEA è molto coinvolta (gli ispettori svolgono il loro lavoro anche se le centrali sono situate in zone di conflitto, come dimostra il caso ucraino).
Le ripeto per l’ultima volta che il 100% rinnovabile non è sostenibile economicamente (la rimando al post precedente per le ragioni) nè dal punto di vista dell’affidabilità. Andrebbe abbinata una fonte modulabile (gas, carbone, petrolio, nucleare, etc.) e non intermittente. La Germania ha sostituito il nucleare prima con il gas, e adesso con il carbone (e ne sta pagando le conseguenze). La Spagna lo farà molto probabilmente comprando più gas, e otterrà un risultato simile a quello tedesco e belga.
Perchè non si fa lei una domanda e si chiede come mai alcuni dei Paesi scandinavi (tutti o quasi con il 50% di produzione da rinnovabili) stanno investendo pesantemente nel nucleare (Svezia, Finalndia)? Ah no, mi scusi. Saranno impazziti.
“I sostenitori italiani del nucleare citano spesso il nucleare francese come esempio di successo economico. Nulla di più falso: EDF, la società francese che gestisce le centrali nucleari, fortemente indebitata, nel 2023 è stata interamente nazionalizzata dal governo francese, con una spesa di oltre 9 miliardi a carico dei contribuenti.”
Qui sfiori il ridicolo. Parli di 9mld di EUR come fosse una catastrofe, ma poi non hai la minima idea di quanto costino (e siano costati) agli italiani i sussidi alle rinnovabili. Qui sotto i dati ARERA degli ultimi anni.
2022 circa 6,4 miliardi di €
2023 circa 7,0 miliardi di €
2024 circa 8,9 miliardi di €
Questi oneri sono sostenuti prevalentemente dai consumatori (ovvero da noi) in bolletta, e fanno il paio con un costo dell’energia molto elevato (nonostante una percentuale di rinnovabili nel mix del 40%).
Da adesso in poi vada pure avanti da solo, le auguro buona giornata.
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«Popolo di vecchi analfabeti, egoisti e incline a seguire stregoni e urlatrici che fanno del complottismo e della sottomissione ai padroni del mondo la loro cifra politica.»
Mai parole per definire questo popolo di cialtroni senza attributi, furono più vere.
Io personalmente invece ho sempre detto qualcosa di simile ma diverso, e cioè che “Come popolo (inteso proprio come italiani, soprattutto i gorghesotti arricchiti, ma con una scolarizzazione – e conseguentemente con una cultura media – bassissima), non abbiamo futuro”. Alla fine siam lì… 🤷🏼♂️
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Cecco..e tutto per il vil denaro… basta aver er cassetto pieno de sordi… e chisse…. er mi nonno s’arzava alle 4 de notte per far er pane e la schiacciata!
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*Niccolò Machiavelli nel Capitolo XXII del Principe, spiega che la prima impressione (o congettura) sulle capacità di un governante si basa proprio sugli uomini di cui si circonda.*Se il principe sceglie collaboratori competenti , viene immediatamente giudicato saggio. Se i collaboratori sono scarsi o opportunisti, il giudizio sul principe sarà inevitabilmente negativo. Il suo primo errore politico risiede proprio nella scelta di chi lo affianca….*Un ottimo collaboratore deve mettere gli interessi dello Stato prima dei propri.I cortigiani adulatori, sono una una piaga da cui il sovrano deve sapersi difendere concedendo ascolto solo a chi dice la verità. La Meloni non ha letto ne conosce Machiavelli…
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