(Giulio Di Donato – lafionda.org) – La Prima Repubblica non si scorda mai, mentre la Seconda Repubblica non ci abbandona mai. Così si potrebbe dire, parafrasando il celebre comico.

Siamo sostanzialmente fermi lì. O meglio: ci siamo tornati, dopo una breve parentesi apertasi nel 2018. E tutto sembra spingerci e inchiodarci alle sue logiche.

Finisce una tornata elettorale e non c’è nessuno che perde: tutti hanno vinto. Il singolo voto locale assume un significato decisivo, mentre il quadro generale racconta tutt’altra storia. E quasi nessuno si sofferma sul dato davvero crescente e strutturale dell’astensionismo, che caratterizza questa stagione di Seconda Repubblica 2.0, in assenza di una vera Repubblica.

Oggi, ancor più di ieri, la coazione alla logica bipolare si regge fondamentalmente sulla fuga dai contenuti. Il richiamo a formule miracolose prevale sulla necessità di fare chiarezza rispetto alle questioni di fondo; le fedeltà di campo contano più della possibilità di realizzare una piattaforma aderente agli interessi, alle esigenze e alle aspirazioni profonde dei ceti medi e popolari; il primato delle etichette viene anteposto al piano dei comportamenti concreti, come se da determinate definizioni e autodefinizioni conseguisse un nucleo di scelte automatiche. Eppure, nella nostra storia recente, è spesso accaduto il contrario: i cedimenti più gravi in materia di riduzione degli spazi democratici e di politiche in favore dei lavoratori sono arrivati proprio da chi era chiamato a impedirli.

Certo, il quadro politico non rimane mai identico a se stesso. Può subire processi di riconfigurazione grazie all’azione di chi, dentro e fuori il perimetro dei singoli soggetti e delle singole coalizioni, lavora per modificare i rapporti di forza e spostare il baricentro del dibattito pubblico. Per questo una certa duttilità è necessaria, soprattutto in uno scenario segnato da mobilità elettorale e apatia politica. Ma l’eccesso di rigidità e la rimozione della realtà finiscono per assomigliare specularmente all’atteggiamento di chi vede cambiamenti sostanziali dove esistono soltanto mutamenti cosmetici. Basta lo spostamento di qualche figura o la nascita di una nuova sigla perché si parli enfaticamente di trasformazioni strutturali.

La demonizzazione dell’avversario non era una prerogativa esclusiva della Seconda Repubblica, ma in quella fase assunse un ruolo e una funzione che continuano a pesare ancora oggi, seppure in una forma ancora più ingannevole, fanatica e paradossale. La mostrificazione dell’avversario serve spesso a compensare l’assenza di un’identità forte, di un collante politico-ideale condiviso; serve a riempire di senso una contesa che altrimenti apparirebbe priva di slancio e di orizzonte. Abbiamo imparato a conoscere i rischi e gli effetti del berlusconismo, ma mentre osservavamo quelli perdevamo di vista ciò che, successivamente, avrebbe sfigurato con ancora maggiore forza e in modo più subdolo il volto della nostra democrazia costituzionale. E abbiamo visto come, alla prova dei fatti, mentre le ali estreme abbaiano alla luna o vengono depotenziate se ricondotte nei ranghi, schieramenti inizialmente brutalmente contrapposti mostrino, una volta al governo, ben poche differenze.

Nel nome di un Paese da salvare si è sacrificata la sostanza stessa della nostra democrazia. Ancora oggi il volto delle nobili intenzioni nasconde la realtà di scelte che, nei fatti, comprimono la sovranità popolare, alimentano il partito europeo della guerra ed esasperano il disagio sociale.

Per non parlare di come sia stata ormai pienamente introiettata la logica maggioritaria. Guai ai duri e puri che si illudono – poveri ingenui – di aggirare il bipolarismo: non esisterebbe alcuno spazio al di fuori del voto utile, se non quello della testimonianza velleitaria e fine a se stessa.

Il paradosso è che tutto ciò viene rivestito dei panni del realismo. Il realismo di chi invita a portare le proprie battaglie “all’interno, comunque e a qualunque costo”, anche quando mancano gli spazi e le condizioni concrete per animare una tale contesa, piuttosto che disperdere energie “all’esterno”. Come se, ad esempio, l’obiettivo di eleggere una pattuglia di pochi ma audaci parlamentari, capaci di svolgere una funzione di ago della bilancia e di subordinare il proprio sostegno all’attuazione di precise misure programmatiche nel nome della pace, della sovranità democratica e della giustizia sociale, non rappresentasse esso stesso una forma di realismo critico, rispettosa tra l’altro del carattere parlamentare della nostra malridotta Repubblica.

Certo, oggi operare al di fuori delle grandi coalizioni è molto più difficile che in passato. Il fallimento della stagione populista ha lasciato dietro di sé uno strascico di disillusione, sfiducia e risentimento che tende a favorire soprattutto operazioni anti-sistema con una marcata caratterizzazione di destra. Ma non è meno fideistico l’atteggiamento di chi, agitando vecchi e nuovi fantasmi, sceglie la via dell’accordicchio senza interrogarsi troppo su come ci si colloca rispetto alle contraddizioni fondamentali, ai nodi della cultura politica e alle relative conseguenze sul piano dell’insediamento sociale.

Eppure, se la tua parte tradisce la tua parte e le ragioni della tua parte, non merita più che tu ne faccia parte. Non esistono automatismi né atti di fedeltà eterna. Oggi molto più di ieri.

Insomma, la Prima Repubblica non si scorda mai. E, per molti aspetti, era più libera dai ricatti, dai condizionamenti e dalle coazioni a ripetere che hanno caratterizzato la lunga stagione successiva, condannando la politica a un eterno ritorno al proprio grado zero. Con una differenza non secondaria: almeno agli inizi della Seconda Repubblica alcune delle più dure repliche della storia che oggi conosciamo non si erano ancora prodotte.