Le felpe di Matteo Salvini non sono mai state un semplice capo d’abbigliamento, sono il suo vero ufficio stampa

(di Aldo Grasso – corriere.it) – Le felpe di Matteo Salvini non sono mai state un semplice capo d’abbigliamento. Sono il suo vero ufficio stampa. Prima ancora di un’intervista o di un comizio, parla la scritta sul petto: «Padania is not Italy», «Ruspe», «Stop invasione», «Prima gli italiani», fino all’ultima: «Grazia subito». La tv e i social, che vivono di immagini immediate, non potevano chiedere di meglio.

Ogni felpa è un manifesto, ogni t-shirt un post. Cambia il vento e cambia la divisa. Per chiedere consenso, Salvini si traveste da elettore. È la politica ridotta a un guardaroba fornito e militante: l’identità come merchandising.

Per anni il meccanismo ha funzionato. La felpa accorciava la distanza con la «gente», sostituiva il linguaggio della rappresentanza con quello dell’appartenenza. Ma ogni format, a forza di essere ripetuto, si logora. È la politica camaleontica dell’iper-comunicazione: l’abito non fa più il monaco, fa il meme. Salvini indossa il territorio, i nemici del giorno e i propri eroi con la disinvoltura di uno Zelig ideologico che cambia pelle a seconda della piazza, del talk, di Instagram.

La comunicazione fast fashion può conquistare il consenso immediato, ma difficilmente riesce a sostituire la politica. Anche perché, passata la moda, nell’armadio restano soltanto vecchie felpe, t-shirt sgualcite e il fantasma di Vannacci.