Il problema non sono le opinioni di artisti e letterati. Sbagliamo noi a cercare in loro una guida

(Loredana Lipperini – lespresso.it) – La domanda emersa in questi giorni si può riassumere così: perché ci si sente traditi da Francesco De Gregori (che non prende posizione) e da Erri De Luca (che ne prende una oggettivamente deprecabile negando il genocidio a Gaza), al punto di affermare pubblicamente che si getteranno le loro opere nell’immondizia? Formulata diversamente, la domanda è: cosa ci aspettiamo dagli intellettuali?

Si può rispondere scegliendo diverse strade. Quella più autorevole parte da Roland Barthes e da una sua vecchia affermazione: «Quello che il pubblico vuole è l’immagine della passione, non la passione». Parla del wrestling, ma la frase vale anche per gli scrittori o i cantanti che vengono trasformati in idoli se, per dirla con Barthes, li consumiamo come un segno. E giocare con i segni è pericoloso, perché cambiano in un batter d’occhio: per fare un solo esempio, cinque anni fa Fedez venne salutato come un eroe dell’antagonismo dopo il suo intervento dal palco del 1° maggio (che era semmai straniante, come se Gianni Agnelli avesse intonato la Canzone del maggio durante un’apparizione televisiva), e oggi è considerato, dopo l’intervista a Meloni, un fiancheggiatore del potere. Ma il problema non è degli intellettuali o degli artisti che cambiano idea, o dicono quello che non vogliamo che dicano: il problema è nostro. Perché spesso cadiamo nelle trappole di chi vuole screditare una parte politica evidenziando le contraddizioni di uno dei suoi esponenti, e quasi sempre abbiamo un disperato bisogno di maestri, guide, fari, Bertoncelli e preti, per dirla con Guccini, che ci indichino la via. 

Verrebbe da dire che dove la politica fallisce si cerca altrove, nel vecchio intellettuale organico o nella guida spirituale o musicale o letteraria.Ma è pericoloso, appunto. Perché se è sacrosanto che chi ha visibilità prenda parola pubblica, che sia, per dirla con Sartre, “implicato”, è vero anche che è un errore delegargli la propria salvezza. Nella sua biografia postuma, Michela Murgia dice che avrebbe voluto non essere l’unica voce che si esprimeva. E prima, negli anni Settanta, “La cultura del narcisismo” di Christopher Lasch già parlava della dipendenza crescente da esperti e celebrità che offrissero un orientamento, un’illusione di autorità morale che rispondesse allo smarrimento comune. 

Gli idoli crollano, quasi sempre: nelle pagine iniziali di “Testamenti” di Margaret Atwood, zia Lydia guarda la statua che hanno eretto in suo onore e constata che è ricoperta di muffa ed escrementi di piccioni. Che è quel che avviene quando si erigono monumenti, i quali, a loro volta, vengono innalzati perché il nostro oggi è figlio di un lungo disincanto, che parte dagli anni Ottanta, si infila nel berlusconismo, trova enfasi nel primo V-Day del 2007 e nel grillismo che si appropria di quanto avevano fatto i movimenti altermondialisti sgretolati nel G8 di Genova, e infine è questo che ci impedisce di vedere che i movimenti esistono ancora, e che se guardassimo a quelli non avremmo bisogno di chiedere purezza e rappresentanza a nessuno.

Per questo, la cosa preziosa di oggi è “Divieto di protestare” di Annalisa Camilli. Esce per Einaudi, e parte dalle proteste per Gaza che testimoniano che esiste una società che si oppone ai genocidi o all’emergenza climatica, ma che in cambio riceve leggi speciali e criminalizzazione del dissenso. Tutto questo ha una data d’inizio: Genova, 2001, venticinque anni fa: una ferita mai chiusa, e che ancora pesa sul nostro presente, come scrive Evelina Santangelo nel suo articolo.